Meloni-chan, la versione manga del primo ministro italiano, insieme a Takaichi-san, in versione manga anche lei. Una foto che ha fatto il giro dei social in poche ore. Alla quale ha fatto seguito quello che è un vero e proprio colpo finale: Giorgia Meloni insieme al mangaka Hara Tetsuo, con in mano un ritratto di Ken il Guerriero autografato dal disegnatore come regalo di compleanno della premier.

Giorgia Meloni ha infatti appena soffiato 49 candeline. E’ una rappresentante piena di quella “Generazione Goldrake”, i ragazzi della generazione X italiana che durante la loro infanzia vennero letteralmente travolti dall’arrivo dei cartoni animati giapponesi sulle televisioni italiane. Per quattro decenni vilipesi e considerati dei nerd, degli sfigati, al contrario di quelli che seguivano i supereroi americani o armi di distrazione di massa più “adulte” (virgolette d’obbligo), come il calcio. Ora quanto invece quell’imprinting abbia pesato è materia da prima pagina.

Savonarola contro Goldrake

Sono passati 48 anni da quando il deputato di Democrazia Proletaria, ex Avanguardia Operaia, redattore de L’Unità e membro della Commissione di Vigilanza RAI Silverio Corvisieri lanciava strali in parlamento contro l’anime robotico Goldrake (in originale Grendizer). Era una forma di savonarolismo, di moralismo quasi maccartista ma di segno opposto. In qualche modo, dal suo punto di vista di sinistra trozkista, Corvisieri aveva colto una intollerabile sfumatura “di destra” in quella saga fantascientifica. E insieme a lui Dario Fo, Alberto Bevilacqua e la vedova Togliatti, Nilde Iotti. Come riporta il sito Spazio70, non si è esitato a definire fascista questo tipo di intrattenimento:

«il pugno rotante equivale al pugno di ferro; l’alabarda spaziale alla baionetta; il maglio perforante al manganello […] Goldrake è lo stadio che può precedere la droga vera e propria».

Silverio Corvisieri aveva avvertito che Goldrake era “culto del superuomo”, “principio della delega” a un salvatore e “odio per il diverso”. Ancora vent’anni dopo, con granitica pervicacia, Corvisieri intervistato su K Magazine confermava la sua opinione: Goldrake era «antidemocratico e violentissimo».

Subito dopo Goldrake arrivarono sulle TV italiane prima Mazinga Z e poi Capitan Harlock. Il primo scatenò una vera isteria neomaccartista, con un gruppo di seicento genitori di Imola che indirizzarono alla RAI e al ministero delle Poste & Telecomunicazioni una petizione di protesta: i cartoni giapponesi erano «guerrafondai», lanciavano un messaggio «diseducativo» nel quale la scienza era al «servizio della distruzione»:

«Davanti a certi programmi per l’infanzia colpisce un uso della scienza e della tecnica, della stessa fantascienza legata alla guerra; strumenti sempre più moderni al servizio di una società dominata da lotte feudali e nelle mani di un uomo che regredisce dominato da bassi istinti di avidità e di dominio».

Naturalmente, che il messaggio fondamentale delle serie robotiche dell’epoca fosse esattamente l’opposto, poco importava.

Capitan Harlock, in particolare, l’anarca che a bordo di un vascello spaziale vive da uomo libero, reietto e proscritto ma che decide di combattere ugualmente per difendere la sua Terra governata da una democrazia ridicola, corrotta e pavida da un’invasione aliena, non poteva non attirare l’ennesima accusa di “fascismo”. Specie in un periodo in cui per l’egemonia culturale di sinistra, tutto ciò che non era lotta di classe era automaticamente manganello e olio di ricino. Capitan Harlock, vestito di nero, con la sua lugubre bandiera da pirata, fece la sua apparizione in RAI nella primavera 1979 per qualche replica, ma poi venne ritirato e passò alle TV private.

