Il 28 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il «Decreto Primo Maggio»: quasi un miliardo di euro stanziati per rafforzare l’occupazione stabile, tutelare le retribuzioni e contrastare lo sfruttamento nell’economia delle piattaforme digitali. Non è un provvedimento isolato: si inserisce in una strategia organica che il governo Meloni porta avanti dall’insediamento, e che con questo decreto acquisisce una fisionomia più matura. I dettagli del provvedimento sono consultabili sul sito del governo italiano.
Cosa prevede il decreto
Il salario giusto
La novità concettualmente più rilevante è l’introduzione normativa del salario giusto: il trattamento economico complessivo del lavoratore non può essere inferiore ai minimi fissati dai CCNL stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative. Non si fissa un valore orario per legge, ma si condiziona l’accesso agli incentivi pubblici al rispetto di questa soglia: le imprese che applicano contratti pirata o accordi sottocosto vengono escluse dai fondi pubblici. Un meccanismo selettivo più efficace di una semplice prescrizione normativa. Il decreto introduce inoltre un adeguamento automatico delle retribuzioni in caso di rinnovi contrattuali ritardati oltre i dodici mesi, con effetto dal 1° gennaio 2027. L’analisi tecnica della misura è disponibile su Il Sole 24 Ore.
Gli incentivi all’occupazione
Quattro misure di decontribuzione al 100%, rese strutturali per il 2026: il bonus donne (fino a 650 euro mensili per 24 mesi, 800 euro nelle regioni ZES per assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate); il bonus giovani (fino a 500 euro mensili per under 35 senza occupazione stabile, 650 euro nelle aree ZES); il bonus stabilizzazione per trasformazioni di contratti a termine in indeterminato; e un incentivo per le microimprese del Mezzogiorno che assumono over 35 disoccupati da almeno due anni. Il quadro completo è illustrato da QuiFinanza.
Il contrasto al caporalato digitale
Il decreto introduce una presunzione di subordinazione in presenza di controllo algoritmico e rafforza gli obblighi informativi delle piattaforme sull’economia on-demand. I rider dovranno accedere alle piattaforme con credenziali personali (SPID, CIE o account dedicato), con divieto esplicito di cessione dell’account: una misura efficace contro il caporalato digitale, che sfrutta identità altrui in forma organizzata attraverso network di lavoratori irregolari. Le piattaforme sono obbligate a conservare i dati delle prestazioni e renderli disponibili alle autorità. Il quadro normativo è analizzato da AgenSIR.
Il confronto con le legislature precedenti
Le riforme del lavoro degli ultimi trent’anni – da Treu (1997) al pacchetto Biagi (2003), dalla Fornero (2012) al Jobs Act (2015) – hanno privilegiato la flessibilizzazione contrattuale o la riforma degli ammortizzatori sociali, raramente la qualità della retribuzione. Quella stagione ha ridotto il lavoro sommerso ma ha alimentato il dualismo tra insider protetti e outsider precari, che ancora oggi pesa sul sistema. Il governo Conte I aveva introdotto il reddito di cittadinanza, misura di contrasto alla povertà con effetti ambigui sugli incentivi alla ricerca di lavoro, successivamente sostituita dall’attuale governo con strumenti più selettivi.
Il «Decreto Primo Maggio 2026» si distingue su due fronti: introduce per la prima volta la questione salariale come leva di politica pubblica attraverso il condizionamento degli incentivi, e dota l’Italia di un quadro normativo organico per il lavoro di piattaforma, terreno sul quale le legislature precedenti non erano mai intervenute in modo sistematico. I dati Istat più recenti confermano un tasso di disoccupazione al 5,2% – tra i valori più bassi degli ultimi vent’anni – e un tasso di occupazione al 62,4%. Nel corso del mandato i contratti a tempo indeterminato hanno registrato un aumento del 3,6% su base annua nel terzo trimestre 2024, gli occupati sono cresciuti di oltre un milione di unità e i precari sono diminuiti di 550 mila dall’insediamento del governo.
Il confronto europeo
Salario minimo legale: il contesto
Germania, Francia e Spagna prevedono un salario minimo legale; l’Italia no, insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia. Dal 1° gennaio 2026 la Germania ha portato il minimo orario a 13,90 euro (14,60 nel 2027); la Francia ha uno SMIC mensile di circa 1.823 euro; la Spagna 1.381 euro. I dati aggiornati sono disponibili su Eurostat. Il confronto numerico diretto è però fuorviante: come documenta la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, i principali CCNL italiani garantiscono già retribuzioni orarie lorde tra 9 e 11 euro, cui si aggiungono tredicesima, quattordicesima e TFR: istituti assenti nei sistemi dei Paesi comparati. La scelta del governo di puntare sul salario giusto anziché su un minimo legale è coerente con questa specificità strutturale del sistema italiano.
