È durata lo spazio di due giorni la proposta del comune di Roma di rimediare alla abbacinante distesa di Piazza dei Cinquecento, quasi cinque ettari di desolato asfalto davanti alla Stazione Termini. L’idea era quella di un “albero bioclimatico”, un evaporatore artificiale che avrebbe dovuto sostituire gli alberi falcidiati per restituire un po’ di refrigerio alle centinaia di migliaia di persone che passano su quella piastra rovente ogni giorno. Ecco l’albero bioclimatico per sconfiggere il caldo: il “condizionatore” green in piazza dei Cinquecento. Così hanno titolato alcune testate romane in riferimento al nuovo progetto della giunta in caschetto giallo del sindaco Gualtieri. Un progetto non faraonico, ma comunque valutato nella bella cifra di 500.000 euro, per giunta per una infrastruttura temporanea (e ovviamente, i costi di ordinaria manutenzione non compaiono mai nei capitolati delle archistar). Il colpo di genio è stato ideato da Wittfrida Mitterer, direttrice del Master in Bioarchitettura della LUMSA Master School e che sfrutta il principio del raffreddamento adiabatico ovvero l’evaporazione dell’acqua per rinfrescare la zona circostante.

Il compito dell’albero (finto) bioclimatico è dunque quello che gli alberi (veri) non vogliono più fare: ovvero rinfrescare la città. Anche se va detto, il fatto che gli alberi non vogliano più fare questo lavoro dipende unicamente dal fatto che gli stessi vengono tagliati e non vengono quasi mai rimpiazzati da nuovi alberi, ma al massimo da arbusti e alberelli buoni giusto per un balcone striminzito.

E che piazza dei Cinquencento abbia un numero di alberature molto inferiore ai rendering dei progetti di riqualificazione non è soltanto il “senso comune” di chi ha visto i fotomontaggi di anteprima e poi ha dovuto constatare la realtà passando in piazza, ma una costatazione di cui trovate traccia anche sulla stampa. Bontà loro (dei rendering), c’erano troppi alberi, non compatibili con le infrastrutture di una linea di metropolitana. Evidentemente negli studi d’urbanistica chi disegna i rendering non è consapevole dei progetti infrastrutturali, ma ormai sì può dare assodato che qualunque grande progetto degli ultimi trent’anni ha una spaventosa differenza fra gli alberi presentati nelle anteprime e quelli effettivamente messi a dimora.

Insomma a Roma, l’intera piantumazione di Piazza dei Cinquecento è stata annientata e la si vorrebbe sostituire con un albero artificiale, perché i pini parrebbero incompatibili con la sottostante metropolitana. Una incompatibilità di cui non dovevano essere a conoscenza gli originari progettisti della piazza, sotto la quale la metropolitana ha iniziato a essere costruita per l’Esposizione del 1942 ed è stata inaugurata nel 1955, mentre maestosi pini vi venivano messi a dimora sopra.

Comunque la questione è molto più che un tentativo abortito di vendere ombrelloni ai cittadini dopo aver tagliato gli alberi: la cura del verde, e in particolare degli alberi nelle città, rischia di diventare l’unico dirimente della politica di centro sinistra da quella di centro destra.

Il caso francese, Bordeaux contro Montpellier

Iperbole si dirà. In realtà lo ha già certificato il principale quotidiano francese Le Monde lo scorso maggio: «Mauvaises herbes» ou refuge de biodiversité: quelle place pour la végétation sauvage en ville? («Erbacce» o rifugio per la biodiversità: quale ruolo per la vegetazione selvatica in città?).

Ovvero in Francia sindaci di destra contro le erbacce e sindaci di sinistra a favore della biodiversità. Una situazione di cui in Italia abbiamo avuto già delle avvisaglie. Thomas Cazenave, eletto sindaco di Bordeaux nel marzo 2026 per il partito macronista Renaissance ha dato vita a una campagna “verde ordinato” dando mandato di rimuovere le erbacce. E vista la foto di apertura di Le Monde ce ne era veramente bisogno. A Montpellier, amministrata dal 2020 da Michaël Delafosse, rieletto nel 2026, vige invece un regime di anarchismo vivaistico denominato Quartier Savauge dove la fanno da padrone anche le erbacce, inclusa la parietaria. E i bambini che soffrono di asma zitti.

