Il filo rosso tra Sessantotto e partigiani comunisti | OCONE


Estratto dal libro “La chiave del secolo. Interpretazioni del Novecento” di Corrado Ocone.


Il mito della “rivoluzione tradita” scorreva nelle vene dei sessantottini, i quali, nel mentre si adoperavano ad abbattere il regime borghese, pensavano anche di riscattare, in nome del popolo, i “tradimenti” che esso aveva subito. Nei comunicati che uscivano su fogli e giornali dei mille gruppi che operavano in quel periodo, e che avrebbero continuato a operare per tutto il “lungo sessantotto italiano”, anche in quelli di chi aveva scelto la clandestinità e abbracciato il terrorismo, forte e sempre presente, mescolata in diverse salse che conservavano però un unico sapore, era questa idea di combattere su un doppio fronte: contro i nemici storici della “borghesia” e contro i i “traditori del proletariato”.

Per quanto aberrante fosse, la logica sottesa a certi discorsi era quella che aveva serpeggiato nel dopoguerra fra i partigiani comunisti, fattisi poi militanti inquieti e insoddisfatti del partito, di una “rivoluzione incompiuta”: di una Resistenza “tradita” e vinta solo a metà, che aveva generato sì una Costituzione democratica, e per non pochi aspetti socialisteggiante, quale in fondo è la nostra, ma mai attuata fino in fondo o in modo compiuto. Lungi dall’essere il nuovo, o l’avanguardia di un glorioso avvenire, i sessantottini nascevano perciò vecchi, legandosi a una lunga storia e portando alla luce umori e idee che avevano accompagnato la ormai ventennale storia della Repubblica (c’era stato persino chi si era sottratto alla direttiva di deporre le armi dopo la Resistenza; così come altri ancora, che si erano macchiati di veri e propri delitti, si erano messi al riparo rifugiandosi nei Paesi dell’Est protetti dai partiti comunisti). Pietro Secchia sta quasi a testimoniare questo trait-d’union fra vecchio e nuovo, che a mio avviso poco e male viene lumeggiato quando si parla di quegli anni [….].

Il Sessantotto, proprio per questo suo carattere di movimento politico fortemente connotato, oltre a continuare per tutti gli anni Settanta, almeno fino al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro nel 1978, ha pure avuto una lunga genesi, che data almeno dalla fine degli anni Cinquanta. Una genesi, ripeto, tutta interna ad una sinistra insoddisfatta e convinta che in Italia fosse mancata o fosse stata “tradita” la forte domanda di rivoluzione politica e giustizia sociale promessa dalla Resistenza […]. Poco alla volta, si creò così nel paese un clima generale, un pensiero medio che dagli organi della sinistra extraparlamentare giungeva sino a quello che sarà successivamente chiamato il “ceto medio riflessivo” (che sempre peso aveva in un’Italia incamminata sulla strada della modernizzazione).

Fu in questo brodo di coltura che il terrorismo rosso, dapprincipio disconosciuto da molti in questa sua colorazione e bollato ancora una volta semplicemente come “fascismo”, poté prosperare e godere se non di connivenze certo di scarsa attenzione. Fra gli intellettuali di sinistra, soprattutto, esso ebbe, almeno all’inizio, se non giustificazione, comprensione: i “brigatisti”, figli degeneri del Sessantotto, erano “compagni che sbagliavano” nei metodi ma non nel bersaglio. D’altronde, erano, come si è visto, idee vecchie che risalivano addirittura ai primi anni dell’Italia republicana. Tanto che sembra paradossale come questa liason non fosse al momento vista che da pochi (ad esempio Rossana Rossanda che parlò di un comune “album di famiglia” che legava i brigatisti alla sinistra storica). Ed è significativo anche come, fra tanta letteratura “complottistica” sorta sulla vicenda del rapimento di Moro, che in verità molte zone d’ombra conserva tutt’oggi, si sia guardato quasi sempre all’azione dei servizi di sicurezza americani e non a possibili collegamenti con il mondo dei Paesi dell’Est, ove alcuni comunisti inflessibili avevano riparato dopo l’avvento della Repubblica e dove operavano campi di addestramento militare per “rivoluzionari” di tutto il mondo (una pista del genere la segue Luciano Mecacci, nel suo libro dedicato alla morte di Giovanni Gentile).

Qui non si vuole dare adito alla “teoria dei complotti”, contro cui, anche a proposito dell’affaire Moro (per usare la celebre espressione di Leonardo Sciascia), mette in guardia il saggista e filosofo inglese John Gray. Si vuole solo segnalare, come fatto storico, un certo “strabismo” che permea la nostra cultura media ancora oggi, e che se non è figlio del Sessantotto, quel “mirabile anno” ha sicuramente contribuito a rafforzare. Questo mainstream culturale, o politico culturale, è sicuramente l’eredità più rilevante e più dura a morire del Sessantotto (la si trova dove meno uno se lo aspetterebbe, ad esempio in alcuni punti del programma politico del Movimento cinque stelle!). “Ciò che resta di quel complesso movimento politico, culturale e sociale”, scrive efficacemente Pertici, “è soprattutto una sorta di ‘pensiero socializzato’ largamente operante nella mentalità comune e nei comportamenti diffusi in ampi settori della nostra società”.


Corrado Ocone è un filosofo e saggista.