Introduzione. La genealogia paradossale di un odio costitutivo

Ricostruire in estrema sintesi l’antisemitismo islamista – nel caso specifico del presente scritto supportata da e profondamente debitrice nei confronti di un recente studio di notevole rilievo realizzato da Daniel Allington, dal titolo Islamist antisemitism: a neglected hate (2025), e centrato sull’analisi delle forme dell’incardinamento dell’antisemitismo nel linguaggio, nella cultura e nelle pratiche delle comunità musulmane britanniche – significa affrontare obbligatoriamente una contraddizione radicale: quella di un odio apparentemente “endo-autoctono” eppure radicalmente “esogeno” nelle sue fondamenta teoriche. Laddove la narrativa prevalente ha sovente rappresentato le relazioni interconfessionali nel mondo musulmano attraverso una lente “essenzialista”, che postula una sorta di “ostilità immemore” tra le parti in causa, l’analisi storica puntuale rivela invece un fenomeno di natura del tutto differente.

Antecedentemente ai primi decenni del Novecento, le relazioni tra ebrei e musulmani, sebbene caratterizzate da asimmetrie di potere e da forme episodiche di violenza, non erano permeate da quella dimensione cospiratoria e genocidiaria che costituisce il tratto distintivo dell’antisemitismo contemporaneo. La violenza contro le comunità ebraiche si manifestava in forma localizzata e non perseguiva l’eliminazione sistematica e totale di un popolo. Viceversa, gli ebrei erano concepiti come un’entità subordinata, un gruppo di non-credenti tollerato in virtù del loro status giuridico di dhimmi all’interno della struttura teocratica islamica.

Tale configurazione teorica e pratica subisce, però, una trasfigurazione epocale nel momento storico che coincide con il disfacimento dell’Impero ottomano e con l’emergenza del sionismo quale movimento di autodeterminazione nazionale ebraica. Il dato storico considerevole, tuttavia, consiste nel fatto che questa trasformazione non è scaturita da una modificazione immanente della/nella teologia islamica, bensì dall’inoculamento di elementi ideologici di origine chiaramente europea. La conseguenza di questo processo di ibridazione ideologica è l’affioramento di una forma genuinamente nuova di antisemitismo, simultaneamente radicata nel linguaggio islamico anche se fondamentalmente dipendente dalle categorie teoriche e dalle fantasie apocalittiche elaborate nel contesto europeo – un fenomeno che rappresenta, al contempo, un tradimento dei valori storici dell’Islam e un omaggio involontario alle strutture concettuali del nazismo.

La comprensione, dunque, di questa genesi paradossale richiede l’abbandono delle interpretazioni riduttive che ascrivono tale fenomeno al mero riflesso di conflitti territoriali o politici. Al contrario, è necessario riconoscere l’autonomia ideologica e la violenza concettuale mediante cui la propaganda nazista ha sistematicamente traslitterato le fantasie genocidiarie europee in una grammatica religiosa, trasformando, così, una questione geopolitica in un ‘antagonismo cosmologico’ fra il divino e il profano.

La strutturazione teologico-politica dell’odio: dal nazismo alla Fratellanza Musulmana sino al salafismo jihadista

L’architettura ideologica mediante cui l’antisemitismo è stato inserito nelle diverse correnti dell’islamismo contemporaneo non presenta tratti unitari, bensì rivela una molteplicità di varianti elaborate secondo logiche geopolitiche specifiche. Tuttavia, un filo conduttore ricorre trasversalmente in tutte queste declinazioni: la riarticolazione dell’odio europeo mediante la reinvenzione di conflitti religiosi storici quale fondamento ontologico per un antagonismo perpetuo. Muhammad Amin al-Husseini, Mufti di Gerusalemme e collaboratore del regime nazista, costituisce la figura cerniera intorno a cui si è andata cristallizzando questa trasmutazione teorica. Non si trattò, in pratica, di un semplice atto di propaganda, ma di un’operazione concettuale che ha dato vita a una mitologia dell’antichità religiosa, dove presunti conflitti fra il Profeta e le tribù ebraiche locali sono stati decontestualizzati e riscritti come l’episodio primigenio di una guerra religiosa destinata a perpetuarsi sino al termine dei tempi.