Negli ultimi anni si è molto parlato di limitazione dello sfalcio delle erbacce per favorire la biodiversità, contrastare le isole di calore e preservare il suolo dalla siccità come scriveva il Comune di Milano sul suo sito già nel 2024.

Ovviamente nessuno pretende che qualunque aiuola sia un perfetto green per giocare a golf, quindi limitare gli sfalci in talune aeree può avere dei vantaggi. Però bisogna tener conto del quadro urbano generale (niente finestre rotte, dovrebbe essere inutile spiegarlo) quindi no al green per la buca 18, ma nemmeno erbacce alte mezzo metro. Perché l’assenza della cura del verde urbano per la biodiversità poi costringe a molti più trattamenti per debellare gli insetti come le zanzare. Quindi limitiamo i tagli per favorire l’ambiente e poi compensiamo con massicci bombardamenti insetticidi. E poi là dove i mancati sfalci coinvolgano aree limitrofe alla viabilità (automobilistica o ciclistica cambia poco) il verde infestante può arrivare a limitare la visibilità… “veniva da destra, ma a causa della biodiversità alta un metro e mezzo non l’ho visto”.

E in ultimo come già notavamo nel 2024 rilanciando due comici sicuramente lontani dal centrodestra come Giovanni Storti e Maurizio Crozza è quanto mai ipocrita rinunciare agli sfalci per favorire la biodiversità e nel frattempo capitozzare gli alberi. Pratica radicale che favorisce il deperimento degli stessi. Capitozzatura che spesso avviene a nidificazione già iniziata. Vedi anche il recente caso, sempre a Roma, delle opere per la metropolitana a via Barletta, in cui un albero si è salvato in extremis, proprio per la nidificazione in corso.

A margine, il discorso di capitozzare gli alberi a nidificazione già avviata pone un’altra riflessione, cara agli storici esperti di Cina maoista: Mao e la guerra ai passeri. Dal 1958 al 1962 il Partito Comunista Cinese di Mao avviò la campagna di eliminazione dei quattro flagelli, che affliggevano l’agricoltura cinese: ratti, mosche, zanzare e passeri. Quelli più facili da eradicare furono i passeri, che si cibavano di mosche e zanzare. Finì con la Grande carestia del 1959-1961. Insomma erbacce sì, alberi (e passeri) no? Non certo un paradosso basti vedere la situazione delle riforestazione del PNRR.

Gli alberi del PNRR

Si potrebbe accusare chi scrive di un certo grado di fatalismo, in quanto nella retorica del PNRR si è molto parlato di rimboschimento soprattutto nelle aeree limitrofe a quelle urbane. Vero, i numeri dei progetti di riqualificazione forestale del PNRR sono impressionanti. Ma sono appunto numeri, numeri di “piante piantate” però. Non di piante attecchite. E soprattutto senza quantificare la categoria dell’essenze arboree piantate. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con un vivaio sa che un albero “più sviluppato” con qualche anno sulle spalle ha un prezzo diverso dall’alberello primo prezzo, che peraltro non è detto che attecchisca. Vale lo stesso principio degli alberi di Natale: l’albero del vivaio con un apparato radicale ha un prezzo maggiore dell’abete del fiorista sottocasa, garantito secco già l’8 di gennaio.

Ebbene tutti i piani del rimboschimento del PNRR sembrano non aver tenuto conto di questa variabile. Si parla solo di alberi piantati. Non di sopravvivenza degli stessi. Qual è la sopravvivenza degli alberi del PNRR? Impossibile fare una statistica, visto che non era un parametro misurabile da appalto. Però non mancano due casi emblematici, in cui l’80% degli alberi del PNRR si sono seccati. Il caso è quello di Legnano, Milano, dove si parla dell’80% di piante non attecchite e di Acque Rosse a Roma, con una mortalità stimata a oltre l’80%.

