Le retate dell’ICE e l’escalation a Los Angeles
Negli ultimi mesi, la gestione dell’immigrazione negli Stati Uniti è riemersa come tema centrale del dibattito internazionale. Lo scorso giugno 2025, la Casa Bianca ha ordinato all’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione, di aumentare drasticamente le retate per raggiungere l’obiettivo record di 3.000 arresti al giorno, contro i circa 1.000 precedenti.
Nei giorni immediatamente successivi, gli agenti dell’ICE hanno intensificato i blitz nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici di Los Angeles, con numerosi arresti di migranti senza documenti. Le operazioni hanno acceso le tensioni: le prime manifestazioni sono sfociate in violenti scontri con gli agenti federali, che si sono protratti per diversi giorni. Alcuni dimostranti hanno bloccato un’autostrada, incendiato taxi Waymo nei pressi del Metropolitan Detention Center e lanciato detriti contro i veicoli della Border Patrol. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e “flash-bangs” per disperdere la folla.
Di fronte all’escalation, il presidente Donald Trump ha ordinato il dispiegamento di 2.000 membri della Guardia Nazionale della California per supportare le operazioni federali, una misura che ha suscitato numerose controversie, anche perché presa contro il parere delle autorità locali. Gavin Newsom, infatti, ha sostenuto che spetta a lui, in quanto governatore della California, decidere sull’impiego della Guardia Nazionale, definendo l’azione di Trump come “un inequivocabile passo verso l’autoritarismo“.
Poche ore dopo, la Casa Bianca ha annunciato che anche un battaglione di circa 700 marines, addestrati al controllo della folla e alla de-escalation, era stato preparato per un eventuale intervento.
Le manifestazioni si sono rapidamente estese ad altri stati, tra cui Texas, Arizona, New Mexico e Nevada. In Texas, il governatore Greg Abbott ha mobilitato oltre 5.000 soldati della Guardia Nazionale e più di 2.000 poliziotti statali per assistere le forze dell’ordine locali.
La Guardia Nazionale, tecnicamente una forza di riserva con comando statale ma che il Presidente può porre sotto controllo federale, non fa parte dell’esercito regolare: agisce come un ponte tra autorità civili e militari federali. Tuttavia, il suo impiego per fermare le proteste, assieme a quello dei marines, ha riacceso il dibattito sul ruolo delle forze armate in contesti interni.
Una diffidenza radicata nella storia americana
Questi eventi hanno riportato alla luce una tensione storica che ha segnato l’identità politica americana: il difficile equilibrio tra la necessità di sicurezza e l’idea, radicata fin dall’epoca dei Padri fondatori e alimentata dall’etica protestante, che l’uso dell’esercito contro i cittadini rappresenti un potenziale pericolo per le libertà civili. Più che semplici episodi di cronaca, le proteste di giugno 2025 dimostrano quanto questa diffidenza storica verso l’esercito continui a modellare la percezione del potere federale negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, l’idea di libertà individuale non è solo un principio giuridico, ma una convinzione culturale che affonda le sue radici nel protestantesimo. L’etica protestante, con la sua enfasi sull’autodeterminazione individuale, ha plasmato fin dall’inizio l’identità americana e il modo in cui essi concepiscono il potere politico: lo Stato deve essere limitato, controllato e sempre subordinato ai diritti dei cittadini.
Dalle origini repubblicane alla Guerra Fredda
L’opposizione a un esercito permanente è stata uno dei pilastri del testo costituzionale statunitense. Rifletteva i principi per cui le colonie avevano combattuto contro la madre patria britannica: la difesa della libertà e il rifiuto di qualsiasi potere capace di trasformarsi in tirannia. I Padri Fondatori volevano a tutti i costi evitare di replicare il modello di Stato europeo, basato su un forte apparato fiscale e militare che rischiava di comprimere le libertà individuali.
La giovane confederazione dei tredici Stati, dotata di un Congresso debole e privo di forze armate stabili, dovette tuttavia confrontarsi con una realtà geopolitica complessa: difendere i confini, fronteggiare le popolazioni native e contrastare le ambizioni spagnole e britanniche. A un certo punto, creare un esercito permanente divenne inevitabile per garantire la sicurezza dello Stato. Ma questa scelta rappresentava una minaccia per il principio fondante della libertà individuale e alimentava il timore di un potere centrale troppo forte.
