L’Operazione Epic Fury – lanciata il 28 febbraio 2026 in coordinamento tra Stati Uniti e Israele – non costituisce un’azione estemporanea o impulsiva dell’Amministrazione Trump. Al contrario, rappresenta un esito, non necessario ma comunque logico e maturo, di una traiettoria strategica che si sviluppa da oltre trentacinque anni, ossia dalla fine della Guerra Fredda. Essa riflette il tentativo americano di adattare il proprio ruolo globale a un contesto internazionale segnato da una competizione sempre più serrata tra grandi potenze, da vincoli interni sempre più stringenti e dai limiti oggettivi di un’egemonia unipolare.
Analizzando questa evoluzione attraverso una lente realista, si distinguono con chiarezza due fasi principali nella politica estera statunitense post-1991: la fase interventista-egemonica, orientata alla costruzione e al mantenimento di un ordine globale modellato sugli interessi e sui valori americani, e la fase del realismo nazionale, centrata sul contenimento dei costi e sulla difesa prioritaria dell’interesse nazionale. Epic Fury si colloca chiaramente nella seconda fase, ma ne porta a compimento gli elementi più assertivi e operativamente maturi. Questo articolo ne ricostruisce la genesi storica e concettuale, confrontando approcci, successi parziali e fallimenti, senza giudizi morali, ma con attenzione esclusiva ai meccanismi di potere, ai calcoli di costo-beneficio e agli interessi nazionali concreti che hanno guidato ogni scelta.
La fase interventista-egemonica (1991-2008)
Nel decennio successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si trovarono nella condizione unica di potenza egemone senza rivali paritari capaci di bilanciarne l’influenza. L’obiettivo strategico divenne duplice: stabilizzare le aree di crisi e uniformare progressivamente il sistema internazionale secondo i propri valori e interessi prioritari – democrazia liberale, economie di mercato aperte, sicurezza delle rotte energetiche e commerciali.
All’interno di questa fase si possono isolare due sotto-approcci distinti, entrambi finalizzati al medesimo fine egemonico ma con strumenti e retoriche differenti.
Il primo approccio, dominante negli anni Novanta sotto le amministrazioni Bush sr. e Clinton, è stato spesso definito in termini apologetici come ruolo di “gendarme globale”. In realtà, Washington agì simultaneamente come governante, giudice ed esecutore finale, utilizzando in modo selettivo il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali (ONU, NATO, coalizioni ad hoc) per conferire legittimità formale alle proprie azioni e distribuire parte dei costi operativi sugli alleati.
Esemplare è la Prima Guerra del Golfo (1991): una coalizione di 35 paesi sotto mandato ONU permise di espellere l’Iraq dal Kuwait, preservando l’ordine energetico e strategico del Golfo. Similmente, gli interventi nella ex-Jugoslavia – Bosnia 1995 e Kosovo 1999 – furono presentati come difesa del multilateralismo e della protezione dei diritti umani. Tuttavia, il criterio applicato fu rigorosamente selettivo: l’autodeterminazione dei bosgnacchi e degli albanesi del Kosovo fu sostenuta con forza aerea NATO e risoluzioni ONU, mentre quella dei serbi bosniaci o dei kosovari serbi fu ignorata o attivamente repressa. Il diritto internazionale non funzionò come norma vincolante universale, bensì come strumento flessibile e strumentale al servizio dell’interesse americano di mantenere stabilità in Europa, prevenire vuoti di potere e rafforzare il ruolo della NATO come braccio operativo occidentale.
Questo approccio combinava una certa dose di ipocrisia retorica e realismo pratico: riduceva i costi politici interni grazie al “burden-sharing” con gli alleati e alla copertura multilaterale, consentendo agli Stati Uniti di intervenire con un profilo relativamente basso. Tuttavia, non risolveva il problema di fondo della sostenibilità a lungo termine: ogni intervento, pur vittorioso sul piano militare, lasciava aperti interrogativi sul mantenimento dell’ordine creato e sull’impegno necessario per consolidarlo.
L’approccio neo-conservatore di George W. Bush
Il secondo sotto-approccio, emerso drammaticamente dopo l’11 settembre 2001, fu incarnato dall’Amministrazione Bush jr. coi suoi strateghi neo-conservatori. Qui il multilateralismo venne messo esplicitamente in secondo piano a favore di un unilateralismo più cinico, diretto e ideologicamente assertivo. Il concetto di “New American Century”, elaborato già negli anni Novanta, divenne il quadro operativo esplicito: gli Stati Uniti dovevano plasmare attivamente il Medio Oriente attraverso cambi di regime, “esportando” la democrazia con la forza militare. La ricerca del casus belli divenne meramente accessorio, come dimostrato dal caso delle armi di distruzione di massa irachene.
