Doveva essere un voto destinato a scuotere la Germania e l’Europa.
Lo è stato.
A tre giorni dalla chiusura delle urne si può affermare fin da subito che mai, nella storia dell’Europa unita, un voto regionale aveva fatto tanto rumore. Con la vittoria di AfD delle elezioni per il Landtag della Sassonia-Anhalt si apre una fase nuova per quanto riguarda la politica tedesca i cui esiti navigano ancora nell’assoluta imprevedibilità.
I numeri
Il primo dato da considerare è che la tornata elettorale appena conclusa vede l’archiviazione, almeno in questa parte di Paese, dell’assetto politico che aveva fino ad oggi garantito la stabilità della politica teutonica. La CDU, un tempo autentico Volkspartei (partito della nazione), soprattutto da queste parti, è la grande sconfitta: con il 17,2% dei voti (i sondaggi la davano oltre il 22%) dimezza i propri consensi in quella che è una sanguinosa bocciatura non solo del governo locale, in mani centriste fin dal 2002, ma anche e soprattutto della cancelleria federale. Il partito che solo pochi anni fa, “regnante” Angela Merkel, raccoglieva quasi il 40% dei consensi in questo grande ma poco popoloso Land dell’est, si avvia a diventare una forza residuale, esattamente come la vecchia SPD, che nelle miniere dello Harz e nelle fabbriche di Halle mosse i suoi primi passi; con un modesto 9,3% i socialdemocratici, mai realmente ripresisi dalla fallimentare cancelleria Scholz (2021-2025), non sembrano più essere una forza decisiva. La bocciatura, forte e chiara, non è dunque arrivata soltanto per i candidati centristi e socialdemocratici, ma per un intero sistema.
Trent’anni fa CDU e SPD radunavano, assieme, quasi il 70% degli elettori, oggi si fermano poco oltre il 26%. La marginalizzazione dei due grandi partiti del centro e della sinistra non ha soltanto un significato meramente politico, ma espone la situazione ad una valutazione storica che vede l’assetto politico nato dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale ormai prossimo al pensionamento. Con i due grandi partiti del centro e della sinistra moderata che ormai convincono solo un elettore su quattro, i tre quarti dell’elettorato sono egemonizzati da partiti più o meno giovani quali i Verdi (nati nel 1980), Die Linke (nata nel 2007) e l’AfD (nata nel 2013). Gli ambientalisti, mai forti ad Est della vecchia cortina, hanno aumentato leggermente i loro consensi passando dal 5,9% al 8,9%, voti provenienti in gran parte da Die Linke, la quale cala dal 11% del 2021 al 8,6%. Fuori dal parlamento, dopo anni, i liberali della FDP, che passano dal 6,4% al 2,6% (perdendo voti soprattutto verso AfD), mentre entrano per la prima volta nel Landtag i rappresentanti della BSW di Sahra Wagenknecht, i cinque deputati della quale godranno di un’influenza considerevole. Vincitrice assoluta della competizione è proprio l’AfD, che raddoppia i consensi passando dal 20,8% del 2021 al 43,8% di tre giorni fa.
