Un bilancio a margini stretti
Il 7 agosto 2026 sono ufficialmente iniziati i lavori sulla legge di bilancio per il 2027, la quinta manovra finanziaria del governo guidato da Giorgia Meloni. Il contesto in cui si muove l’esecutivo è più stretto rispetto agli anni precedenti. Da un lato l’Italia dovrebbe uscire nel 2026 dalla procedura per deficit eccessivo aperta dalla Commissione europea: le previsioni di primavera dell’esecutivo comunitario collocano il rapporto deficit/Pil italiano al 2,9% nel 2026, in calo rispetto agli anni precedenti, e il debito/Pil al 138,5%. Dall’altro, una parte non secondaria di questo margine è già impegnata dal peso dei bonus edilizi ereditati dalla legislatura precedente: secondo le stime presentate al Parlamento dalla Ragioneria generale dello Stato nel giugno 2026, dei 142 miliardi di crediti fiscali complessivamente detenuti dall’Agenzia delle entrate, 13 sono stati accertati come fraudolenti e i restanti circa 130 sono ancora da utilizzare; di questi, 109 miliardi sono destinati a essere portati in compensazione fiscale, riducendo cioè le entrate dello Stato, concentrati per il 70% nel periodo 2023-2027, con un impatto attuale stimato in circa 3 miliardi al mese sui conti pubblici.
Il superbonus 110%, introdotto nel maggio 2020 dal governo Conte II, è stato ridotto dall’attuale esecutivo al 90% già con la prima manovra, quella per il 2023, ma i crediti fiscali maturati negli anni precedenti continuano a scaricarsi sui bilanci successivi: la stessa Corte dei conti, nella sintesi della relazione sul rendiconto generale dello Stato per il 2025 delle sezioni riunite in sede di controllo, ha attribuito proprio all’emersione inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla normativa previgente sul superbonus lo scarto tra il deficit programmato (3,0% del Pil) e quello consuntivato (3,1%) per l’anno.
A questo si aggiunge la fine, il 30 giugno 2026, della fase attuativa del piano nazionale di ripresa e resilienza: secondo il dossier di monitoraggio predisposto dai servizi studi di camera e senato, al 1° luglio l’Italia aveva incassato 165,99 miliardi di euro su un totale di 194,4 miliardi (85,4%), con 416 dei 575 traguardi e obiettivi complessivi raggiunti (72,3%, sopra la media Ue del 57,9%) e 503.641 dei 672.549 progetti censiti nella piattaforma ReGiS conclusi (74,9%); restano da incassare 28,4 miliardi dell’ultima rata, subordinati al raggiungimento di 159 traguardi entro fine giugno. La fine della sorveglianza sul deficit e l’esaurirsi del canale di finanziamento europeo straordinario si sommano dunque a un’eredità pregressa ancora da esaurire, riducendo lo spazio con cui il governo dovrà finanziare le misure nuove. Il calendario prevede per il 22 settembre la verifica Istat sul deficit 2025 e per il 15 ottobre la trasmissione a Bruxelles del documento programmatico di bilancio, passaggio da cui dipenderà l’entità reale delle risorse disponibili.
Le misure sul tavolo
Su questo fronte occorre una premessa: la manovra non ha ancora un testo, e le informazioni disponibili sono per definizione indiscrezioni giornalistiche su ipotesi allo studio, non misure decise. Le prime ricostruzioni indicano una dote di partenza di circa 15 miliardi di euro. Sul fronte fiscale l’ipotesi più accreditata è l’estensione della seconda aliquota Irpef del 33%, oggi applicata fino a 50mila euro di reddito, alla soglia dei 60mila euro, con un risparmio stimato tra 100 e 1.000 euro annui a seconda del reddito e un costo complessivo di 2,7-3 miliardi, da coprire in parte con la revisione delle oltre 600 deduzioni e detrazioni fiscali esistenti. Sul fronte previdenziale il nodo principale resta l’età pensionabile, che senza interventi correttivi salirebbe di tre mesi, a 67 anni e 3 mesi dal 2027; è allo studio una “quota 41” flessibile, con penalizzazioni del 2% annuo per chi esce in anticipo, il cui costo è stimato fino a 3 miliardi. Sul lavoro l’esecutivo punterebbe a confermare gli sgravi contributivi introdotti con il decreto Primo m aggio, fino a 500 euro mensili (650 nel mezzogiorno) per le assunzioni stabili di under 35, oltre a un bonus di 800 euro per l’occupazione femminile. Per la casa circola l’ipotesi di un taglio dell’Iva al 50% sugli affitti destinati agli under 36, limitato però ai soli contratti stipulati con imprese di costruzione. Trattandosi, come detto, di ipotesi non ancora formalizzate, la loro conferma dipenderà dagli esiti della verifica di settembre sui conti pubblici.
