Alla fine abbattere le statue era sbagliato. Si può partire da qui per riassumere così il dibattito innescato in Italia dopo le dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez al programma This Week dell’ABC ai primi di agosto. Lo ha fatto ad esempio la giornalista Giovanna Botteri a In onda, il salotto buono estivo de La7, dichiarando in una clip diventata virale:
“Il problema della cultura woke è stata a un certo punto la cancel culture, la cancellazione e la rivisitazione della storia in versione cancelliamo tutto. Abbattere le statue e Cristoforo Colombo. E questo ha portato a una sorta di autolesionismo dell’intero movimento. Quindi Alexandria Ocasio-Cortez dice attenzione teniamo quello che c’è di buono, salviamo il bambino e buttiamo via l’acqua…”.
La caratura della giornalista e il contesto dell’intervista rappresentano una perfetta cartina tornasole di come il dibattito nel centrosinistra italiano abbia cercato di scrollarsi rapidamente di dosso l’etichetta woke con apripista la lettera del movimentista Giuseppe Conte a La Repubblica e le dichiarazioni social di figure di primo piano dell’area moderata come Matteo Renzi e Giorgio Gori. Va detto però che non sono mancati distinguo proprio su Repubblica, che rilancia la posizione di Susan Neiman: rivalutare l’Illuminismo (corrente criticata da quei francofortesi e postmodernisti francesi alla base dell’ideologia woke) e definire il wokeismo come una “cosa di destra” (posizione ben riassunta da Alessio Mannino su Inside Over).
E ancora Elisabetta Piccolotti, deputata di AVS, che sempre su Repubblica precisa: “Nel nostro Paese non esiste una soggettività politica organizzata che abbia promosso la cancel culture”. In sostanza si fa finta che non essendoci un wokeismo esplicitamente programmatico in Italia il woke sia esistito solo come spettro agitato dalla destra. O Diego De Leornadis dalle pagine di Valigia Blu, nel ricostruire puntualmente i passaggi dell’intervista della Ocasio-Cortez e del passaggio incriminato “Woke 1 was crazyyyy”, a sua volta citazione di un tweet del consigliere comunale newyorkese Chi Ossé, propone la lettura che AOC volesse dire tutt’altro e non rinnegare il wokeismo. A partire da quel “crazyyyy” che sarebbe da tradurre non come “una pazzia” bensì “pazzesco”, da leggere con il tono entusiastico di un personaggio vanziniano e un po’ provinciale nelle sue Vacanze a New York. Davide Piacenza nella sua newsletter Culture Wars va oltre e definisce la definizione di Woke 1 «una sorta di meme», sorta di inside joke interno alla comunità dei socialisti a stelle-e-strisce.
Se anche Chi Ossé avesse voluto dire altro (ampiamente possibile) resta il fatto che come insegnano postmodernisti e decostruzionisti, ovvero la malapianta della filosofia francese contemporanea, la narrazione è più importante dei fatti. La narrazione dice che il woke è stato una follia, e la sinistra italiana ne sta prendendo atto. Semplice abbandono dell’ideologia? Rebranding della stessa? O per citare sequel in cui il 2 è stato anche meglio dell’1 sta per arrivare lo “Scontro Finale” o “Giorno del Giudizio”? O il woke “colpirà ancora”?
Di ideologia woke si muore
Prima dell’analisi è doverosa una precisazione. Woke può essere inteso come strettamente riferito alla Teoria critica della razza e al principio intersezionale o come termine ombrello in cui ricadono tutte le fattispecie di cui la sinistra liberal a stelle-e-strisce si è fatta portavoce per quasi un decennio. Avendone scritto dal 2018 in decine di articoli e diversi libri, darò per scontata la seconda interpretazione.
Innanzitutto, con buona pace della Botteri, gli eccessi del woke non sono stati solo le “statue di Cristoforo Colombo” abbattute. La cancel culture è una manifestazione gravissima della fenomenologia woke, per cui è anche lecito utilizzare il termine di “genocidio culturale” per l’impatto di lungo periodo che causa.