Con o senza AfD, la fine del Brandmauer
Con numeri di questo tenore, peraltro benedetti da un’affluenza altissima (quasi l’80% degli aventi diritto si è recata alle urne), il candidato alla presidenza di AfD Ulrich Siegmund rivendica per sé la carica di presidente del Land, ma non potrà formare un governo monocolore, evento peraltro molto raro nella Germania postbellica. I numeri parlano chiaro: i seggi necessari per formare un governo sono 42 e l’AfD si è fermata a 39. Ed è qui che entra in gioco il famigerato Brandmauer, la cintura di fuoco volta ad escludere dal governo qualsiasi partito a destra della CDU, nonché patto informale sul quale si sono poggiati ottant’anni di politica postbellica tedesca. Escludendo l’AfD, ovvero i vincitori delle elezioni, tutte le altre sigle raccolgono 44 seggi, appena due in più di quelli necessari per ottenere la fiducia. Una coalizione di questo genere, già di per sé difficile da assemblare a causa dei veti incrociati (la CDU si rifiuta di coabitare con la Linke e BSW, venendo ampiamente ricambiata) sarebbe continuamente appesa ai capricci delle minoranze, così come difficilmente giustificabile sarebbe, davanti all’opinione pubblica, l’attribuzione della carica di presidente del Land ad un esponente della CDU, ovvero il partito più sonoramente bocciato alle urne, che si troverebbe, da aspirante partito conservatore ed economicamente liberale, vincolato ai diktat della sinistra più radicale, decrescista ed assistenzialista. Siegmund, dal canto suo, non ha fretta e, come rimarcato anche dalla co-leader nazionale Alice Weidel, rimarca che AfD è pronta a collaborare con tutti. La prima a rispondere a queste parole è stata proprio la leader di BSW Sahra Wagenknecht, la quale aveva già precisato prima del voto di essere pronta a collaborare con l’AfD “su singoli provvedimenti”, e che ha confermato le sue dichiarazioni quando ormai si era concretizzata l’entrata nel Landtag della formazione che porta il suo nome. Affermazioni di questo tenore, impensabili soltanto tre anni fa, costituiscono già da sole la fine del Brandmauer, a cui si è aggiunta solo poche ore fa l’affermazione del locale segretario della BSW John Lucas Dittrich, che si è detto pronto ad appoggiare un nome di AfD quando si tratterà, in sede di emiciclo, di votare la fiducia.
Lo scacco della CDU
I rischi più grandi li corre però la CDU. Nonostante sia ancora il secondo partito nel Land e nel Paese, la situazione per i centristi è molto critica. La strategia del cancelliere Friedrich Merz, che intendeva bloccare AfD rincorrendola a destra, dopo la lunga stagione merkeliana dove la CDU era diventata sostanzialmente indistinguibile da un partito liberalsocialista, ha clamorosamente fallito. Se alle federali si votasse oggi gli eredi del glorioso Zentrum si fermerebbero al 19,5%, una debâcle. In un simile scenario ad essere in pericolo non è solo l’architettura del sempre più pericolante Brandmauer ma anche quella della stessa CDU. Come già ricordato, al Landtag di Magdeburgo il candidato di AfD abbisogna di soli tre deputati per poter governare e la CDU ne ha portati 16 nel nuovo emiciclo; difficile pensare che tra essi non si possano trovare tre “volonterosi” disposti a puntellare il governo creando un embrione teutonico di quello che in Italia si chiama Centrodestra. I contatti, dietro le quinte, ci sono da tempo e non è un mistero che diversi esponenti della CDU, soprattutto rappresentanti della componente orientale del partito, vedrebbero di buon occhio la collaborazione con una sigla che, più che a un partito neonazista, assomiglia molto alla CDU di qualche decennio fa. Un’azione di questo genere costituirebbe però, oltre alla fine sostanziale del Brandmauer, anche una grossa scossa a livello federale. Anche se gli eventuali volonterosi fossero, come probabile, espulsi dal partito, ciò non salverebbe quest’ultimo da forti contrasti sia esterni (con la SPD e gli altri partner di sinistra, ma anche con gli alleati bavaresi della CSU) sia interni (tra favorevoli a una collaborazione con AfD ed ala intransigente).
Che una parte dei centristi simpatizzi per la sigla di Alice Weidel non è, del resto, una novità: tutte le analisi sui flussi elettorali degli ultimi anni confermano che la gran parte dei voti (e dei quadri dirigenti) del partito nazional-populista provengono da ex elettori della CDU e, in minor parte, dal partito liberale FDP. Si tratta quindi di simpatizzanti ed elettori di quello che in Italia chiameremmo centrodestra, a cui si somma una componente che potremmo definire “protestataria” proveniente da ex astensionisti. Di fronte a questi dati e con un’affluenza elettorale molto alta diventa difficile parlare di “nazismo”, e diversi esponenti della CDU sembrano rendersene progressivamente conto. La lunga stagione di “grandi coalizioni” con le sinistre inaugurata dalla Merkel e proseguita con l’attuale cancelleria Merz sta quindi presentando il conto, e l’elettorato conservatore volta infine le spalle ad un partito finito stritolato dall’abbraccio socialdemocratico e verde. Non sorprende, a tale riguardo, che in Baviera, dove la CDU è rappresentata dalla sigla locale CSU, ben più a destra e ancorata ai valori tradizionali del cattolicesimo alpino, l’AfD si fermi “solo” al 20%, con i cattolici conservatori saldi al 38%. In poche parole, dove il conservatorismo moderato è rimasto fedele alle sue radici i populisti di AfD non riescono a sfondare. La Baviera è però una peculiare eccezione, sia per il forte radicamento cattolico della popolazione sia perché la Christlich-Soziale Union, sigla egemone a Monaco, pur essendo alleato di ferro della CDU costituisce a tutti gli effetti un partito separato.