Insomma sulla carta milioni di alberi, nella realtà, qualche migliaio di alberelli che non è detto sopravvivano al prossimo inverno o al caldo estivo. C’è da chiedersi se questi appalti per il verde non sarebbe stato meglio farli gestire piuttosto che dal privato caro all’Unione Europea con i vivai dei Carabinieri Forestali…

Il nemico: il “fascistissimo” pino domestico

Capitozzature, progetti del PNRR, e anche le piste ciclabili. Vedi il caso di Roma, dove a via Panama sono stati tagliati ciliegi giapponesi sani per far posto a una ciclabile. Ciliegi secolari donati dall’allora principe imperiale Hirohito nella sua visita alla capitale nel 1921 e che saranno probabilmente rimpiazzati con meno “nobili” peri orientali. Alberi che oltre che meno nobili, saranno sicuramente più “piccoli” rispetto a piante di oltre un secolo (oltre che all’epoca già piuttosto grandicelle, in grado di tollerare un viaggio via mare di qualche settimana). Ma sicuramente anche ciliegi nipponici e imperialisti, quindi sicuramente un po’ fascisti. E quindi meritevoli di motosega.

Insomma tutto trama contro gli alberi. In particolare quelli sospettati di aver avuto la tessera come i ciliegi di Hirohito, o, quello che secondo alcuni, soprattutto a Roma, è il più littorio di tutti gli alberi: il pino domestico di cui è stata fatta strame a Piazza dei Cinquecento e lungo via dei Fori Imperiali.

Il pino domestico, Pinus pinea, sembra essere la vittima preferita della caccia all’albero di alto fusto in città. Innanzitutto vittima di potature avventate: le conifere non vanno potate perché non ricacciano. Banalmente potate il limone o l’olivo e porteranno frutto diventando più belli e rigogliosi che pria. Nessuno invece pota gli alberi di Natale per farli diventare più verdi per il Natale venturo. E quindi nei decenni scorsi si è assistito a potature sconsiderate sui Pinus pinea come fossero tigli. Col solo risultato di rendere sofferente e fragile la pianta.

E poi accusati dell’infamia più grande. Esseri alberi parecchio fascisti. Riassume bene il contesto della narrazione intorno ai pini l’articolo La parabola dell’albero fascista on Il Gazzettino dello scorso maggio. Un articolo molto più colto ed esaustivo di quanto il titolo “acchiappaclick” lasci intendere, ma su cui pure sono necessarie delle puntualizzazioni.

Innanzitutto se mai vi fu un albero fascista questo fu l’eucalipto nelle sue varianti Eucalyptus globulus, trabutii and camaldulensis che ebbero larghissima diffusione nelle opere di bonifica del ventennio perché ritenuto drenante e salubre e quindi un antidoto naturale alla zanzara anofele. L’albero dell’eucalipto era arrivato in Italia dall’Australia a fine ‘800, ma oggettivamente è con il fascismo che conosce il suo utilizzo su larga scala. Basta un giro sulle zone delle varie bonifiche integrali o una lettura di Antonio Pennacchi.

Il pino domestico era in realtà una pianta arcitaliana già da un pezzo. Tanto che in Francia si usa in alternativa a pin parasol, pin pignon il termine pin d’Italie. E in inglese è l’Italian stone pine, o al più Mediterranean stone pine. Insomma i viaggiatori del Grand Tour venivano in Italia e sapevano benissimo che il pino domestico era parte del paesaggio italiano anche due secoli prima della marcia su Roma. Senza dimenticare che il pino domestico è a “suo modo” un altro pezzo dell’enogastronomia italiana: vi siete mai chiesti da dove vengano i pinoli di tante ricette, pesto in primis? E pare si usasse il pesto già prima della marcia su Roma…

Sicuramente, come ricordano Alessandro Marzo Magno e Alessandra Viola, autrice di Piante da record, gli alberi hanno anche un elemento identitario. Così come l’Impero asburgico piantò nei suoi domini italiani il Pinus niger, così il fascismo piantò il Pinus pinea. Impossibile non ricordare uno dei capolavori di Ottorino Respighi, il poema sinfonico The Pini di Roma. E se I pini di Roma sono del 1924 (con un finale trionfante, I Pini della Via Appia, in cui molti vogliono vedere le camicie nere in marcia su Roma… certo Respighi fu accademico d’Italia e vicino al fascismo ma non prese mai la tessera), ma se il poema sinfonico fu scritto nel 1924 è segno che Roma fosse già piena di pini prima dell’avvento del fascismo e che essi erano un elemento identitario potente e riconosciuto.