La traiettoria evolutiva di questa ideologia si differenzia laddove si considerino le principali correnti dell’islamismo. Anzitutto, la Fratellanza Musulmana, fondata da Hassan al-Banna all’inizio del Novecento, ha introiettato nel suo corpus dottrinale la tensione fra un progetto di restaurazione califfale e l’assimilazione di elementi dell’ideologia fascista. Al-Banna, sebbene teoricamente mosso da esigenze di risveglio religioso, non esitò a modellarsi sulle organizzazioni paramilitari europee e a fornire un asilo ideologico alle idee anticomuniste di al-Husseini. Successivamente, Sayyid Qutb, pensatore egiziano di straordinaria influenza, ha operato una radicalizzazione della dottrina a fondamento della Fratellanza, trasformando l’antisemitismo da elemento accessorio in un pilastro essenziale e ineludibile della cosmologia jihadista. Nella sua opera intitolata Our struggle with the Jews, Qutb articola una visione del mondo secondo cui la civiltà islamica è assediata da un’ebraicità mondiale immaginaria, colpevole di ogni corruzione morale e spirituale subìta dal dār al-Islām. Questa formulazione, oltre a rappresentare sicuramente una reinterpretazione di fonti religiose, si esibisce prevalentemente come una riscrittura del Protocolli dei Savi di Sion mediante un linguaggio coranico, tale da produrre una sintesi ideologica nella quale il complotto ebraico – elemento costitutivo della fantasia antisemita europea – viene reincarnato nel registro teologico islamico.

La matrice jihadista salafita ha ulteriormente radicalizzato tale fusione sinottica, creando una struttura ideologico-religiosa, in cui la lotta contro l’ebraismo diviene componente essenziale di una concezione del mondo scandita dalla dicotomia fra jahiliyya – l’ignoranza pre-islamica – e ordine islamico autentico. Secondo questa prospettiva, gli ebrei, oltre ad essere nemici territoriali, sono rappresentati come incarnazione della corruzione morale e dell’apostasia permeanti il mondo contemporaneo. L’innovazione teorica di Qutb, ripresa e particolarmente estremizzata dai suoi epigoni jihadisti, consiste nell’equiparazione fra il mantenimento dello status quo politico iniquo e l’apostasia religiosa (takfir), producendo, così, una giustificazione teologicamente elaborata della violenza indiscriminata non solamente contro gli ebrei, ma contro qualsivoglia autorità musulmana ritenuta contaminata dall’influenza occidentale.

Il terzo filone dell’islamismo contemporaneo, rappresentato dall’islamismo sciita e dalla sua massima espressione compiutasi e manifestatasi nella Rivoluzione iraniana, ha assorbito analoghe strutture concettuali per vie proprie. L’Ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica iraniana, durante la sua gioventù politica era un assiduo consumatore della propaganda radiofonica nazista, e, per tale ragione, le sue opere giovanili sono intessute di riferimenti al “nemico ebraico” quale fattore di corruzione politica e spirituale. Pur mancando uno studio sistematico comparativo a tal proposito, è lecito inferire che l’islamismo sciita abbia assorbito elementi dell’antisemitismo europeo mediante processi di mediazione analoghi a quelli operanti nel contesto sunnita, sebbene le specificità della teologia sciita abbiano prodotto enfasi differenziate sulla questione della contaminazione religiosa della comunità dei credenti.

La retorica della decolonizzazione: una maschera progressista per l’odio anti-ebraico

Dallo studio di Allington, cui in questa sede ci si ispira, appare evidente che uno dei tratti più significativi della (ri)configurazione contemporanea dell’antisemitismo islamista consista specificamente nella sua capacità di occultarsi dietro un linguaggio di decolonizzazione e di resistenza anti-imperialista, e ciò secondo un processo di addomesticamento retorico, che non rappresenta una distorsione accidentale, bensì il risultato di una strategia discorsiva deliberata, che affonda le sue radici nella propaganda stessa del regime hitleriano. Allorché i nazisti, infatti, perseguivano le loro ambizioni espansionistiche europee, essi si rappresentavano proprio quale movimento anti-imperialista e anti-coloniale agli occhi dei popoli arabi, e, contemporaneamente, traducevano le loro elucubrazioni genocidiarie in un linguaggio religioso destinato a mobilitare le masse musulmane contro l’ebraismo. Questa paradossale eredità – per cui l’odio sterminazionista si “trans-muta” nella forma della liberazione post-coloniale – continua a operare con straordinaria efficacia nel contesto contemporaneo, laddove porzioni significative della sinistra politica occidentale hanno adottato il linguaggio della decolonizzazione palestinese senza cogliere (?) quanto fosse intessuto di elementi ideologici – essi sì! – profondamente totalitari, violenti e intolleranti.