Fine di Merz o fine del Centro?
La sensazione è che per la CDU il tempo sia ormai molto vicino allo scadere: tramortito dai lunghi anni del regno Merkel e frustrato nella sua ambizione di ritornare punto di riferimento della destra germanica, il partito sembra condannato a compiere soltanto scelte sbagliate, una situazione senza uscita che il gergo scacchistico designa, proprio in lingua tedesca, come Zugzwang (situazione in cui un giocatore è obbligato a fare una mossa, ma qualsiasi mossa decida di compiere peggiora la sua posizione, causando una perdita di materiale o la sconfitta). Se da un lato è certo che sarebbe suicida continuare a rincorrere a destra la AfD, è chiaro anche che lo sarebbe altrettanto ritornare alla stagione merkeliana di flirting con i socialdemocratici, con i quali Merz è comunque costretto a governare, e soprattutto con i Verdi, per di più senza la disinvolta libertà d’azione realpolitica della cancelliera nell’ambito della politica estera. Uno scenario pessimo, che probabilmente colloca una pietra tombale sul destino politico di Merz, a lungo considerato astro nascente della politica tedesca, dopo appena un anno di cancellierato. L’azzoppamento della Cancelleria rischia a ben vedere di essere la conseguenza più macroscopica della recente tornata elettorale sassone: con AfD in marcia verso il 30% dei voti, la tentazione di sfiduciare Merz, ratificando ormai un comune sentire nel Paese, e andare alle urne anticipatamente finché i numeri del cordone sanitario possono ancora reggere appare improvvisamente allettante.
In tal senso molto dipenderà dalle prestazioni alle incombenti elezioni regionali a Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, entrambe previste per il 20 settembre prossimo; se anche queste dovessero andare male per la CDU, ed è molto probabile che lo facciano, è facile ipotizzare che il Cancelliere non arriverebbe a “mangiare il panettone”. L’ipotesi del siluramento di Merz apparirebbe necessaria anche nel caso la CDU decidesse di pensionare il Brandmauer e cominciare a collaborare con AfD; un’opzione al momento impensabile ma non troppo, ma che di certo non potrebbe essere portata avanti da Merz, che della lotta ad AfD aveva fatto una bandiera. Da questa eventuale decisione dipende, probabilmente, la sopravvivenza stessa della CDU.
L’asse franco-tedesco
A fronte di questa complicata situazione appare ormai morente, lo si ripeta ancora una volta, l’ordine politico postbellico tedesco così come lo avevamo conosciuto. Quell’ordine basato su di una solida alternanza tra centristi e socialdemocratici, con occasionali puntelli liberali e, dagli anni Ottanta in poi, ambientalisti, appare sempre più consegnato alla storia. La Germania si trova quindi di fronte ad un momento capitale della sua storia politica, potendo scegliere o una via italiana, quella che cioè apre le porte ad una collaborazione tra destra e centro (ma senza una potente figura federatrice come Silvio Berlusconi) o una via francese, fatta di una resistenza a oltranza su due fronti (contro destra conservatrice e sinistra radicale) del centro liberale. Una soluzione, quest’ultima, che però sembra sempre meno percorribile dato che anche il centrismo transalpino non sembra navigare in buone acque (i sondaggi indicano En Marche come sicura perdente al secondo turno contro il Rassemblement National indipendentemente dal nome del candidato). Considerando la data delle prossime presidenziali francesi, che si terranno tra soli sette mesi, è facile ipotizzare acque molto agitate in sede comunitaria. La prossima estate l’Unione Europea potrebbe contemplare sia le macerie del Brandmauer tedesco che quelle del Cordon Sanitaire transalpino: le conseguenze sarebbero radicali e imprevedibili per tutti.
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Research fellow at the Machiavelli Center. A philosophy scholar, he has been working for years on the topic of the revaluation of nihilism and the great German Romantic philosophy.