Si accenna all’elemento della salubrità (aspetto condiviso con l’altro albero caro al littorio l’eucalipto) nell’amore dei pini da parte dell’urbanistica fascista, colonie e ospedali su tutti. Ma sembra quasi un aspetto superstizioso. Si dimentica invece che unguenti originariamente a base di oli essenziali di trementina (estratta dalla resina) ed eucalipto sono tutt’ora in vendita nelle farmacie italiane.

E si dimentica un altro aspetto fondamentale della salubrità del pino domestico rispetto ad altri alberi per il suo utilizzo nel “fare ombra”. Il Pinus pinea è sempreverde, quindi fa sempre ombra, anche quando le latifoglie non hanno rimesso le foglie dopo averle perse nel periodo invernale. Il Pinus pinea è un “ombrellone” perfetto: un ombrello di aghi di pino che fa ombra ma lascia passare il sole quando è basso sull’orizzonte. In un bosco urbano di pini, a differenza di un analogo di lecci, olmi, tigli o magnolie non c’è mai umidità. Ecco perché il pino è salubre, perché fa ombra ma fa poca umidità.

E per gli storici dell’architettura il pino domestico ha un altro plus. Perché a volere il Pinus pinea in ogni dove non ci fu solo Mussolini, la Milizia forestale o l’Opera Nazionale Combattenti delle bonifiche. Dietro i Pinus pinea durante, ed è bene sottolineare, dopo il fascismo ci fu un dibattito accademico di prim’ordine con capofila Maria Teresa Parpagliolo.

I pini di Maria Teresa Parpagliolo, dall’EUR ai quartieri postbellici dell’SGI

Avete presente quando l’intellighenzia sinistra se la prende perché non ci sono abbastanza donne nella storia? Ecco varrebbe la pena ricordarle di ricordarsi Maria Teresa Parpagliolo (1903-1974), ben nota a chi studia quella grande stagione dell’architettura italiana, e sicuramente meno a chi non fa altro che lamentarsi del sessismo. Certo si accuserà il fascismo ad averla relegata alla rubrica Giardino fiorito by Domus dal 1930 al 1938, ma nei fatti lei era una paesaggista, che si era formata anche con un celebre esperto del settore, il britannico Percy Stephen Cane, tra il 1931 e il 1932.

Determinante, dal punto di vista programmatico, l’articolo Pinete e giardini on Domus 121, 1938, dove l’elemento del Pinus pinea era prima di tutto tutela del paesaggio mediterraneo italiano. La lezione di Maria Teresa Parpagliolo fu applicata nei giardini della Triennale di Milano, nei giardini di Littoria (oggi Latina), nei progetti per l’E42 e nell’Ufficio parchi e giardini del comune di Roma. Ma fu anche attiva nel dopoguerra e apparentemente scevra di ogni nostalgia littoria. Coniugata con l’inglese Shepard, esponente di primo piano del British Institute of Landscape Architects insieme a Elena Luzzato (1900-1983), prima laureata in architettura d’Italia (nel “fascistissimo” 1925) progettista del cimitero di guerra francese di Monte Mario, continuò nel secondo dopoguerra a piantare pini nelle “speculazioni” della SGI, la Società Generale Immobiliare.

Vista la quantità di verde e il rapporto con il paesaggio circostante fa strano chiamarle speculazioni, ma era così che vennero definite all’epoca dai giornalisti de L’Espresso. Il famigerato articolo Capitale corrotta=nazione infetta di Manlio Cangogni del 1955 partiva come pretesto dall’allora costruzione dell’Hotel Hilton di Monte Mario a Roma, il cui giardino (e relativa pineta) erano proprio della Parpagliolo.