L’occasione sprecata per i genitori boomer

Fino alla Legge Mammì del 1990, i giovani italiani della Generazione X furono letteralmente travolti dall’ondata di anime giapponesi, per lo più fra le rampogne di genitori e maestri: “diseducativi”, “violenti” e per l’appunto, “fascisti”. Una gigantesca occasione sprecata per il dialogo fra due generazioni. Mentre quella vecchia entrava negli anni ’80 distratta dal boom reaganiano e rilassata dal disimpegno dell’edonismo post anni di Piombo, quella nuova avrebbe potuto condividere con i genitori l’immensa quantità di valori che gli anime portavano con loro. E invece la generazione dei boomer decise di fermarsi alle “lame rotanti” e alle scene strappalacrime, ignorando tutto quello che c’era attorno. Che Capitan Harlock fosse un patriota, libero, uomo d’onore non importò a nessun critico. Era “fascismo”. Delle vicende di giovani (spesso orfani) del “Teatro dei Meisaku“, da Heidi at Flo la Piccola Robinson, da Remi at il Fedele Patrasch, tutte tratte da capolavori della letteratura per l’infanzia europea (fra cui due dal Libro Cuore), gli adulti dell’epoca vollero vedere solo l’aspetto lacrimevole e deprimente, dimenticando che era tutto nello spirito della letteratura per l’infanzia europea della Belle Epoque.

Con superficialità e presunzione la Generazione Goldrake fu praticamente abbandonata da quella dei suoi genitori da sola davanti alla TV. E per una volta che la TV poteva essere un buon maestro, si scelse di demonizzarla.

La rivincita dei nerd

Ma, si sa, i ragazzini crescono. E crescendo si ritrovano pure finalmente a godere di un reddito più sostanzioso delle paghette. Così a partire dalla metà degli anni Novanta, nonostante la lunga “traversata nel deserto” dopo la legge Mammì, anime and manga sono tornati a popolare l’immaginario collettivo, semplicemente perché i ragazzini della Generazione Goldrake erano diventati adulti e, soprattutto, un goloso settore di mercato.

E oggi la Generazione Goldrake è perfino arrivata al potere, come ha dimostrato Giorgia Meloni con il suo viaggio diplomatico in Giappone. Trovando sponda nel Sol Levante proprio con la premier nipponica, Takaichi Sanae, che oltre che metallara e motociclista, è anche lei – come alcuni altri membri del suo gabinetto dichiaratamente otaku – appassionata di anime and manga.

Ma non è solo colore, costume. E’ cultura.

Lo spessore di anime and manga

Rispetto alle opere occidentali, che fino a tempi abbastanza recenti si sono divise in lavori di puro intrattenimento e fumetti “intellettuali”, il manga (il fumetto) e l’anime (l’animazione) giapponesi hanno saputo far coincidere un sistema espressivo pop con contenuti di grande spessore. Il manga intellò, per lo più di sinistra, non esiste o quasi. I mangaka giapponesi hanno saputo coniugare il gusto del pubblico con l’esigenza di raccontare storie complesse. Una complessità che non è stata affatto colta durante il decennio d’oro della Goldrake Generation in Italia.

Le citazioni da Corvisieri e gli altri detrattori dei cartoni giapponesi mostrano un approccio superficiale. Del resto, una volta bollato come “fascista” un fenomeno, non c’è bisogno di approfondirlo. Poche le voci che in quel periodo si alzarono per difendere i cartoni giapponesi. Alcuni lo fecero per spirito di libertà o perché affascinati – ancora una volta superficialmente – dal nuovo media, come Gianni Rodari. Pochi, come Gianfranco de Turris, si accorsero invece dell’enorme potenziale ideale che le storie arrivate dal Giappone potevano esprimere.

Ma i manga sono di destra o di sinistra?

E non è un caso che un grande intellettuale di destra come de Turris sia stato fra i pochissimi a cogliere il valore della produzione nipponica. Perché – anche se per sbaglio – Corvisieri aveva visto giusto nel suo disprezzo per gli anime. Dal suo punto di vista, il punto di vista di chi ha sposato il marxismo culturale, tutti i valori espressi dai cartoni giapponesi non possono che essere “fascisti”. Perfino l’anarchismo del pirata spaziale Capitan Harlock, il sacrificio per la pace dei piloti dei vari “robottoni”, l’epos contadino della piccola Heidi di Takahata e Miyazaki (all’epoca militanti di sinistra estrema).