Ma il woke ha fatto danni ben più immediati e manifesti, si pensi all’omicidio dello studente britannico diciottenne Henry Novack nel dicembre 2025, con la polizia che ha setacciato le sue chat private fino a sei anni prima sperando di trovare una frase “razzista” che permettesse di ammorbidire la narrazione intorno al caso. Una cosa che non nasce nel 2025 o nel 2020, ma come scriveva Roger Scruton nel 2014 parlando dello scandalo degli abusi a Rotherham, il primo nucleo della vicenda delle grooming gangs pakistane, con origini che risalgono agli anni ’90:
“La polizia è più preoccupata della correttezza politica che della criminalità. Il risultato è stato che le forze dell’ordine fanno di tutto per evitare l’accusa di razzismo, mentre gli assistenti sociali esitano a intervenire in qualsiasi caso in cui potrebbero essere accusati di discriminare le minoranze etniche”.
Era l’agosto di dodici anni fa. Il termine woke iniziava appena a farsi strada, ma tutto il marcio armamentario ideologico era già presente da un pezzo. E quando si parla degli eccessi del woke prima della cancel culture, prima delle schwa e degli arcobaleni bisognerebbe rivolgere una preghiera alle sue vittime.
Abbandonare la zavorra comunicativa
Sul perché la sinistra sia oggi ben lieta di scrollarsi di dosso il woke (che magari “ha fatto anche cose buone”, spesso ridotte al solo principio intersezionale. Parola di Chiara Valerio sulle pagine di Repubblica valutando come positivo il fatto che le battaglie debbano procedere in parallelo, elemento noto ai socialisti già ai primi del Novecento) la prima ipotesi è quella dell’abbandonare uno slang non più in linea con gli obiettivi attuali.
Così come nessuno a sinistra parla più di “terra ai contadini” nemmeno quando si fa critica del caporalato (perché vengono prima gli interessi della grande distribuzione), il woke finisce nel museo ideologico. D’altronde la querelle mediatica su “Il primo Woke è stato una pazzia” nasce parlando di abolizione/defunding della polizia da parte di altri candidati locali della Democratic Socialists of America di cui la Ocasio-Cortez e il sindaco di New York Mamdani sono i pezzi forti.
The defund the police e la scelta dei procuratori ultra-liberal (spesso eletti grazie alle sovvenzioni di George Soros, come spiega un articolo del Washington Post) di non perseguire come crimini i taccheggi nei negozi sono ormai un ricordo del passato. Sono tra le prime cause del secondo mandato di Trump e il fatto che la microcriminalità senza controllo portava a un decremento del valore immobiliare, cosa non gradita ai grandi fondi. Il più celebre tra questi “procuratori” fu Chesa Boudin, figlio di esponenti dell’organizzazione terrorista di sinistra Weather Underground. Rimosso prima della scadenza del mandato con un clamoroso “voto di richiamo” nel 2022, dopo soli tre anni, dovette abbandonare la carriera politica ma venne assunto all’Università della California come direttore della Scuola di Diritto.
Allo stesso modo, per quanto sulla carta i democratici continuino a stigmatizzare il fatto che Trump voglia far gareggiare negli sport femminili solo le donne nate donne alla nascita, negli Stati Uniti stanno fioccando le cause fatte dalle detransitioner, soprattutto giovani donne mutilate dalle transizioni premature e non necessarie, agevolate proprio dalle politiche woke. Per ora non ci sono ancora class action collettive, ma per chi conosce il sistema giudiziario statunitense è chiaro che se le singole cause si accorpassero diventerebbe uno scandalo nazionale. Col rischio che ne risenta anche chi ha promosso questa narrazione a livello politico. Un’altra delle follie del primo woke.
Quindi i Democratic Socialists of America hanno dovuto abbandonare quel tipo di immaginario anche perché la crisi di consenso di Trump in vista delle elezioni di medio termine offre una grande opportunità che va colta.
MAGA versus woke
Alle ultime presidenziali Trump ha vinto grazie alla grande capacità di mobilitazione offerta dalle diverse anime del mondo MAGA proprio contro il radicalismo woke. Per quanto possa sembrare paradossale, Trump non ha vinto mobilitando gli estremisti, ma mobilitando quella maggioranza silenziosa e disillusa che si è “radicalizzata” non per Trump, ma per gli eccessi del wokeismo.
Adesso l’immagine di Trump è in crisi per la questione iraniana e il mondo MAGA è scosso da gravi fratture: la maggioranza silenziosa è tornata nel limbo della disillusione col rischio di non farsi vedere alle urne.
Per i democratici quindi ha oggi gioco facile presentarsi come i moderati, rinunciando al marchio woke che era servito soprattutto a galvanizzare i giovani, anche con ottimi risultati, come nelle precedenti elezioni di medio termine. Quei giovani che erano serviti a eleggere Biden e che oggi, meno giovani, hanno a che fare con i più classici problemi degli adulti., dal caro benzina ai mutui universitari. Alexandria Ocasio-Cortez non è diventata moderata perché oramai trentasettenne, ma perché si è avvicinato ai quaranta il suo elettorato.