Il lavoro di piattaforma: l’Italia non è in ritardo
La Francia presenta un modello ibrido: il salario minimo legale (SMIC) convive con un sistema di contrattazione collettiva settoriale molto sviluppato. Ma i costi del lavoro per le imprese hanno richiesto un sistema esteso di decontribuzione – i cosiddetti allègements de charges – con un costo fiscale significativo. La Spagna ha invece operato aumenti del Salario Mínimo Interprofesional (SMI) da 736 euro nel 2019 agli attuali 1.381 euro: un incremento dell’88% in sette anni che, contrariamente alle attese, non ha prodotto aumenti significativi della disoccupazione. Il caso spagnolo non è però direttamente trasportabile: la Spagna ha riformato strutturalmente il mercato del lavoro nel 2021 e ha una storia contrattuale diversa da quella italiana.
Il decreto introduce inoltre uno sgravio per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, che valuta le politiche aziendali di welfare, conciliazione vita-lavoro e sostegno alla genitorialità: un tentativo di ancorare il supporto alla natalità a una cultura organizzativa strutturata, non solo a singoli istituti.
Il lavoro di piattaforma: l’Italia non è in ritardo
Sul fronte del lavoro digitale l’Italia si allinea alle tendenze più avanzate del continente. La Spagna ha anticipato con la Ley Rider del 2021; la Francia ha introdotto una Charte de responsabilité sociale pour les plateformes senza riconoscere la subordinazione; la Germania ha lasciato il tema alla giurisprudenza. Il decreto italiano, con la presunzione di subordinazione in presenza di controllo algoritmico, si avvicina al modello spagnolo e anticipa il recepimento della direttiva UE sul lavoro tramite piattaforme digitali.
Aspetti qualificanti del decreto
Un primo elemento da segnalare è la continuità strategica del provvedimento. Il decreto non si presenta come un’iniziativa estemporanea, ma si inserisce in una linea di politica del lavoro riconoscibile dall’insediamento del governo: incentivi selettivi per le categorie più vulnerabili, orientamento verso la stabilizzazione contrattuale, rafforzamento della contrattazione collettiva come strumento primario di tutela. In un sistema istituzionale dove i cambiamenti di governo si accompagnano spesso a discontinuità di indirizzo, questa coerenza può favorire la programmazione degli investimenti in capitale umano da parte delle imprese.
A questa coerenza si affianca un’innovazione concettuale di rilievo. Il salario giusto condizionato all’accesso agli incentivi pubblici è una soluzione originale nel panorama europeo, che consente di perseguire l’obiettivo della tutela retributiva senza imporre un valore fisso per legge: si preservano così la flessibilità della contrattazione collettiva e il patrimonio di istituti, dalla tredicesima al TFR, che caratterizzano strutturalmente il sistema italiano rispetto agli altri Paesi europei. Non è un escamotage tecnico, ma una scelta di sistema coerente con la tradizione giuridica italiana e con le posizioni storicamente espresse dalle stesse organizzazioni sindacali maggiori.
Sul fronte del lavoro digitale, il decreto colma un vuoto normativo che le legislature precedenti avevano lasciato aperto. L’Italia si dota per la prima volta di un quadro organico per il lavoro tramite piattaforme, con strumenti concreti contro il caporalato digitale e tutele reali per i rider: una risposta tempestiva a fenomeni di sfruttamento che hanno assunto dimensioni rilevanti nelle principali aree urbane e che anticipano il recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali. Infine, la selettività territoriale del provvedimento, con incentivi maggiorati nelle regioni ZES e misure dedicate alle microimprese del Mezzogiorno, riconosce esplicitamente che il dualismo nord-sud del mercato del lavoro non può essere affrontato con strumenti uniformi: un principio di differenziazione coerente con l’obiettivo nazionale di ridurre i divari regionali che da decenni frenano la crescita complessiva del Paese.
Le sfide aperte e i risultati già conseguiti
Una valutazione onesta del decreto non può tacere le sfide che esso lascia aperte, ma deve collocarle nel contesto dei risultati già conseguiti. La prima riguarda la sostenibilità finanziaria: i 934 milioni stanziati richiedono rifinanziamento a ogni legge di bilancio. Va però riconosciuto che il governo Meloni ha mantenuto questa linea con coerenza sin dall’insediamento, anno dopo anno: un segnale di priorità che le legislature precedenti non avevano saputo esprimere con altrettanta continuità. La seconda sfida riguarda la produttività strutturale, un deficit decennale che nessun singolo decreto può colmare da solo. Ma i risultati complessivi del mandato parlano chiaro: oltre un milione di occupati in più, 550 mila precari in meno, un tasso di disoccupazione al 5,2% tra i valori più bassi degli ultimi vent’anni. Una strategia che sembra funzionare.
