Ad aprile e maggio scorsi il sempiterno conflitto tra India e Pakistan ha visto le due nazioni coinvolte nel più duro confronto militare dal 1999. Questa nuova escalation, caratterizzata da scontri convenzionali su vasta scala e operazioni ibride ad alta intensità, ha segnato una svolta non solo per la sicurezza dell’Asia meridionale, ma anche per gli equilibri geopolitici globali. Il confronto ha messo in luce significative innovazioni tecnologiche e tattiche nel campo militare, come l’uso estensivo di droni autonomi e sistemi di guerra elettronica, ma ha anche evidenziato tendenze più profonde: il riemergere di rivalità regionali, l’evoluzione della deterrenza nucleare e il ruolo mutevole delle grandi potenze nel sistema internazionale. Analizzare questa guerra significa quindi comprendere non solo la posta in gioco tra Nuova Delhi e Islamabad, ma anche interpretare gli sviluppi strategici che plasmeranno l’ordine mondiale nei prossimi anni.

La guerra eterna

Il 22 aprile il Fronte di Resistenza, sezione del gruppo armato Lashkar-e Taiba (“l’Esercito del Bene”), ha condotto un attentato terroristico nella Valle del Baisaran, in India, uccidendo 26 turisti. A tale azione ha fatto seguito il giorno successivo la decisione da parte di Nuova Delhi di sospendere temporaneamente il Trattato sulle Acque dell’Indo del 1960 sino alla sospensione da parte del Pakistan del proprio sostegno al terrorismo transfrontaliero. Al contempo, l’India ha annunciato un divieto di viaggio per tutti i cittadini pakistani ed espulso tutti i consiglieri militari di Islamabad presenti nella propria capitale. La sospensione del Trattato sulle Acque dell’Indo del 1960 ha rappresentato un significativo colpo per il settore agricolo pakistano, il quale risulta largamente dipendente dalle acque di tale fiume. Il Pakistan in risposta ha interrotto tutti gli scambi commerciali con l’India e sospeso l’accordo di Simla del 1972, volto a delimitare la frontiera tra i due paesi.

Dopo alcune schermaglie iniziali, la giornata del 7 maggio 2025 ha visto l’avvio da parte di Nuova Delhi dell’Operazione Sindoor, concretizzatasi mediante una serie di attacchi missilistici sul suolo pakistano. Le forze indiane hanno preso di mira i campi del Lashkar-e Taiba, senza tuttavia cagionare danni rilevanti all’organizzazione. A tale azione ha fatto seguito uno dei più grandi scontri aerei combattuti dalla Seconda guerra mondiale, culminato con l’abbattimento di ben tre aerei indiani. Le successive giornate hanno visto i due paesi eseguire attacchi a lungo raggio contro le rispettive installazioni militari, sino al 10 maggio, data in cui le parti hanno siglato un accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.

Un nuovo equilibrio regionale

Sotto il profilo diplomatico il conflitto ha rappresentato un certo successo per il Pakistan e una battuta d’arresto per le ambizioni globali e regionali indiane. In primo luogo, entrambe le nazioni hanno formato nel corso degli anni una rete di partnership volta a favorire il perseguimento dei propri obiettivi di politica estera. Il breve conflitto combattuto nel mese di maggio ha dimostrato come il network formato dal Pakistan risulti nettamente più funzionale rispetto alla controparte indiana. Cina e Turchia, tradizionali alleati di Islamabad, hanno infatti offerto al paese un notevole sostegno tanto sul piano diplomatico, quanto militare. Viceversa, gli Stati Uniti, la Francia e la Federazione Russa, principali partner di Nuova Delhi, hanno mostrato una certa riluttanza ad essere coinvolti nel conflitto. Nessuno di essi ha infatti espresso un pieno supporto diplomatico e militare per l’India, la quale nel caso di un conflitto su vasta scala potrebbe potenzialmente trovare gravi difficoltà nel reperire un effettivo supporto internazionale, con l’eccezione dello stato di Israele, a sua volta impantanato in uno sfiancante conflitto nella Striscia di Gaza. Le solide relazioni formate dal Pakistan con gran parte del mondo musulmano rendono i partner di Nuova Delhi piuttosto restii a schierarsi apertamente contro Islamabad, atto che risulterebbe passibile di peggiorare i loro rapporti con numerose nazioni islamiche.