Sarà proprio l’allergia del marxismo culturale verso i valori a rendere indigesto a sinistra il mondo del cartone animato giapponese, che riesce a rientrare dalla finestra solo quando qualcuno si accorge che nel lungometraggio Porco Rosso, di Miyazaki Hayao, ambientato nell’Italia del 1927, il protagonista fa professione pubblica di antifascismo. Che poi, più che antifascismo è a-fascismo. E che – se vogliamo andare a leggere bene in filigrana tutto il Miyazaki-pensiero – secondo i parametri medi dello spettro destra-sinistra in Italia, dovremmo andare a classificarlo nell’eco-destra anarcoide e tolkeniana degli anni Settanta, più che con una qualunque frangia rossa. Troppi valori cari alla “destra” compaiono nelle opere i Miyazaki, perché possa essere capito a sinistra: necessità di combattere per la giustizia, coraggio, spirito di sacrificio, rispetto per il nemico (bestemmia!)… Porco Rosso dice “meglio essere un maiale che diventare fascista”, ma all’inizio del film tutti i piloti caduti in guerra salgono al Paradiso, senza distinzione di coccarda sulle ali…

E la frase dell’antenato del pirata spaziale Harlock, pilota della Luftwaffe durante la Seconda guerra mondiale, in L’Arcadia della mia giovinezza ha fatto scattare sull’attenti migliaia di spettatori:

Tochiro: “Ma perché voli su un aereo con la croce di ferro?” Phantom F. Harlock II: “Per rettitudine e riconoscenza verso la mia nazione, per questo”.

Del resto, l’autore di Capitan Harlock, Matsumoto Leiji, è anche il creatore di quella saga di fantascienza che prende il nome di Corazzata Spaziale Yamato, uno dei franchise più di successo del panorama giapponese. Protagonista ne è la magnifica supercorazzata Yamato, affondata nel 1945 in una missione kamikaze e risuscitata come nave spaziale per salvare la Terra da un’invasione aliena. La sigla dell’anime è talmente iconica che è spesso presente nelle scalette della banda della Kaijō Jieitai, le Forze navali di autodifesa, ovvero la Marina militare giapponese. https://www.youtube.com/watch?v=yBfCmBXF1Yw

E non potrebbe essere altrimenti: Corazzata Spaziale Yamato è un vero e proprio manifesto di destra. Un’opera in cui il patriottismo si fonde con la cavalleria e il rispetto del nemico (aspetto ancora più accentuato nel remake, Yamato 2199, del 2015), ecologismo ed etica guerriera.

E proprio l’etica guerriera è al centro della saga di Kenshiro (Hokuto no Ken, di Buronson e Hara Tetsuo), il cui ritratto è stato il regalo di compleanno di Giorgia Meloni. Una saga epica, ambientata in un futuro postatomico ispirato a Mad Max, dominato dagli scontri fra esponenti di scuole di arti marziali. Il dominio sul mondo, la libertà, l’amore, il coraggio, la giustizia sono i temi di una storia che qualcuno ha paragonato a un’Iliade contemporanea. Violentissima, la serie animata giunse in Italia nel 1987 col titolo di “Ken il Guerriero” suscitando una nuova ondata di neomaccartismo, con alcuni giornalisti che associarono l’anime con la triste moda del lancio dei sassi dai cavalcavia. In realtà la profondità di tutti i suoi personaggi, compresi i vilain, fa di “Kenshiro” un’opera in cui ogni valore tradizionale può ritrovarsi, perfino nelle contraddizioni: la tensione superomistica di Raoul, fratello maggiore di Kenshiro, determinato a conquistare il mondo con la sua forza sovrumana per imporre la pace, le immolazioni compiute dai guerrieri della scuola rivale di Nanto per impedire il disegno imperiale di Raoul, la pietas del protagonista, disposto a ogni sacrificio per rispettare il destino che gli è stato assegnato, nel nome della giustizia. In un crescendo di tensione e di epos guerriero, “Ken di Hokuto” (il cui titolo dovrebbe essere correttamente tradotto “Il pugno della Stella del Nord”) è diventato uno dei più iconici prodotti culturali del Giappone negli ultimi decenni. Tanto che la Meloni stessa, dopo aver incontrato Hara, ha potuto dichiarare che “Hokuto no Ken ha segnato la crescita di intere generazioni di italiani, diventando parte dell’immaginario collettivo della nostra nazione”.