Gli Stati Uniti non nacquero quindi come una democrazia moderna nell’accezione odierna, ma come una repubblica in cui il potere doveva essere strettamente contenuto per garantire i diritti dei cittadini americani. Dunque, il concetto di libertà individuale era legato alla virtù civica repubblicana: il buon cittadino doveva essere pronto a difendere la propria comunità. In quest’ottica, la sicurezza si fondava sulla mobilitazione delle milizie locali, piuttosto che di un esercito permanente che avrebbe ricordato troppo quello britannico.
In questo contesto fu approvato il Secondo Emendamento: un compromesso che, affidando la sicurezza alle milizie locali e ai cittadini armati, permetteva di proteggere lo Stato senza costruire un apparato militare centralizzato sul modello europeo.
Infatti, fino alla Seconda guerra mondiale, la prassi politica statunitense prevedeva che, terminato un conflitto, le forze armate venissero ridimensionate e poste sotto il controllo del Congresso, considerato l’espressione della volontà popolare. Per garantire il primato del potere civile su quello militare, la Costituzione affidò proprio al Congresso il potere di dichiarare guerra e finanziare l’esercito. Con la Guerra Fredda, però, questo equilibrio cambiò radicalmente: la minaccia globale portò a un esercito stabile e a un rafforzamento del potere esecutivo, soprattutto dopo la risoluzione del Golfo del Tonchino.
Alexander Hamilton aveva già intuito questa dinamica, osservando che “è nella natura stessa della guerra rafforzare l’autorità dell’esecutivo a scapito del legislativo”.
La posizione geografica degli Stati Uniti, protetti dagli oceani e lontani dai fronti europei, aveva permesso per lungo tempo di evitare un esercito permanente. Hamilton sosteneva che, se uniti e saggi, gli americani avrebbero potuto godere a lungo di questo privilegio quasi insulare.
Anche se, allo stesso tempo, compensarono il loro isolazionismo internazionale con un’espansione verso ovest, già ben avviata all’epoca.
Una tensione che sopravvive ancora oggi
Questa diffidenza storica verso un esercito permanente ha lasciato un’impronta profonda nella cultura politica statunitense. Molti americani, ancora oggi, non sono abituati a vedere le forze armate intervenire per sedare proteste interne: nella loro tradizione, la sicurezza interna è sempre stata prerogativa delle milizie statali o delle forze dell’ordine civili, non dell’esercito federale.
Così, quando i militari vengono dispiegati sul territorio nazionale, come accaduto di recente durante le tensioni legate all’immigrazione, l’opinione pubblica reagisce con sorpresa e diffidenza, in quanto evoca il rischio di repressione politica e appare come un tradimento dello spirito della Costituzione.
Un sondaggio Reuters/Ipsos del 12 giugno 2025 ha mostrato un Paese spaccato: il 48% degli americani approva l’impiego delle forze militari per sedare proteste violente, mentre il 41% vi si oppone. Altri sondaggi, come quelli by Washington Post–Schar School and YouGov, confermano questa divisione: il sostegno è ampio tra gli elettori repubblicani ma scarso tra democratici e indipendenti, con una particolare contrarietà in stati come la California, dove l’intervento è avvenuto.
La strategia di Trump: sicurezza o autoritarismo?
La scelta di Trump risponde ad una strategia politica precisa: proiettare un’immagine di forza e controllo dei confini, parlando direttamente alla sua base elettorale, per la quale l’immigrazione irregolare rappresenta non solo una questione di sicurezza ma anche un simbolo identitario.
Al tempo stesso, l’impiego di forze federali nelle strade segnala un messaggio agli avversari: il governo è disposto a usare tutti i mezzi che ha a disposizione per imporre l’ordine, soprattutto all’interno delle città democratiche.
Tuttavia, questa decisione ha alimentato accuse di autoritarismo e ha rinnovato il timore che il potere esecutivo possa oltrepassare i suoi limiti costituzionali, trasformando lo strumento militare in un mezzo di repressione interna. Questa spaccatura nell’opinione pubblica mostra come il delicato equilibrio tra sicurezza e libertà individuali continui a essere una delle questioni centrali dell’identità politica americana.
Antonella Bovino è una studentessa Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. Si occupa di analisi geopolitiche con focus sull'Africa Subsahariana.





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