I nodi lasciati in sospeso
Diversi dossier restano privi di una copertura certa. La rivalutazione straordinaria delle pensioni minime, che ha riguardato oltre 2,6 milioni di beneficiari, scade a fine 2026 e la sua proroga non è ancora garantita, con il rischio concreto di una perdita di potere d’acquisto per la platea interessata. Sul fronte del Pnrr, oltre 168 mila progetti censiti su ReGiS risultavano ancora in corso al 1° luglio, e una parte di essi rischia di non certificare la conclusione dei lavori entro le scadenze europee, dovendo trovare copertura alternativa nel bilancio nazionale o in altri fondi comunitari – un onere che si scarica proprio sulla manovra in preparazione. Restano infine da chiarire tempi e modalità dell’uscita definitiva dalla procedura per deficit eccessivo: alla camera il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha avvertito che un nuovo sconfinamento del deficit oltre la soglia del 3% negli anni successivi manterrebbe l’Italia nella procedura anche qualora l’eccesso derivasse da spese ammesse dalla clausola di salvaguardia per difesa ed energia.
La continuità con le manovre precedenti
La manovra 2027 si innesta su un percorso avviato con la prima legge di bilancio del governo, quella per il 2023, incentrata sul taglio del cuneo fiscale, sulla proroga della flat tax per le partite Iva fino a 85 mila euro di ricavi e, come ricordato, sul ridimensionamento del superbonus edilizio dal 110% al 90%. Le manovre 2024 e 2025 hanno consolidato questa linea, riducendo da quattro a tre le aliquote Irpef – 23%, 35% e 43% – e trasformando il taglio del cuneo fiscale da misura temporanea a detrazione strutturale, accompagnata da bonus per la natalità e da interventi sperimentali sul quoziente familiare. La manovra 2026 ha proseguito su questa traiettoria, abbassando ulteriormente la seconda aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro. La proposta di innalzare a 60 mila euro la soglia di applicazione di quella stessa aliquota per il 2027 si presenta quindi come la prosecuzione di un disegno pluriennale di riduzione selettiva della pressione fiscale sul ceto medio, più che come una misura del tutto nuova.
Su questo percorso restano tuttavia margini di lettura diversi. Secondo un’analisi dell’ufficio parlamentare di bilancio ripresa da Pagella Politica, la riforma del sistema di detrazioni legato al taglio del cuneo fiscale, pur mantenendo invariate le aliquote legali, ha fatto salire l’aliquota marginale effettiva per i redditi tra 32 mila e 40 mila euro fino al 56%, un livello superiore a quello del 2024. L’andamento a scalini delle nuove detrazioni, comune del resto a qualsiasi sistema di sgravio decrescente per fasce di reddito, produce aliquote più elevate nei tratti di uscita dal beneficio: su 19,1 milioni di contribuenti coinvolti, 12,3 milioni non registrano variazioni sostanziali, 5,7 milioni ottengono un beneficio maggiore rispetto al passato, mentre circa 800 mila subiscono un peggioramento e 300 mila perdono del tutto lo sgravio da lavoro dipendente. Il dato aiuta a contestualizzare la nuova proposta sulla seconda aliquota, che si innesta su un sistema di detrazioni già divenuto più complesso rispetto all’impianto originario a tre aliquote.
La nuova priorità: difesa e sicurezza energetica
Rispetto alle manovre precedenti, la novità più rilevante riguarda la difesa e la sicurezza energetica, aree su cui il governo ha deciso di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle regole di bilancio dell’Unione europea, che consente di scorporare determinate spese strategiche dal calcolo dei vincoli di deficit. Presentando la richiesta alla camera il 5 agosto, il ministro Giorgetti ha quantificato l’esigenza in 0,9 punti di Pil per la difesa e 0,6 punti per l’energia, cumulati fino al 2028, per un totale di circa 35-36 miliardi di euro (22 miliardi per la difesa, 14 per l’energia); pur riconoscendo che si tratta di una richiesta «difficile» e «impopolare», il ministro l’ha motivata richiamando l’articolo 52 della Costituzione: «al dovere non si scantona, non si scappa, non si diserta». La stessa maggioranza non è del tutto compatta sul punto: la Lega ha ottenuto una modifica della risoluzione parlamentare per circoscrivere l’uso del fondo comune europeo Safe ai soli «sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale», segno di una dialettica interna sull’entità e la natura del riarmo.