L’approccio fu comunque meno ipocrita del precedente – non si nascose dietro l’ONU dopo il fallimento della seconda risoluzione – ma rivelò in modo brutale i limiti strutturali dell’egemonia. I “pantani” afghano e iracheno dimostrarono che la superiorità tecnologica e convenzionale americana non si traduce automaticamente in capacità di controllo politico duraturo su società tribali e frammentate. Parallelamente, l’apertura commerciale indiscriminata alla Cina, accelerata proprio in quegli anni, produsse effetti collaterali devastanti: deindustrializzazione di intere regioni americane, crisi sociali profonde e crescente dipendenza strategica da un rivale revisionista destinato a diventare il principale sfidante del XXI secolo.
Il meccanismo si inceppò definitivamente perché l’opinione pubblica statunitense non era disposta a sostenere i costi prolungati che un’occupazione vera e propria, di tipo “coloniale”, avrebbe richiesto (decine di migliaia di truppe, centinaia di miliardi di dollari, migliaia di vite). Bush sr. aveva già pagato politicamente la vittoria lampo nel Golfo con la sconfitta elettorale del 1992; Bush jr. vide il proprio partito perdere il Congresso nel 2006 e la Casa Bianca nel 2008.
Il riemergere del sentimento isolazionista
La storia americana è segnata da un’ambivalenza costitutiva profonda: da un lato, il desiderio fondativo di separarsi dal Vecchio Continente e creare una “città sulla collina” (espressione seicentesca di John Winthrop), codificato nella Dottrina Monroe del 1823 come esclusione dell’Europa dall’emisfero occidentale; dall’altro, l’inevitabilità geopolitica di un ruolo globale per tutelare la sicurezza delle linee di comunicazione marittime, l’accesso alle risorse e la prosperità interna.
Le due guerre mondiali furono intraprese da presidenti rieletti (Wilson nel 1916, Roosevelt nel 1940) proprio perché avevano promesso di tenerne fuori gli Stati Uniti dal conflitto. Durante la Guerra Fredda l’imperialismo fu sempre “riluttante”: la sconfitta in Vietnam non derivò da insufficienza militare, ma dal collasso del fronte interno tra il 1968 e il 1973. Lo stesso schema si ripeté con precisione chirurgica in Afghanistan e Iraq: decisiva fu la mancanza della volontà politica di adottare un approccio pienamente “colonialista” – occupazione prolungata, ingegneria sociale radicale, costi accettati per decenni.
Dopo il 2008, gli elettori americani hanno sistematicamente premiato i candidati che promettevano meno guerre e un minore impegno estero: Obama nel 2008 con il messaggio di uscita dall’Iraq, Trump nel 2016 con lo slogan “America First”, e poi ancora Biden e di nuovo Trump accomunati dalla promessa di porre fine alle “endless wars”.
Persiste tuttavia un iato strutturale difficilmente colmabile: l’abbandono completo del primato globale rischierebbe di erodere proprio quei benefici sistemici (sicurezza delle rotte commerciali, deterrenza nucleare estesa, accesso privilegiato ai mercati e alle tecnologie) che hanno garantito prosperità e sicurezza agli Stati Uniti per settant’anni. Il realismo impone quindi di trovare una via di mezzo: mantenere la supremazia senza farsi carico di tutto.
La nuova fase: il realismo nazionale
Emerse così una fase distinta, non isolazionista ma centrata sull’interesse nazionale e sulla sostenibilità interna. Anche qui si distinguono due approcci complementari, entrambi finalizzati a ridurre l’esposizione americana senza rinunciare alla capacità di plasmare gli esiti strategici.
L’amministrazione Obama (2009-2017) incarnò un multilateralismo “leggero” e indiretto. La dottrina implicita – sintetizzata nella formula “leading from behind” emersa pubblicamente durante l’intervento in Libia (2011) – consisteva nel guidare senza apparire in prima linea: condivisione sistematica degli oneri con alleati europei e regionali, uso selettivo e chirurgico della forza aerea e di droni, rifiuto categorico di nuove occupazioni territoriali su larga scala.
Sul piano operativo, Obama decuplicò gli strike mirati (o per meglio dire “assassinii mirati”) rispetto all’era Bush: da circa 57 sotto Bush a oltre 540 documentati in Pakistan, Yemen e Somalia tra il 2009 e il 2016. La creazione della cosiddetta kill list e le riunioni settimanali del “Terror Tuesday” alla Casa Bianca istituzionalizzarono un sistema di decapitazione selettiva della dirigenza jihadista, riducendo drasticamente i costi umani e finanziari per gli Stati Uniti.