In secondo luogo, l’intervento diplomatico degli Stati Uniti ha visto questi ultimi offrire un trattamento eguale alle parti in causa. Tale stato di cose ha determinato un profondo imbarazzo per l’India. La quinta economia mondiale è stata infatti posta sullo stesso piano del Pakistan, una nazione caratterizzata da un’importanza economica e demografica significativamente inferiore, nonché accusato di supporto al terrorismo islamico. Al contempo, Washington si è offerta come mediatore della disputa del Kashmir. L’internazionalizzazione della controversia territoriale tra le due nazioni rappresenta un grande successo per il Pakistan, il quale, risultando scontento dell’attuale status quo, mira a coinvolgere il maggior numero possibile di attori. La presenza di mediatori internazionali rappresenta infatti un efficace modalità di bilanciare la superiorità economica e militare indiana. Viceversa, l’India si è storicamente rivelata ostile al coinvolgimento di attori terzi e la potenziale messa in discussione del presente status quo rappresenta una sconfitta diplomatica per il paese.

In ultima analisi, tale stato di cose va a incrociarsi con una congiuntura piuttosto sfavorevole per il paese, il quale sta vedendo un sostanziale fallimento di alcuni piani nel lungo termine e un generale declino relativo della propria influenza nella regione. Sotto il primo aspetto, l’iniziativa “Make in India” lanciata dal premier Narendra Modi con l’ambizioso obiettivo di rendere il paese una destinazione per investimenti industriali alternativa alla Cina è in buona parte fallito. Se da un lato Nuova Delhi è certamente riuscita ad attrarre investimenti basati sul cosiddetto “friendshoring”, volti a ridurre l’influenza della Cina nel settore manifatturiero, tuttavia il paese rimane ben lontano da poter rappresentare un effettivo concorrente per il Dragone. L’India ha infatti aperto la propria economia agli investimenti durante una congiuntura sfavorevole, segnata da un ritorno al protezionismo e da una posizione già consolidata della Cina. Al contempo, il paese presenta una forza lavoro poco qualificata e una rete infrastrutturale insufficiente. Le fortissime disuguaglianze sociali hanno reso numerosi beni di consumo inaccessibili, con conseguente impossibilità di favorire investimenti privati e sviluppare un solido mercato interno.

In relazione al secondo aspetto, l’influenza di Nuova Delhi su numerosi attori regionali è in declino. Il Nepal e le Maldive, due nazioni storicamente molto legate all’India, stanno infatti diversificando la propria politica estera, avvicinandosi sempre più alla Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, il colpo più grave per Nuova Delhi è risultato essere il crollo del governo della Lega Awami in Bangladesh, una delle nazioni più importanti nell’ottica della politica estera indiana. A seguito dell’ascesa di Sheikh Hasina, figlia dello storico leader del paese Sheikh Mujibur Rahman, le relazioni storicamente complesse tra India e Bangladesh hanno visto un notevole progresso, entrando nel miglior periodo della loro storia. Le proteste iniziate nel 2024 hanno però determinato la caduta della Lega Awami. Così la formazione politica vicina all’India è stata messa al bando determinando un brusco calo dell’influenza indiana nel paese.

Il nuovo governo guidato da Mohammed Yunus ha infatti iniziato un’opera di diversificazione della politica estera del paese. Tale stato di cose ha sta determinando la progressiva ascesa della Cina come uno dei primi erogatori di aiuti economici al paese. Al contempo, la Turchia, uno dei principali rivali strategici di Nuova Delhi, sta assumendo un ruolo sempre più importante nel settore della sicurezza bengalese. In ultima analisi, Dacca sta vivendo una stagione di grandi cambiamenti politici, caratterizzata dalla rapida ascesa di schieramenti politici tendenzialmente ostili all’India. Le prossime elezioni in Bangladesh vedranno con molta probabilità un’affermazione del Partito Nazionalista e della formazione Jamaat-e Islami, affiliata alla Fratellanza Musulmana e storicamente vicina a Islamabad.

Integrazione, la chiave delle guerre del futuro

Sotto il profilo militare, la più rilevante lezione data dal breve conflitto risulta essere la cruciale importanza dell’integrazione tra vari sistemi d’arma sotto il profilo bellico. Negli ultimi anni l’India ha infatti adottato una politica di diversificazione delle proprie importazioni di armamenti. Ciò ha ridotto i rischi derivanti dall’estrema dipendenza del paese da un singolo fornitore, ma ha parimenti determinato la formazione di una forza militare dotata di sistemi d’arma di varia provenienza incapaci di comunicare tra di essi. Viceversa, il Pakistan ha condotto una politica di approvvigionamento incentrata sulla massiccia importazione di armamenti cinesi, con l’obiettivo di formare una forza militare altamente integrata ed omogenea.