Se, però, la retorica della colonialità, che permea il discorso islamista antisemita, viene osservata analiticamente, non pare comportare una critica genuina e radicale dell’imperialismo nel senso teorico marxista, ma, piuttosto e in realtà, rappresenta un travestimento della volontà tanto della restaurazione di una supremazia musulmana assoluta quanto, contestualmente, di una configurazione politica in cui gli ebrei – pur essendo tollerati come sudditi subordinati – non avrebbero alcun diritto alla sovranità politica. Inoltre, tale slittamento da un’analisi materialista dei rapporti di forza imperialistici verso un vero e proprio caleidoscopio concettuale religioso della subordinazione naturale degli ebrei è facilitato dalla superficiale compatibilità fra il linguaggio anticoloniale e le aspirazioni teocratiche dell’islamismo. Detto ciò, si può sostenere che, in tale contesto, l’antisemitismo islamista acquisisca una doppia legittimazione: da una parte, quella derivante dal suo radicamento nel passato islamico (sebbene reinterpretato e distorto), dall’altra, quella conferita da una retorica che appare consonante con i movimenti di liberazione progressisti globali. Letta sotto questa luce, tale dinamica rappresenta, forse, il tratto più pericoloso dell’antisemitismo islamista contemporaneo, poiché consente la sua circolazione entro ambienti politici e accademici che altrimenti resisterebbero con forza a forme più esplicite di pregiudizio religioso.

La radicalizzazione contemporanea e la frammentazione organizzativa: dalle moschee alle piattaforme digitali

Le interviste condotte da Allington nella sua indagine con esperti di contrasto all’estremismo nel Regno Unito rivelano un paesaggio contemporaneo della radicalizzazione oltremodo mutato rispetto ai paradigmi teorici sviluppati da un primo segmento storico di studi su islamismo e terrorismo jihadista. Sebbene, infatti, i conflitti geopolitici – in particolar modo quello israelo-palestinese – continuino a funzionare quale innesco narrativo e psicologico per tale radicalizzazione, ciò che emerge con chiarezza dalla letteratura empirica recente è che l’antisemitismo rappresenti un elemento comunque costitutivo ed essenziale della sensibilità ideologica dell’estremismo islamista piuttosto che un riflesso epifenomenico del conflitto mediorientale. A tal proposito v’è da sottolineare quanto gli intervistati abbiano enfatizzato come le “narrative di lagnanza e di rimostranza” – articolate attorno al concetto della sofferenza dei musulmani e della persecuzione globale della comunità dei credenti islamici – vengano sistematicamente veicolate mediante il ricorso a immagini di violenza palestinese e mediante la strategia discorsiva dell’umiliazione teologica che l’esistenza di uno Stato ebraico comporta/comporterebbe per l’ordine divino islamico.

A ciò si aggiunga che la ricerca recente stia rilevando un fenomeno di “de-centralizzazione organizzativa” senza precedenti nella storia dell’estremismo islamista. Laddove le fasi storiche pregresse erano caratterizzate da una struttura gerarchica verticale, con ideologi e organizzazioni formali che fornivano il quadro dottrinale e le direttive strategiche, il panorama contemporaneo è, invece, fortemente frammentato in una molteplicità di influencers indipendenti sui social media, predicatori non formalmente affiliati a movimenti riconosciuti e comunità online autodeterminanti i propri discorsi di radicalizzazione. Un’evoluzione progressiva, questa, che presenta implicazioni teoriche fondamentali per la comprensione dei meccanismi della radicalizzazione, ovvero il fatto che, nonostante l’assenza di una struttura organizzativa centralizzata, non si determini affatto l’elisione  di una coerenza ideologica interna; anzi, a ben guardare, le idee antisemite e quelle relative alla necessità della violenza jihadista circolano addirittura con maggiore libertà, insidiano maggiormente i margini della comunità musulmana e acquisiscono una sorta di “naturalezza culturale” nel momento in cui cessano di essere esplicitamente articolate come insegnamenti dottrinali.

In tale quadro significale, da evidenziare è soprattutto il ruolo svolto dai sermoni nelle moschee e dalle loro conseguenze radicalizzanti. Gli individui interpellati da Allington nel suo report hanno riferito di un’intensificazione di discorsi contenutisticamente incandescenti in corrispondenza dei momenti di intensificazione e di inasprimento del conflitto israelo-palestinese, con predicatori già sempre pronti a diffondere la convinzione secondo cui Allah benedice l’uccisione degli ebrei e che la liberazione della Palestina rappresenta un dovere religioso prioritario. Sebbene, però, alcune guide spirituali non intendessero necessariamente incitare ad attacchi contro gli ebrei nella diaspora britannica, la retorica da essi utilizzata ovviamente non ha fatto altro che produrre un ambiente implicitamente legittimante la violenza contro gli ebrei, al punto, quasi, da renderla normale/ordinaria e indispensabile. La complessità di tale situazione – dove l’incitamento sottinteso e/o esplicito si trasfigura in violenza manifesta mediante processi psicologici e sociali che rimangono opachi rispetto all’osservazione empirica diretta – rende estremamente difficile l’applicazione dei diritti penali tradizionali e rivela un’insufficienza strutturale nei meccanismi di intelligence e prevenzione tanto britannici quanto di altri Paesi afflitti dalla medesima complessa fenomenologia sociale.

