Sulla remigrazione molto è stato detto (e scritto) nel nostro paese, soprattutto a seguito del Remigration Summit tenutosi a Gallarate nel maggio 2025 e della conferenza stampa sul tema – cancellata a poche ore dall’evento – che si sarebbe dovuta tenere alla Camera dei Deputati nel gennaio 2026.

Tra anatemi, allarmismi e strumentalizzazioni, e a dispetto dei fiumi d’inchiostro versati, quasi nessun commentatore sembra tuttavia essersi premurato di spiegare che cosa intenda effettivamente per remigrazione chi di questo termine ha fatto un progetto e una bandiera: proverà dunque a farlo il sottoscritto, sulla scorta del manifesto di Martin Sellner, attivista austriaco che rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per i “remigrazionisti” europei.

Nel suo libro intitolato Remigrazione. Una proposta, edito in Italia da Passaggio al Bosco con prefazione di Francesco Borgonovo e recentemente riproposto in abbinamento al quotidiano La Verità, Sellner delinea infatti con notevole precisione i dettagli del suo progetto di migrazione inversa.

Remigrazione. Una proposta

Un quadro teorico accurato

Siamo ben lontani, va detto, dall’immaginario violento e dittatoriale spesso evocato dai detrattori della remigrazione: fin dal primo capitolo la remigrazione viene infatti inquadrata in modo estremamente neutro, sulla scorta della definizione adottata dall’Agenzia Federale Tedesca per l’Educazione Civica, come

il ritorno dei migranti nel loro Paese d’origine […] quando il successo o il fallimento del progetto di migrazione – successo o fallimento individualmente o collettivamente definito in qualsiasi modo – rende possibile o necessario il rimpatrio”.

Sulle ragioni per cui occorre oggi parlare seriamente di remigrazione l’autore si sofferma a lungo, mostrando un’apprezzabile attenzione sia agli aspetti quantitativi, sia a quelli qualitativi del fenomeno migratorio: Sellner illustra sinteticamente lo scenario demografico dell’Europa odierna, mostrando, cifre alla mano, come i fenomeni migratori che da trent’anni a questa parte hanno avuto come destinazione l’Europa occidentale rappresentino innegabilmente una forma di immigrazione di sostituzione e come i ricongiungimenti familiari diano origine a dinamiche di “immigrazione a catena” che pesano in maniere insostenibile sul welfare dei Paesi europei.

L’autore si concentra altresì sul tema dell’identità nazionale quale collante primario che garantisce l’unità di una Nazione e la tenuta del patto sociale, individuando la radice di tale identità in un mito fondatore cui tutti i cittadini, nativi o d’adozione, sarebbero tenuti ad aderire; soffermandosi sul caso tedesco, Sellner sottolinea poi come il culto della colpa legato alla Seconda guerra mondiale sia diventato a tutti gli effetti il mito fondatore – in negativo – della Repubblica Federale Tedesca, dando origine a un’identità nazionale incentrata su di una concezione marcatamente negativa del sé collettivo (considerazione che, in varie forme e misure, ritengo si possa tranquillamente estendere a tutta l’Europa occidentale e al suo passato coloniale mai rielaborato fino in fondo).

Sellner richiama frequentemente i concetti di integrazione e assimilazione, riconoscendo, con pregevole capacità di analisi, le differenze tra minoranze organiche (che mantengono le loro peculiarità, ma che non negano il carattere prevalente della Nazione e non ne contestano le strutture fondamentali) e minoranze che creano enclave etnoculturali rifiutando di integrarsi, mantenendo la lealtà politica verso il Paese d’origine, praticando il voto etnico e negando programmaticamente la legittimità della cultura nazionale prevalente nel Paese che le ha accolte.

Remigrare chi?

L’attivista austriaco ritiene che oggetto di remigrazione debbano essere per l’appunto queste minoranze “ostili” alla cultura nazionale prevalente, minoranze che non rappresentano però ai suoi occhi una realtà monolitica ma che andrebbero invece distinte attraverso accurate analisi demoscopiche che permettano di valutare, gruppo per gruppo, l’entità dell’onere che la presenza dei membri di una data comunità pone a carico dello Stato ospitante a livello economico, criminologico e culturale; fermo restando che i provvedimenti di espulsione resteranno a carattere individuale, previa valutazione del caso singolo, l’individuazione delle comunità più problematiche risulta fondamentale per definire le politiche migratorie degli anni a venire, riducendo le quote riservate a immigrati di nazionalità rivelatesi statisticamente difficili da integrare e aumentandole, ove necessario, per cittadini di Paesi dimostratisi statisticamente più adatti ad inserirsi in modo costruttivo nelle nostre società.

Sul piano delle politiche religiose, Sellner auspica invece il supporto e il pieno riconoscimento di un Islam europeo moderato e tollerante, accompagnato però da una politica di tolleranza zero vero l’Islam radicale e vero ogni forma di sostegno al terrorismo di matrice religiosa.