Islamabad ha sviluppato un complesso software denominato “Link 17”, il quale ha consentito di integrare i vari sistemi d’arma di Islamabad entro un sistema unico, migliorando l’efficienza e la rapidità della kill chain. L’aeronautica pakistana ha contestualmente evoluto la propria dottrina operativa adottando un nuovo sistema di combattimento denominato “ABC”. Tale approccio si fonda su una nuova forma di kill chain divisa in tre fasi. La prima verte sull’identificazione degli aeromobili nemici da parte dei radar di terra (A). In seguito, il jet di pattuglia (B) lancia il missile contro il bersaglio e infine i sistemi di allarme e controllo AWACS (C), guidano l’ordigno verso il bersaglio. Il successo di Islamabad ha ulteriormente messo in luce i limiti della controparte indiana, già emersi a seguito della sconfitta del 2019. La perdita di un moderno caccia Dassault Mirage, nonché di altri tre velivoli testimonia altresì le gravi carenze operative della forza aerea di Nuova Delhi, la quale ha subito perdite estremamente rilevanti in poche ore.

Contemporaneamente, l’India si è però rivelata in grado di condurre attacchi in profondità in Pakistan con maggiore efficacia rispetto alla controparte. Nuova Delhi ha colpito il quartier generale dell’esercito pakistano, nonché diverse installazioni militari chiave quali la base aerea Nur Khan. viceversa, le azioni portate avanti dal Pakistan hanno avuto un tasso di successo decisamente inferiore. Tuttavia, i danni cagionati dagli indiani sono comunque risultati piuttosto limitati, benché abbiano dimostrato le superiori capacità di attacco a lungo raggio dell’India, favorite anche dalla minore estensione geografica del Pakistan.

L’unica superpotenza

Negli ultimi decenni, gli Stati Uniti hanno vissuto un declino relativo nel sistema internazionale, dovuto principalmente alla crescita economica e militare di altri attori globali, come la Cina, l’India e in parte la Russia. Questo riequilibrio del potere ha progressivamente limitato la capacità di Washington di imporre un’agenda unilaterale, in particolare in regioni dove emergono nuovi poli di influenza e interessi contrastanti. Tuttavia, il recente successo diplomatico statunitense nella mediazione del conflitto tra India e Pakistan conferma come gli Stati Uniti conservino ancora una posizione unica nel panorama globale. Nonostante l’influenza crescente di Nuova Delhi e la sua ferma opposizione a ingerenze esterne, gli Stati Uniti sono riusciti a esercitare una pressione decisiva, dimostrando di poter sopportare anche il costo politico di un’azione fortemente sgradita a una grande potenza regionale come l’India. Ciò testimonia come, pur in un contesto multipolare, nessun altro attore sia oggi in grado di eguagliare la proiezione di potenza globale, militare, diplomatica e strategica  di Washington. Gli Stati Uniti, pur in relativo declino, restano dunque l’unica superpotenza pienamente globale.

Conclusioni

Il recente conflitto che ha visto opposti India e Pakistan ha rappresentato, a dispetto della sua brevità, il forte mutamento degli equilibri di potere nella regione dell’Asia Meridionale, dando contestualmente il via ad una nuova fase nelle relazioni tra le due nazioni segnate da un grado di ostilità decisamente più elevato. Sotto il primo aspetto, il declino dell’influenza regionale dell’India è stato infatti acuito dai deludenti risultati del conflitto, i quali hanno evidenziato i limiti militari e diplomatici del paese. La campagna di diversificazione delle importazioni di armamenti da parte di Nuova Delhi è infatti risultata nella formazione di una forza militare le cui diverse componenti presentano uno scarso grado di integrazione, il quale ne inibisce le capacità combattive. Al contempo, la rete di partnership costruita dall’India si è rivelata del tutto inadeguata nel supportare il paese in un effettivo conflitto, dimostrando le grandi difficoltà alle quali Nuova Delhi andrebbe incontro in caso di una guerra totale con il Pakistan.

In relazione al secondo aspetto, nonostante la fine delle ostilità, il Trattato sulle Acque dell’Indo e l’Accordo di Simla, due dei pilastri fondanti della fragile pace tra le due nazioni, risultano ancora sospesi. La mancata eliminazione di una potenziale fonte di ostilità tra le due nazioni rischia di determinare l’insorgere di nuove tensioni in futuro. Contestualmente, a dispetto dello status di potenza nucleare del Pakistan, l’India ha dimostrato una propensione significativamente maggiore rispetto al passato ad utilizzare lo strumento militare come strumento di coercizione nei confronti del Pakistan, arrivando a colpirne in profondità il territorio. Le tensioni tra le due nazioni, già in precedenza esacerbate dall’abolizione da parte dell’India dello Stato dello Jammu e Kashmir e dal costante supporto del Pakistan alle milizie locali, potrebbero sfociare in nuovi conflitti nel lungo termine.

Le opinioni espresse negli articoli del Belfablog sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni del Centro Studi Machiavelli.

+ post

Laureato in Relazioni Internazionali e Diplomazia presso l’Università degli Studi di Padova. Ha conseguito un Master in Leadership per le Relazioni internazionali e il Made in Italy presso la Fondazione Italia USA e partecipato alla Summer Academy 2022 della Heritage Foundation.