Abbandono o rebranding?
Quindi dal punto di vista della politica a stelle e strisce il “woke 1 was crazyyyy” è effettivamente l’abbandono dei temi più controversi. Ma allo stesso tempo si presta a una semplice riconfigurazione dell’immagine del woke: i principi della teoria critica della razza e quello intersezionale restano al loro posto, dopo aver smussato alcuni elementi più controversi e di sicuro di scarso appeal per quei moderati che ora si vorrebbe attrarre a sinistra.
Come dimostrano le geremiadi internazionali per la morte di Jason Arday, tutto l’armamentario sul white privilege rimane. Così come si cercano di coprire gli scandali come quello dei rimborsi alle no-profit per gli immigrati somali, con addirittura la California che con la legge AB2624 ostacola fortemente il giornalismo investigativo nei confronti delle organizzazioni che offrono servizi agli immigrati, ovviamente per “limitare il razzismo”. O la vicenda della Corte Suprema del Massachusetts che ha impedito l’installazione delle statue dei santi patroni, San Michele (polizia) e San Floriano (Vigili del fuoco) nel nuovo edificio del dipartimento della sicurezza pubblica di Quincy in nome della “libertà religiosa”.
Libertà religiosa da intendere in un’unica direzione, ovviamente. Anche perché rimodulare il woke serve anche a un altro elemento, approcciarsi in maniera più sobria nei confronti degli elettori islamici. Si veda la comunicazione del Green party britannico, che con il consueto humor inglese si dice che prima fosse verde perché ambientalista, ora verde perché islamico. Gli esponenti dei green si approcciano alla comunicazione in maniera meno strillata sui temi arcobaleno, e allo stesso i loro candidati islamici, che si fanno scudo dei principi intersezionali per la lotta delle minoranze, ma, a parte dichiarazioni di circostanza, rigettano tutto l’armamentario LGBTQ.
Comunque le follie del Woke 1 continuano imperterrite. Il 7 agosto il paludato Economist ci raccontava del Defund “Paw Police” (il cartone per bambini con i cani poliziotto/pompieri) riprendendo una vecchia polemica del Guardian del 2021, in quanto essendoci cani poliziotto è evidente un sottotesto autoritario e fascista. E l’ancora più paludato e sempre sul pezzo The Guardian a fine luglio lamentava la “scarsa diversità” nei nuovi adattamenti tolkieniani, riprendendo le dichiarazioni di Andy Serkis, l’attore interprete di Gollum nella trilogia del Signore degli Anelli, che dopo averci propinato un adattamento de La fattoria degli animali di Orwell passata da critica dello stalinismo a critica del capitalismo, faceva parziale ammenda dicendo di non voler assecondare le quote etniche nel suo prossimo film The Hunt for Gollum. Ufficialmente per rispetto all’immaginario originale, ma soprattutto consapevole del go woke get broke. E dal Canada la notizia che per i 25 anni dall’11 settembre 2001 la TV nazionale in un promemoria interno ha dato istruzioni di non definire il dirottamento un “attacco terroristico”.
Insomma nel mondo anglo-americano il Woke 1 va ancora fortissimo sulle testate più prestigiose.
La questione comunicativa: il caso italiano
Sul tema del Woke 1 il caso italiano è particolarmente interessante. Sia per l’ennesima dimostrazione di come la nostra sinistra viva dei riflessi condizionati che arrivano da oltreoceano. sia perché non si può tirare in ballo mutatis mutandis il noto aforisma sul 25 luglio: 45 milioni di fascisti prima, 45 milioni di antifascisti dopo, il tutto su 45 milioni di abitanti.
Nel caso del woke, a differenza del fascismo, praticamente nessuno a sinistra ne ammetteva l’esistenza, e oggi invece tutti a rinnegarlo. Certo c’erano poche eccezioni (spesso legate a un milieu internazionale, come il professor Enzo Traverso della Cornell University che nel 2020 su Jacobin Italia pubblicava Buttare giù le statue serve a elaborare la storia) ma in Italia si è cercato per anni di negare l’esistenza dell’ideologia woke e della cancel culture.