Remigrare come?

A mio avviso, l’unico punto debole nella proposta di Sellner sta forse proprio nelle modalità con cui la remigrazione dovrebbe tradursi da proposta politica in azione di governo; le politiche di rimpatrio dovrebbero infatti, per l’autore, basarsi in larga misura sui dati raccolti da un Osservatorio sull’Assimilazione da istituirsi quanto prima.

Poiché tuttavia tale ente al momento non esiste, ogni ipotesi circa la sua effettiva capacità di misurare il grado di integrazione o di assimilazione delle comunità alloctone e dei singoli individui che le compongono risulta avere, a oggi, natura meramente speculativa.

Se poi l’idea di ricorrere a programmi di rimpatrio volontario con forti incentivi economici poggia effettivamente su alcune esperienze pregresse che hanno dato buoni risultati, la proposta di istituire delle “città modello” sulle coste nordafricane per ospitare gli immigrati espulsi dall’Europa ma non immediatamente rimpatriabili mi sembra in prima battuta poco verosimile, sia perché presupporrebbe la cooperazione e la stabilità (entrambe nient’affatto scontate) dei governi dei Paesi sul cui territorio tali città dovrebbero sorgere, sia perché mantenere un minimo di ordine pubblico in agglomerati urbani la cui popolazione sia composta quasi esclusivamente da soggetti espulsi perché problematici e/o non integrabili potrebbe rivelarsi ben più arduo di quanto Sellner sembri immaginare.

Si tratta in ogni caso di limiti superabili e del tutto fisiologici per un progetto ancora in fase embrionale, che non inficiano affatto il valore e la credibilità della proposta di Sellner nel suo complesso.

Il fondamento etico del progetto remigratorio

Molto interessanti, dal mio punto di vista, sono gli argomenti avanzati dall’autore come giustificazione morale del progetto remigratorio.

Uno dei più significativi potrebbe riassumersi come segue: se le comunità di immigrati extraeuropei rivendicano il diritto a rimanere sé stesse, ossia a  mantenere intatta la propria identità culturale originaria pur essendosi trasferite in Europa, tale diritto andrebbe logicamente riconosciuto in pari misura anche ai nativi europei.

Sennonché, mentre le culture delle comunità immigrate vengono nutrite, difese e tutelate (anche sul piano politico) dalle madrepatrie in cui tali culture rimangono indiscutibilmente e fieramente dominanti – quando non addirittura totalizzanti! -, nel giro di qualche decennio le culture europee autoctone, ridotte a sottoculture minoritarie in un’Europa demograficamente sempre meno europea, non godranno più di alcuna protezione che garantisca agli autoctoni europei il diritto di rimanere sé stessi, né il diritto ad una casa comune, in un qualche angolo del globo, abitata da una collettività in cui potersi effettivamente riconoscere.

Qui Sellner coglie un punto a mio parere fondamentale: chi è immigrato in Europa ha pur sempre una possibilità di scelta, ha pur sempre cioè una patria (per quanto magari povera o malgovernata) in cui poter tornare, se le cose dovessero andargli male; noi europei, una volta persa l’Europa, non avremo alcuna casa in cui tornare, non avremo alcuna alternativa, ma diventeremo null’altro che una minoranza dispersa, frammenti di Nazione senza più uno Stato.

Una minoranza, va aggiunto, piccola, fragile, facilmente riconoscibile ed esposta a ogni sopruso: nonché probabilmente destinata a sparire, nel giro di un paio si secoli, dalla faccia della terra.

Per questo, la remigrazione andrebbe inquadrata politicamente (e in seguito anche giuridicamente) come un atto di legittima difesa collettiva da parte dei popoli europei autoctoni, spostando il dibattito dal piano dei diritti individuali degli immigrati a quello del diritto collettivo delle comunità nazionali a preservare sé stesse.

Se infatti uno Stato ha il diritto di pretendere che i propri cittadini sacrifichino la loro vita in guerra per difendere la Nazione, allora esso ha anche il dovere di espellere quegli alloctoni che per la Nazione stessa rappresentino una minaccia, anche qualora l’espulsione dovesse mettere a rischio il benessere o la vita stessa dei soggetti in questione; altrimenti, ci troveremmo nella situazione paradossale di uno Stato che attribuisce maggior valore alla vita degli immigrati che a quella dei propri cittadini!

Una prospettiva inquietante: ma forse – ricollegandoci a culto della colpa cui accennava Sellner – anche estremamente attuale.

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Research Fellow at the Machiavelli Center for Political and Strategic Studies, formerly worked as a consultant at European Parliament, Presidency of the Council of Ministers, Chamber of Deputies and Ministry of Economic Development. M.A. in Philosophy at the Catholic University of Milan.