Sul piano della contrattazione collettiva, la definizione di «maggiore rappresentatività» dovrà essere chiarita in sede applicativa, e il governo ha già avviato questo percorso attraverso il CNEL. Il divario occupazionale giovanile rimane infine una priorità che il decreto affronta con il bonus giovani e il bonus stabilizzazione, e sulla quale l’esecutivo ha già mostrato consapevolezza e intenzione di intervento strutturale: un cantiere aperto, ma con una direzione chiara.
Le critiche dell’opposizione: argomenti e controfatti
Le critiche mosse al decreto dall’opposizione si sono concentrate su tre argomenti che meritano una risposta basata sui dati. Il primo è che il provvedimento non metta denaro direttamente in busta paga e serva a bloccare il salario minimo legale. È un’obiezione che coglie una distinzione reale: la decontribuzione agisce sul costo del lavoro per le imprese, non sui salari individuali. Tuttavia i dati del mercato del lavoro nel corso del mandato – oltre un milione di occupati in più, 550 mila precari in meno, tasso di disoccupazione al 5,2% – suggeriscono che la strategia occupazionale ha prodotto effetti concreti. Quanto al salario minimo legale, vale ricordare che anche CGIL, CISL e UIL hanno storicamente preferito la contrattazione collettiva come strumento primario di tutela salariale.
Il secondo argomento è che il decreto si limiti a prorogare misure già esistenti. In parte è così: la componente degli incentivi contributivi è un rinnovo di strumenti già sperimentati. Tuttavia il meccanismo del salario giusto come condizione di accesso agli incentivi rappresenta una novità nell’ordinamento italiano: è la prima volta che i sussidi pubblici alle imprese vengono esplicitamente condizionati alla qualità del trattamento retributivo. I dati sui contratti a tempo indeterminato, cresciuti del 3,6% su base annua nel 2024, suggeriscono che gli strumenti già in vigore abbiano avuto un effetto positivo sull’occupazione stabile.
La terza critica è che il decreto rischi di legittimare i contratti pirata. Il testo del provvedimento va però in direzione opposta: le imprese che applicano contratti non rappresentativi vengono escluse da bonus fino a 650-800 euro mensili per lavoratore. Si tratta di una leva economica concreta, che crea un disincentivo significativo all’uso di contratti sottocosto. La definizione precisa di “maggiore rappresentatività” resta da chiarire in sede applicativa, e sarà quello il vero banco di prova del meccanismo.
Conclusions
Il «Decreto Primo Maggio 2026» si inserisce in una strategia di politica del lavoro portata avanti con continuità dall’insediamento del governo. I dati del mercato del lavoro nel corso del mandato – tasso di disoccupazione al 5,2%, riduzione dei contratti precari, crescita dell’occupazione stabile – offrono un punto di riferimento oggettivo per valutarne la direzione. Il decreto aggiunge a questo quadro un elemento qualitativo rilevante: per la prima volta nell’ordinamento italiano il sistema degli incentivi pubblici viene condizionato alla qualità del trattamento retributivo, creando un legame esplicito tra sussidi alle imprese e rispetto dei lavoratori.
Nel confronto con le legislature precedenti, poche riforme avevano saputo affrontare simultaneamente la questione salariale e quella del lavoro digitale con strumenti così organici. Nel confronto europeo, la scelta del salario giusto anziché del salario minimo legale non è un ritardo ma una soluzione coerente con le specificità strutturali del sistema contrattuale italiano, che merita di essere valutata nei suoi effetti nel tempo. Le sfide che restano aperte – dalla produttività alla rappresentatività sindacale, dal lavoro giovanile alla sostenibilità degli incentivi – richiedono risposte di lungo periodo. La direzione intrapresa con questo decreto è quella giusta: toccherà ai prossimi anni confermarne i risultati.
Giorgio Raimondi è un professionista attivo nel settore dell’investment banking, con pluriennale esperienza tra Milano, Londra e Francoforte, presso primarie realtà di consulenza. Si occupa principalmente di accesso al credito per le imprese, finanza strutturata, operazioni con fondi di private equity e transazioni nel settore immobiliare. Ha conseguito la laurea magistrale in Amministrazione, Finanza Aziendale e Controllo presso l’Università Bocconi.