Lo riassume anche la divulgatrice, critica e polemista Yasmina Pani su YouTube in un intervento dal titolo Da il Woke non esiste at il Woke appartiene al passato. Che negare pubblicamente il woke e rivendicarlo privatamente fosse una prassi consolidata lo faceva notare lo stesso Davide Piacenza in merito alla vicenda della chat privata di un gruppo di content creator femministe dove compariva la frase: “E soprattutto fare davvero nostra la cancel culture. È l’arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi 25 anni”.
Ci si permetta a questo punto l’autocitazione: sulla negazione del fenomeno woke da parte dell’intellighenzia italiana abbiamo dedicato un intero capitolo del saggio Cancel culture: L’arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale (Signs Publishing, 2025). Si prendono le mosse dal caso del fumetto di Zerocalcare per Internazionale del maggio 2021, intitolato per l’appunto “La dittatura immaginaria”, di fatto imponendo una narrazione per cui la cancel culture sarebbe solo una forma di panico morale agitato dalle destre americane. Si passa quindi per la compianta Michela Murgia che negli stessi giorni su L’Espresso se la prendeva con lo sboccato duo comico Pio & Amedeo in un pezzo intitolato “Il politicamente corretto è un nemico immaginario” scriveva:
“Per proteggere la rivendicazione di questo dominio, da anni assistiamo alla costruzione di fantasmi lessicali che esistono solo in forza della frequenza con cui vengono nominati. Le espressioni “cancel culture” e “politically correct” sono un buon esempio di questa attitudine a dare per reali fenomeni che nella realtà non esistono”.
Due esponenti non esattamente di secondo piano della cultura di sinistra in Italia che sparavano a palle incatenate contro chi lanciava l’allarme del pericolo wokeista. Oggi invece Chiara Valerio, scrittrice e amica storica della Murgia, su La Repubblica ammette che il woke ha causato eccessi, anche se “ha fatto cose buone”. Dagospia nel rilanciare il pezzo l’ha ironicamente definita un’abiura.
Il paradosso è che qui non c’è nessuno tribunale della Santa Inquisizione con la pira già accesa a chiedere l’abiura, ma hanno fatto tutti da soli. E continuano a fare tutto da soli, compresi quei pochi che continuano a recitare la parte antecedente al 9 agosto 2026, ovvero che il woke sarebbe solo panico morale. Lo descrive il filosofo Alessandro Lolli dalle pagine del suo Substack analizzando la polemica della giornalista e femminista Giulia Blasi (per cui il woke non esiste/è di destra/è appropriazione culturale delle battaglie delle minoranze) contro lo scrittore di sinistra Christian Raimo che aveva difeso il woke (che per Raimo esiste ed è cosa buona e giusta) in quanto Raimo è un “maschio eterocis”. Insomma per colei che scrive che il woke non esiste, Raimo non avrebbe i titoli per parlarne in quanto inconsciamente “oppressore”. Come conclude brillantemente Lolli: “Puoi credere che il Woke non esista ma il problema per il Woke è che esisti tu”.
Marciare divisi per colpire a casaccio?
Il dibattito italiano intorno al woke oggi, al di là della facile battuta “prima il woke non esisteva ora il woke appartiene al passato” è infine interessante anche per un altro motivo. Ossia la totale disgregazione del piano di iniziativa culturale-mediatico rispetto al 2021. Nel 2021 (partendo da Internazionale con Rech e L’Espresso con la Murgia) c’era una capacità di sintesi & analisi nel proporre il pensiero a stelle-e-strisce al pubblico italiano in maniera armonica e diffusa su diverse piattaforme. Sembrava ci fosse un ordine di scuderia nel negare o ridurre a panico morale il fenomeno, o comunque che la disciplina da mente-alveare dell’intellighenzia accordasse le varie sensibilità più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, anche senza veline.
Osservando oggi la fuga disordinata della gran parte della sinistra da woke and cancel culture e gli sparuti tentativi di resistenza degli “ultimi giapponesi nella giungla” che ancora difendono quel patrimonio ideologico, è evidente che quella capacità culturale della sinistra sembra essere in eclissi. E la cosa avviene più per propria incapacità che per l’abilità dei suoi concorrenti o avversari di contrastarla sul piano culturale. Cosa che mette a nudo un elemento di cui spesso a destra ci si dimentica: la “cultura egemonica di sinistra” è una tigre di carta che sopravvive solo in quanto burocrazia organizzata.
Ma il woke è veramente finito?