L’associazione statistica tra antisemitismo ed estremismo

Il lavoro di analisi sulla correlazione tra atteggiamenti antisemiti e propensioni estremiste elaborato dal docente del King’s College di Londra si basa sui dati raccolti nel quadro dello studio quantitativo condotto tramite un sondaggio commissionato da Channel 4 nel 2015, che ha coinvolto un campione di musulmani britannici e un campione di popolazione generale. La specificità di questa ricerca risiede nell’attenzione rivolta al rapporto tra comportamenti ostili nei confronti di individui ebrei e vari livelli di simpatia verso ideologie e gruppi estremisti di matrice islamista, con particolare riguardo alla possibilità che tali condotte costituiscano un fattore di rischio per il radicamento di comportamenti radicali.

Dal punto di vista squisitamente metodologico, l’analisi si basa su scale di misurazione di tipo Likert, strumenti ampiamente riconosciuti nella ricerca psicologica e sociale per la loro capacità di catturare sfumature di opinioni e convinzioni individuali. La costruzione di tali scale ha permesso non solo di quantificare la prevalenza di atteggiamenti antisemiti, ma anche di valutare l’intensità e la direzione delle associazioni con vari atteggiamenti estremisti, come la violenza politica, il sostegno a gruppi terroristici e l’adozione di politiche islamiste. La scelta, inoltre, di utilizzare determinati strumenti metodologico-euristici – quali i coefficienti di correlazione di rango (Spearman) e l’analisi di regressione logistica – ha permesso, per un verso, di operare un controllo per variabili demografiche, riducendo il rischio di distorsioni dovute a fattori di confondimento statistico, per un altro, di isolare il più possibile il legame tra le due variabili di interesse.

Fatta salva la pur utile e interessante sosta ermeneutica su tali tecnicismi operativo-procedurali, i risultati ottenuti indicano, in pratica, che esista una connessione significativa tra antisemitismo e varianti di estremismo, con valori di correlazione che si attestano intorno a 0,20-0,23 per alcune misure di simpatia verso atti di violenza e supporto alle politiche shariatiche in alcune aree del Regno Unito. Più in particolare, l’analisi di regressione ha mostrato che un aumento di una deviazione standard nel livello di antisemitismo aumenta più del doppio le probabilità di adozione di posizioni estreme in ambiti quali la violenza contro chi insulta il Profeta, il sostegno all’introduzione della sharia e la creazione di uno Stato Islamico. Questi dati, pertanto, suggeriscono, dal punto di vista teorico, che l’antisemitismo possa configurarsi come un indicatore di vulnerabilità all’estremismo, nonché come un possibile fattore predisponente, sia quale elemento preesistente sia quale conseguenza dell’adesione a ideologie radicali.

In tal senso, l’interpretazione di questa associazione apre a molteplici implicazioni teoriche e politiche. In primo luogo, essa contribuisce alla definizione di un modello di radicalizzazione come processo cumulativo e interattivo, in cui l’atteggiamento antisemita si inserisce come uno dei segnali di allarme o come un vettore di rafforzamento delle convinzioni estremiste. La presenza di tale relazione suggerisce, inoltre, una dimensione di rischio condiviso tra antisemitismo e ideologie jihadiste, che spesso condividono narrazioni di persecuzione, complotti globali e lotta contro un nemico comune, rappresentato in molti casi dagli ebrei o dai sionisti. In questo quadro, l’antisemitismo si configura non solo come un pregiudizio isolato, ma come un elemento strutturale di un discorso di odio più ampio, che può facilitare l’adesione a politiche e pratiche violente. In secondo luogo, sul piano delle implicazioni politiche, i risultati di questa analisi suggeriscono la necessità di interventi preventivi e di policy mirate a contrastare non solo i comportamenti estremi, ma anche le forme di attitudinalità che li precedono. La rilevazione di atteggiamenti antisemiti come indicatori di rischio potenziale potrebbe, infatti, integrare i programmi di monitoraggio e di intervento (diretto), favorendo un approccio preventivo più efficace. Tuttavia, questa prospettiva solleva anche questioni etiche e metodologiche, come, ad esempio, il fatto che l’uso di dati sulle opinioni religiose e politiche di minoranze debba essere realizzato e gestito con cautela, affinché non si favorisca la stigmatizzazione o la discriminazione di interi gruppi sociali.

