Sotto il cielo d’Europa, al tempo del virus, accadono fatti inaspettati, quasi incredibili: Mario Draghi, il più carismatico presidente nella storia della Bce, propone, contro ogni ortodossia Ue, che gli Stati possano fare debito senza limiti perché siamo in guerra; nel Consiglio europeo si è verificata una spaccatura verticale fra gli Stati sui modi di finanziare (coronabond sì o no) i deficit di bilancio necessari per far fronte all’emergenza sanitaria; litigano le grandi istituzioni comunitarie come la Bce, dove la presidente si contraddice e i membri del board esecutivo si scontrano in pubblico con asprezza, e la Commissione, la cui ondivaga leader è criticata persino dal morbidissimo presidente dell’Europarlamento.

Non era mai successo: ora accade, perché con l’emergenza le decisioni diventano questioni di vita o di morte e saltano le mediazioni di cui ha vissuto l’Ue. Un mondo è finito: la pandemia e prima lo scontro fra gli Stati Uniti che vogliono mantenere il primato mondiale e la Cina che li sfida chiudono l’epoca dei commerci globali e delle delocalizzazioni che tengono bassi i costi di produzione.

La Ue non è attrezzata, non sa cosa fare nel mondo inedito e aspro che si delinea. Finora la sua azione si è basata su due pilastri: uno è l’export, la capacità di fare grandi avanzi commerciali, la disciplina fiscale che ne è la premessa necessaria (e che mette gli Stati con debito elevato, come Italia o Grecia, nel girone dei reietti); l’altro è il ricorso alla sicurezza fornita a basso costo dagli Stati Uniti ricambiata per lo più con esercizi di retorica. Oggi l’export è difficile, la disciplina fiscale non regge di fronte all’emergenza, il debito – demonizzato fino a schiantare la Grecia e a bloccare l’Italia a un livello zero di crescita – diventa indispensabile, gli americani non vogliono più dare sicurezza senza contropartite ad alleati infidi che favoriscono il rivale strategico.

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La Germania è l’epicentro della crisi: per vent’anni – dopo le riforme del cancelliere Schroeder che a inizio secolo ne ha rimesso in piedi l’economia – ha dominato la Ue grazie alla potenza della sua industria e a un’ideologia mercantilista divenuta pensiero ufficiale dell’eurozona. Ora l’industria, specie l’auto che ne è il cuore, perde mercati e forza, il sistema politico è smarrito nel declino di Merkel e soprattutto manca una visione, accettabile da tutto il continente, che sostituisca l’idea ormai inservibile del surplus commerciale a tutti i costi. La Germania nella sua storia ha quasi sempre tenuto fissa la sua rotta – fino al baratro. Oggi è immobile e frastornata: gli Stati mediterranei, che finora – in mancanza di meglio e con seri danni – l’hanno seguita, cambiano strada; la Francia di Macron, con il solito mix di opportunismo e ambizione, ne approfitta per logorare il suo primato sperando di succederle; Stati clienti (Slovenia, Slovacchia) e amici (Irlanda) mutano campo e si delinea un fronte cattolico (e ortodosso) contrapposto a uno protestante.

Fare debito è inevitabile per finanziare la ricostruzione e ciò è già una sconfitta – ideologica, ma anche pratica – per la Germania: i modi vanno inventati, ma idee importanti sono in campo – da Tremonti che propone un’emissione straordinaria per la “difesa e ricostruzione nazionale” a Munchau che immagina una coalizione di volonterosi (i nove Stati che hanno sostenuto i coronabond) per lanciare un titolo di debito congiunto. La Ue perde il suo centro di gravità e le fratture diventano più profonde: è un processo inarrestabile finché non si avrà il coraggio di affrontare il nodo strategico: nello scontro oggi fondamentale e destinato a una lunga durata, l’Europa sta con gli Stati Uniti o con la Cina?


Antonio Pilati è stato componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e consigliere d’amministrazione Rai ed è autore di numerosi saggi sui media e sulle relazioni internazionali.