Al netto delle abiure su pubblica piazza difficilmente cambierà qualcosa nella sinistra italiana ed europea. Vedi le dichiarazioni sulla “whiteness” alle regionali della Toscana lo scorso novembre, con la candidata Antonella Bundu di Toscana Rossa che lanciò lo slogan «smantellare la bianchezza» sul piano di urgenza politica. O il caso dell’attivista che qualche settimana fa parlò del ponte sullo stretto di Messina come “atto di colonialismo”. Tutto l’armamentario delle Cynical Theories come le hanno definite i due maggiori studiosi del fenomeno, Helen Pluckrose e James Lindsay, che appare tutt’altro che in disarmo.
Del resto, il woke è la ricetta ideologica perfetta per i tempi dei social e dei reel di pochi secondi, in cui ci si indigna e si cerca la polemica facile. E un armamentario irrinunciabile perché i “socialisti americani” Mamdani e Ocasio-Cortez dicono di voler focalizzare le loro politiche solo su lavoro, casa e salari. Ma tutti sanno benissimo che presto o tardi si dovranno fare i conti con cose come la definizione marxista di “esercito industriale di riserva”, ammettere che per alcuni gruppi di immigrati gli standard di emancipazione della donna sono incompatibili con quelli occidentali, osservare qualche statistica sulla criminalità e le varie minoranze etniche e infine rinunciare al lucroso business by no profit/ONG/cooperative che, come scriviamo poco sopra, la California di Newsom ha posto al di sopra della legge. Insomma la sinistra nonostante le abiure non può rinunciare al woke perché altrimenti dovrebbe affrontare l’elefante nella stanza della retorica immigrazionista che si scontra con la dura realtà dei fatti…
Conclusioni: hanno il piccone ancora in mano
E quindi le statue, quelle ancora rimaste, continueranno a cadere. Come scrivevamo nel capitolo 3 di Cancel Culture (titolo: Il popolo non ha pane, dategli statue da abbattere), la cancel culture è ormai più da vent’anni un modo spicciolo per fare politica. Se, come commentavano qualche mese fa il perimetro della politica contemporanea, specialmente in Europa, è sempre più ristretto, prendersela con la statua o con l’odonomastica è un modo semplice per “radicalizzarsi” e fare engagement. Lo insegna bene quella volpe di Pedro Sanchez in una notizia passata in secondo piano sui media italiani: nei giorni della crisi migratoria di Ceuta il ministro per le Politiche territoriali e la Memoria Democratica Ángel Víctor Torres non trovava niente di meglio che riaprire la questione della demolizione della Piramide de los italianos al passo del Escudo, un mausoleo per i caduti italiani nella battaglia di Santander dell’agosto 1937.
Il mausoleo (ceduto alla Spagna negli anni’70 dopo la traslazione delle salme al sacrario italiano nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Saragozza, dove riposano tanto i caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie che delle Brigate internazionali) era stato faticosamente dichiarato monumento storico dal governo della Castiglia e León grazie all’interessamento di Vox con il supporto del Partito Popolare. Così dopo anni di abbandono, vandalismi e degrado, a giugno scorso s’era iniziato finalmente il restauro (al netto dell’immancabile “centro di interpretazione”, per pagare pegno alla legge sulla “memoria democratica”, l’unica ammessa). Nemmeno aperto il cantiere che già tra luglio e agosto 2026 un monumento a un fatto storico di 90 anni fa è diventato nuovamente un “tema scottante” per l’agenda politica spagnola.
Probabilmente la piramide rimarrà al suo posto (per demolirla non basta una gru come per le statue equestri, ma uno sforzo notevole e notevoli fondi messi ad hoc a bilancio) ma intanto si dimostra facilmente come in una situazione di crisi o tensione per le sinistre agitare lo spauracchio del “monumento fascista” da buttare giù sia sempre un’ottima arma di distrazione di massa.
Ed è bene ricordare che queste cose non succedono solo in Spagna: basti ricordare lo scorso gennaio il tentativo di far ripartire lo spin sul il monumento a Ferdinando I de’ Medici e i suoi quattro mori a Livorno. Perché nonostante il flop alle elezioni della Bundu, oramai si è aperto il processo alla “bianchezza”, e tutto l’armamentario wokeista della “teoria critica della razza” ha piantato le sue radici anche qua. Conclusione: non abbassare la guardia e non credere d’avere il gatto nel sacco, perché la cancel culture, presto o tardi, colpirà ancora.
Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione (Bietti, 2013), Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020) e Cancel Culture. L'arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale(Signs Publishing, 2025).