In conclusione, l’analisi statistica condotta entro il perimetro indagativo dello studio di Allington fornisce indubbiamente un contributo fondamentale per la comprensione delle dinamiche di correlazione tra antisemitismo ed estremismo, e ciò a prescindere dalla territorialità specifica del suo raggio di azione euristica. Inoltre, essa invita a riconsiderare tali atteggiamenti come possibili segnali di vulnerabilità, che richiedono un’attenzione multidimensionale e integrata nelle strategie di prevenzione e contrasto dell’estremismo violento. In tale direzione, l’attuale impegno teorico, con ampie ricadute pratiche, consiste proprio nel chiarire le cause sottostanti di determinati atteggiamenti radicali ed estremistici e nel delineare modelli interpretativi che consentano di intervenire efficacemente nel complesso scenario delle società multietniche e plurireligiose odierne.

Conclusioni. L’antisemitismo islamista come fenomeno epocale e la necessità di un suo ripensamento radicale

Lo studio del fenomeno dell’antisemitismo islamista contemporaneo rivela la necessità di un abbandono deciso e risolutivo dei paradigmi interpretativi che hanno dominato il discorso pubblico occidentale negli ultimi decenni. La concezione secondo cui l’odio verso gli ebrei nel mondo musulmano rappresenterebbe solamente un riflesso secondario del conflitto israelo-palestinese, o che potrebbe essere ridotto mediante concessioni territoriali e risoluzioni geopolitiche, si rivela profondamente inadeguata. Viceversa, l’evidenza storica, colta, in modo qualitativo e quantitativo, ed esposta nello studio di Allington, qui esaminato e approfondito, invita a riflettere seriamente sul fatto che l’antisemitismo costituisca una componente fondamentale di molteplici correnti dell’ideologia islamista, radicato, com’è, non nelle circostanze contingenti della contemporaneità, bensì nella rifondazione teorica della teologia islamica operata dai pensatori islamisti moderni.

La genealogia paradossale di tale antisemitismo – originariamente europeo, successivamente trasfigurato/traslitterato nel linguaggio religioso islamico, e infine naturalizzato entro il più ampio e complesso ecosistema discorsivo musulmano –, testimonia l’efficacia devastante dei processi di trasmissione ideologica e la capacità della violenza concettuale di oltrepassare le frontiere culturali e religiose. Il fatto che Hitler e al-Husseini abbiano collaborato nella produzione di una forma genuinamente nuova di antisemitismo, combinando la fantasia genocidiaria europea con la frustrazione politica arabo-musulmana, oltre a rappresentare un dato storico curiosamente paradossale, si presenta come un capolavoro di “ingegneria ideologica”, che continua a produrre conseguenze notevolmente pericolose nel presente.

Assodato questo, l’insufficienza istituzionale nel riconoscimento e nel contrasto dell’antisemitismo islamista costituisce, a sua volta, un fenomeno degno di nota. Nel caso specificamente sollevato dal lavoro del professore di analisi dei social media al King’s College londinese – ma troppo evidentemente estensibile a molte altre fattispecie nazionali, europee e non – le istituzioni statali britanniche incaricate di contenere l’estremismo (islamico) – dalla polizia al Programma Prevent, dalle scuole alle agenzie locali di sicurezza pubblica – non hanno sviluppato una comprensione adeguata della specificità dell’antisemitismo islamista, continuando, piuttosto, a concentrarsi esclusivamente sulle manifestazioni dell’estremismo di destra, le quali, benché rappresentino una minaccia reale, non esauriscono, però, lo spettro dei pericoli per la coesione sociale e per la sicurezza. Tale lacuna appare, dunque, correlata a una più ampia tendenza nel discorso progressista occidentale a ricercare nella teologia islamista una forma di resistenza anti-imperialista, nonostante le evidenti contraddizioni fra gli assunti di un’ideologia teocratica e i valori della democrazia liberale.

pietro polieri
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Laureato in Filosofia (Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’) e dottore di ricerca in ‘Logos e Rappresentazione’ (Università degli Studi di Siena), già professore a contratto di Cultura e civiltà ebraica (Università degli Studi di Foggia), attualmente è assegnista di ricerca in Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’ con un programma su Intelligenza Artificiale e giustizia predittiva. Inoltre è professore a contratto di Bioetica e filosofia morale presso l’Ateneo barese e di Antropologia filosofica presso l’Università del Salento, oltre che docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei.