di Vincenzo Pacifici

Per una volta, caso straordinario, un dibattito informato, equilibrato e documentato è stato presentato sul supplemento domenicale del “Corriere della Sera”. Tre studiosi, cattedratici o emeriti, Francesco Margiotta Broglio, Francesco Traniello e Giovanni Maria Vian hanno discusso, nei precedenti e nelle conseguenze, degli effetti e delle conseguenze reali e storicamente credibili, nel 150° anniversario della “Breccia di Porta Pia”.

Margiotta Broglio, in avvio, esclude ci “potesse essere una soluzione del conflitto tra Stato e Chiesa diversa da quella militare del 1870”. Traniello, dal suo verso, ricorda che, nonostante le riserve espresse da Cavour, successivamente “nel 1870 il governo [presieduto dal piemontese Giovanni Lanza] si trovò dinanzi ad una scelta secca; intervenire militarmente o rinunziare ad annettere la città”. Vian è dello stesso orientamento e segnala che “Pio IX si sentiva molto italiano” e “tra gli ecclesiastici molti si rendevano conto che l’esaurimento del potere temporale era inevitabile”.

Certamente non banale ma eloquente è la citazione fatta da Margiotta Broglio in merito allo “Annuario generale del Regno d’Italia”, che “a partire dal 1871 non classificava più Pio IX tra i monarchi stranieri. Lo collocava in Italia, prima del re, perché giuridicamente lo Stato ne riconosceva la sovranità”. Traniello poi individua il punto decisivo, per il quale rimase inaccettabile la legge delle guarentigie: l’assenza, o per meglio dire, la protezione di una base territoriale. Anche Vian riprende una omelia di Pio Ratti, pronunziata, nello stesso giorno della sottoscrizione dei Patti Lateranensi, ai parroci romani, in cui, passo di pesantissima rilevanza, dichiarava “come la Chiesa potesse operare meglio senza l’onere di governare uno Stato”.

Il momento culminante e cruciale è toccato con l’analisi della posizione elettorale dei cattolici. A proposito delle frasi di Margiotta Broglio sul permesso accordato ai credenti nelle elezioni comunali, mi permetto citare alcuni dati tratti da mie ricerche edite. Nel 1889 figurano nei consessi civici ben 1.442 “ministri del culto”, tra cui Luigi Sturzo, Rocco Brienza, Luigi Cerruti e Carlo De Cardona. Nel consesso municipale milanese è presente tra il 1895 e il 1899 il giurista Contardo Ferrini, proclamato beato nell’aprile 1947. In precedenza, nel 1866 è eletto sindaco ad Agnone il sacerdote Giuseppe Tamburi, poi designato alla Camera. Opta per la carica civica e rinunzia, per incompatibilità, al seggio parlamentare.

Merita una imperdibile sottolineatura Vian, laddove riconosce, capovolgendo una lettura demagogica secolare, le parole di Benedetto XV contro “l’inutile strage” profetiche e non riguardanti unicamente l’Italia. Margiotta Broglio, poi, riguardando con puntualità un aspetto di enorme rilevanza storiografica, constata e denunzia, proponendo un parallelo, cui è difficile, con un minimo di serietà, non riflettere, che “le ferite di Porta Pia sono state sanate con i Patti Lateranensi, in particolare con la convenzione finanziaria che assicurò alla Santa Sede risorse economiche ingenti .Da un altro punto di vista i referendum sul divorzio e sull’aborto sono stati colpi ben più gravi della breccia di Porta Pia per l’influenza della Chiesa nella società italiana”.

Per Traniello “rievocare il 20 settembre può essere un’ opportunità per riflettere su come alcune categorie di giudizio in vigore per molto tempo si presentino mutate ai nostri giorni”. Infine, secondo l’avviso condivisibile e logico, di Vian il 1870 “fu un momento di accelerazione di un processo di distacco della Chiesa dai vincoli temporali che in fondo lo stesso Pio IX aveva intravisto”. Vincoli, che nel XX secolo furono inseguiti e raggiunti dai cattolici con esiti solo apparentemente duraturi e conseguenze per la Nazione sul piano sociale e morale tutt’altro che felici.

Vincenzo Pacifici

Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, è stato fino al 2015 Professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato, tra l'altro, volumi su Crispi, sul problema dell'astensionismo e dell'assenteismo nelle consultazioni politiche del periodo unitario, sui consigli provinciali all'inizio del XIX secolo, sulle leggi elettorali del 1921 e del 1925. È presidente della Società tiburtina di storia e d'arte.