La scelta si colloca in una cornice definita a livello europeo. Nel marzo 2025 la Commissione europea aveva presentato il libro bianco sulla difesa europea e il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, volto a mobilitare fino a 800 miliardi di euro di investimenti nella sicurezza del continente attraverso cinque strumenti distinti, tra cui il fondo Safe da 150 miliardi per gli acquisti congiunti di materiale bellico. Nella fase inaugurale della clausola di salvaguardia nazionale, chiusa il 30 aprile 2025, sedici Stati membri avevano scelto di attivarla; l’Italia, in quella fase, non aveva presentato richiesta di deroga. Pochi mesi dopo, il vertice Nato dell’Aia del giugno 2025 ha fissato nella propria dichiarazione ufficiale l’obiettivo del 5% del Pil in spesa per la sicurezza entro il 2035, suddiviso tra il 3,5% di spesa militare propriamente detta e l’1,5% destinato a infrastrutture e resilienza. L’Italia parte da una posizione distante da quell’obiettivo. Lo stato di previsione della spesa del Ministero della difesa per il 2026 stanzia per la funzione difesa 23,687 miliardi di euro, in aumento di 842,3 milioni rispetto al 2025 – il nono anno consecutivo di crescita, per un incremento complessivo di oltre 10 miliardi dal 2017: di questi, 9 miliardi e 349,8 milioni sono investimenti (+1,7% sul 2025), 11 miliardi e 763,8 milioni spese per il personale (+3,7%) e 2 miliardi e 573,8 milioni per l’esercizio (+11,8%). Si tratta però della sola funzione difesa in senso stretto, che esclude voci computate invece nel parametro Nato come i carabinieri; lo stesso governo prevede di destinare alla sicurezza solo a partire dal 2028 lo 0,5% di Pil aggiuntivo, circa 12 miliardi annui, necessario ad avvicinarsi ai nuovi target dell’Alleanza.
Dal punto di vista dell’interesse nazionale, colmare questo divario non è soltanto un adempimento contabile verso gli alleati: la capacità di difesa condiziona il peso negoziale dell’Italia all’interno della Nato e dell’Unione europea, in un contesto di riarmo generalizzato del continente innescato dall’invasione russa dell’Ucraina e di crescenti difficoltà logistiche – reti stradali, ferroviarie e portuali non sempre adeguate al trasporto di mezzi pesanti – che condizionano la capacità di proiezione delle forze armate europee. Sul piano negoziale, la richiesta italiana di margini di flessibilità si intreccia inoltre con il più ampio confronto sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, da duemila miliardi di euro, su cui gli Stati membri restano ancora lontani da un’intesa.
Una manovra tra vincoli interni e contesto internazionale
Nel complesso, la manovra 2027 delinea una direzione di politica economica che combina tre elementi: la prosecuzione, con risorse limitate, della riduzione della pressione fiscale sul lavoro avviata nelle manovre precedenti; la gestione di eredità non pienamente risolte – dal costo residuo dei bonus edilizi alle pensioni minime, fino al completamento del Pnrr; e l’apertura di un fronte di spesa nuovo e strutturale legato alla difesa e alla sicurezza energetica. Letta nell’ottica dell’interesse nazionale, questa impostazione presenta due dimensioni distinte. L’uscita dalla procedura per deficit eccessivo amplierebbe il margine di autonomia dell’Italia nella definizione delle proprie priorità di bilancio, riducendo il grado di condizionamento esterno sulle scelte di politica economica. L’aumento della spesa per la difesa, per quanto ancora lontano dagli obiettivi Nato, rafforza al contempo la posizione negoziale italiana in sede euro-atlantica, proprio mentre l’Unione europea ridefinisce gli equilibri della propria sicurezza e discute un bilancio pluriennale da duemila miliardi di euro.
Per i cittadini italiani gli effetti concreti dipenderanno dall’entità reale delle risorse che si renderanno disponibili dopo la verifica dei conti di settembre: la platea dei redditi medio-alti beneficerebbe di uno sgravio Irpef contenuto, tra qualche decina e circa mille euro l’anno, mentre resta aperta la questione del potere d’acquisto delle pensioni minime e del finanziamento dei progetti locali del Pnrr non completati in tempo. Una parte non marginale delle risorse mancanti, va ricordato, è assorbita dal servizio del debito e dai bonus edilizi ereditati dalla legislatura precedente, non da scelte dell’attuale esecutivo. In questo senso la manovra 2027 si gioca su un doppio binario: onorare impegni internazionali crescenti in materia di sicurezza, motivati dallo stesso governo anche in termini di dovere costituzionale, senza compromettere il percorso di risanamento dei conti pubblici – in un quadro geopolitico in cui la richiesta di un maggiore contributo europeo alla difesa, proveniente anche da Washington, rende sempre meno rinviabili le scelte sul riarmo nazionale.
[foto: Nicholas Frisardi CC BY-SA 3.0]
Giorgio Raimondi è un professionista attivo nel settore dell’investment banking, con pluriennale esperienza tra Milano, Londra e Francoforte, presso primarie realtà di consulenza. Si occupa principalmente di accesso al credito per le imprese, finanza strutturata, operazioni con fondi di private equity e transazioni nel settore immobiliare. Ha conseguito la laurea magistrale in Amministrazione, Finanza Aziendale e Controllo presso l’Università Bocconi.