E la Parpagliolo ordinò la piantumazione coi pini nei piani della SGI per il limitrofo quartiere di Balduina o nella zona di Viale Val Padana. Evidentemente per gli “speculatori” dell’epoca un viale alberato era un plus per eventuali lottizzazioni. E fece piantare pini anche nel primo piano di Casalpalocco, sempre della SGI. I pini leggermente sfalsati di via di Casal Palocco non sono essenze “selvatiche” o “spontanee” ma frutto di uno studio paesaggistico della Parpagliolo. E la SGI, gli “speculatori”, come ben si vede dalle foto d’epoca, fecero piantare alberi grandi e ben sviluppati, non qualche stentato arbusto “primo prezzo” al centro commerciale.

E questa è la lezione di Maria Teresa Parpagliolo. Fate una passeggiata in un quartiere con alberature progettato ancora negli anni ’50 e confrontate la temperatura percepita con qualche trovate di qualche archistar. E per chi teme che i pini domestici siano pericolosi, dannosi o delicati per le radici, ci si ricordi che basta una buona progettazione. Come dimostra il recente caso di Arezzo, dove li hanno salvati in un parcheggio completamente asfaltato con una progettazione ad hoc rispettosa delle radici.

Alberi veri e alberi finti

In chiusura due osservazioni. La prima, amara, dal punto di vista della comunicazione politica come si è visto su Le Monde a proposito di Bordeaux e Montpellier: cosa distingue il sindaco macroniano dal socialista? La questione delle erbacce. Auguriamo alla destra italiana di essere ancora lontana da un simile e minimalista traguardo, ma a vedere su altre questioni un tempo centrali, come quella “del gender” dopo quattro anni di governo, e tante lodevoli iniziative individuali, vedere operazioni come Oltre lo sguardo della Società Italiana di Pediatria presentate senza fare un plissé lascia quanto mai sfiduciato parte dell’elettorato. È un tema (uno dei tanti) in cui si è agito come l’eroico bimbo olandese che tappa la falla nella diga con il braccio: eroismo e abnegazione individuale ma non azione sistematica.

C’è da sperare che non si finisca nel meme de “i conservatori sono i progressisti di vent’anni addietro” e che la distinzione delle due ideologie politiche non si limiti alla questione delle erbacce.

Infine la seconda osservazione, in merito a tentato albero bioclimatico (finto) migliore dell’albero vero a piazza dei Cinquecento. Come in tutti gli altri casi di magnifiche sorti e progressive progressiste “era già tutto previsto”. Lo racconta bene C.S. Lewis in Quell’orribile forza del 1945 dove uno degli antagonisti è il Dottor Filostrato che vuole “liberare l’umanità” dalla dittatura della vita organica.

«Al momento, lo ammetto, abbiamo bisogno delle foreste per l’atmosfera. Ma presto troveremo un sostituto chimico. E allora, perché avere alberi naturali? Prevedo solo alberi artificiali su tutta la Terra. In effetti, ripuliamo il pianeta».

«Intende dire», intervenne un uomo di nome Gould, «che non avremo più alcuna vegetazione?».

«Esatto. Ti radi il viso: anzi, alla maniera inglese, te lo radi ogni giorno. Un giorno raderemo il pianeta».

«Mi chiedo cosa ne penseranno gli uccelli?».

«Non vorrei nemmeno gli uccelli. Sull’albero artificiale vorrei avere uccelli artificiali che cantano tutti insieme quando premi un interruttore in casa. Quando sei stanco del canto, li spegni. Considera di nuovo il miglioramento. Niente piume sparse in giro, niente nidi, niente uova, niente sporcizia».

Niente sporcizia, niente aghi di pino, niente radici che rompono l’asfalto. Niente uccelli che cinguettano. Eppure i finti alberi bioclimatici di impianto e manutenzione costerebbero molto più dei pini domestici messi a dimora sotto le sagge indicazioni di Maria Teresa Parpagliolo. Che inoltre hanno resistito per decenni fino a quando qualcuno non ha deciso che fosse ora di motosegarli. E un giorno ci spiegheranno anche perché.

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An essayist and popularizer, his publications include "Alessandro Blasetti. The forgotten father of Italian cinema" (Idrovolante, 2023). And with Emanuele Mastrangelo "Wikipedia. The Free Encyclopedia and the Hegemony of Information" (Bietti, 2013) and "Iconoclasm. The contagious insanity of the cancel culture that is destroying our history" (Eclectica, 2020).