Fu una risposta intelligente e tecnologicamente sofisticata ai vincoli interni post-Iraq, ma mantenne comunque l’ambizione di gestire il sistema globale attraverso coalizioni flessibili e leadership discreta. Il limite di questo approccio emerse però quando la “linea rossa” sulla Siria (2013) non venne fatta rispettare e quando il caos libico post-Gheddafi dimostrò i rischi di interventi a basso impegno prolungato.
“Peace through strength”: l’unilateralismo assertivo di Trump
L’approccio Trump – nel primo (2017-2021) e soprattutto nel secondo mandato iniziato nel 2025 – rappresenta la variante unilaterale, più brutale e diretta della stessa logica di contenimento dei costi. Il motto “peace through strength” si traduce in deterrenza credibile, velocità di azione e negoziato asimmetrico. Si abbandona ogni pretesa di nation-building o di trasformazione sociale; si privilegiano azioni dirette, rapide e ad alto impatto contro obiettivi di valore strategico elevato.
Sul piano tattico, gli strike mirati vengono espansi sia quantitativamente sia qualitativamente: da elementi di medio livello si passa a colpire figure di vertice dello Stato avversario. L’uccisione di Qasem Soleimani a Baghdad (gennaio 2020) ne fu il primo esempio eclatante; la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela (gennaio 2026) e la recentissima uccisione di Ali Khamenei in Iran (28 febbraio 2026) ne costituiscono l’apice. La logica è quella del negoziatore brutale: puntare la pistola alla tempia dell’interlocutore per massimizzare la leva negoziale. Il messaggio implicito trasmesso agli avversari è cristallino: cedere alle richieste americane (nel caso dell’Iran: denuclearizzazione verificabile e riduzione della proiezione regionale attraverso proxy) oppure rischiare l’eliminazione personale. Non si cerca più di trasformare società intere, ma di imporre costi insostenibili ai dirigenti avversari, fino a indurre o un collasso interno controllato o un accomodamento pragmatico.
Il filo conduttore di entrambe le varianti della fase attuale – Obama e Trump – è il rifiuto categorico e bipartisan di occupazioni prolungate con “boots on the ground”. Le lezioni di Vietnam, Afghanistan e Iraq sono state interiorizzate a livello di ceto dirigente: ogni intervento terrestre su scala rilevante genera costi esponenziali (umani, finanziari, politici) e un inevitabile logoramento del consenso interno. Obama si affidò massicciamente a droni, forze speciali e partner locali; Trump ha portato la stessa logica a livello di decapitazione strategica dell’avversario.
Epic Fury – con oltre 1.000 obiettivi colpiti in sole 48 ore, incluso quel che resta degli impianti nucleari di Fordow e Natanz, i comandi centrali dell’IRGC, le basi missilistiche e la stessa Guida Suprema – rappresenta il culmine tecnico e concettuale di questa traiettoria trentennale: superiorità aerea e di intelligence applicata senza remore e con precisione chirurgica. Il passaggio dal “gendarme” al “chirurgo” (o al “gangster”, per i detrattori) è ormai completo.
La decapitazione strategica funziona?
È ancora prematuro esprimere un giudizio definitivo sull’efficacia di lungo periodo dell’approccio Trump. L’uccisione di Soleimani produsse un effetto deterrente misurabile nel breve-medio termine , riducendo gli attacchi proxy iraniani alle forze USA nella regione. L’operazione contro Maduro ha aperto spazi di manovra in Venezuela, ma gli esiti di lungo periodo non sono ancora misurabili. Nel caso iraniano, lo scenario ideale per Washington rimane una rivolta interna che porti a un cambio di regime, ma a Trump andrebbe benissimo anche l’emergere di una nuova leadership più pragmatica e, soprattutto, intimorita dall’eventualità di ulteriori attacchi personali mirati.
Gli Stati Uniti non desiderano una guerra di attrito terrestre: il loro obiettivo dichiarato e realistico è degradare permanentemente le capacità nucleari e missilistiche iraniane, inducendo o un accomodamento negoziato o un collasso del regime attuale.
Funzionerà? L’Iran attualmente sta reagendo con centinaia di missili balistici e droni, ma senza capacità di escalation simmetrica prolungata o di proiezione convenzionale efficace contro il territorio americano. Solo il tempo saprà darci la risposta definitiva.
Conclusions
Epic Fury non apre un nuovo ciclo, ma consolida e rafforza quello storico: gli Stati Uniti hanno abbandonato l’illusione di gendarme globale e di ingegneria sociale universale, scegliendo invece un realismo selettivo basato sulla forza bruta e la decapitazione dell’avversario come leva negoziale. Questo approccio riduce significativamente i rischi di sovraestensione che hanno segnato le fasi precedenti, ma deve ancora provare la sua reale efficacia strategica.
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