Il ritorno del tradizionalismo in Giappone

Nell’ultimo decennio diversi prodotti dell’industria del manga and of theanime in Giappone sembrano aver riscoperto tradizione e perfino violato il tabu sulla Seconda guerra mondiale. Dopo la sconfitta, infatti, il non-detto sulla sorte del Giappone post-1945 venne largamente sublimato nelle opere fantastiche: le città giapponesi venivano distrutte da mostri spaziali e difese da eroici ragazzi che pilotavano gioielli della tecnologia nipponica. Il Giappone, insomma, salvava il mondo sacrificandosi per tutta l’umanità (non era forse questo il messaggio che l’Imperatore aveva lanciato ai suoi sudditi, annunciando la resa, il 15 agosto 1945?). Diverse opere avevano affrontato il tema della guerra e della sconfitta, valgano i titoli Gen di Hiroshima di Nakazawa Keiji e Una tomba per le lucciole, di Takahata Isao, ma con una vena di critica più diretta verso il proprio popolo e le sue piccole miserie umane che non verso gli americani che le bombe – atomiche o incendiarie – avevano sganciato sulle città dell’arcipelago.

Il manga storico – genere frequentatissimo – prediligeva temi più arretrati nel passato: dall’epoca Edo (come le storie di ninja di Shirato Sanpei) a quella Meiji. Pochissimi accettavano di confrontarsi con un passato che tutto sommato era molto presente per gli autori e per molti dei lettori. Nel dopoguerra, inoltre, l’occupazione americana cercò di cancellare ogni cenno di nazionalismo. I cartoni “disneyani” e di sinistra come quelli di Tezuka Osamu si prestavano alla perfezione a propagandare il pacifismo e l’antimilitarismo.

Ma di recente la musica sembra cambiata: sono molti gli autori di anime and manga che si confrontano con i temi della Seconda guerra mondiale, della sconfitta e dell’occupazione americana, con le violenze e i soprusi subiti dai giapponesi da parte delle truppe USA. Inoltre diversi lungometraggi arrivati anche nelle nostre sale cinematografiche hanno mostrato di voler riannodare i fili tagliati con l’epoca Shōwa. Perfino Miyazaki, da sempre molto critico verso il militarismo giapponese che ha condotto alla guerra, ha ammesso che se fosse nato prima con tutta probabilità sarebbe finito a lavorare per la propaganda imperiale. Un’ammissione che fa il paio con la struggente nostalgia che traspare nei cartoni più recenti quando si racconta un mondo in cui vetro e plastica ancora non hanno sostituito pannelli di carta di riso e tetti a pagoda.

Dopo anni di crisi e nichilismo, rappresentati perfettamente in quel Neon Genesis Evangelion di Anno Hideaki (1995) in cui il protagonista è un anti-eroe, depresso, privo di testosterone, gettato suo malgrado nel mondo che ogni ragazzino giapponese (e non) avrebbe sempre sognato – ossia pilotare un robot gigante per salvare l’umanità, circondato di belle ragazze – ora il Giappone sembra voler provare a ridarsi una spinta ripartendo da dove aveva interrotto. E con le spalle larghe che una produzione adulta e tridimensionale come quella giapponese, ci si può permettere perfino il revisionismo: in Yamato 2199 alla metafora originale della Terra distrutta dalle bombe atomiche dell’invasore e difesa dalla corazzata giapponese, viene aggiunto il dubbio che forse la guerra l’hanno scatenata i terrestri, e non gli alieni di Gamilas. Ma anche se è così, right or wrong, it’s my country…

Se i manga fanno politica

Diventato oramai un fenomeno globale, quello di anime and manga ha anche un suo risvolto politico. Naturalmente il primo pensiero va all’uso fatto da Casapound del già più volte citato Capitan Harlock. Ma vi sono manifestazioni di magnitudine molto maggiore.

Da mesi un’altra bandiera pirata, quella della serie One Piece, è stata alzata come vessillo della protesta in mezzo mondo: si è cominciato in Indonesia, poi in Nepal, nelle Filippine e in Francia. Il manga e l’anime di Oda Eiichiro – il prodotto di maggior successo commerciale della storia di questi media e destinato a breve a superare perfino le vendite della concorrenza dei supereroi americani – è diventato il simbolo della ribellione contro il potere. Come i pirati di One Piece si contrappongono alla Marina del Governo Mondiale, simbolo dell’ordine costituito, così i rivoltosi, per lo più appartenenti alla Generazione X, hanno inteso impostare le loro proteste.

Ancora più di recente, il gioco di propaganda del governo di Keit Starmer, Pathways, si è trasformato in un boomerang clamoroso poiché il “cattivo maestro” che dovrebbe “traviare” i giocatori, conducendoli verso l'”estremismo”, la goth-girl Amelia, è rapidamente stata trasformata in rete in un meme virale.

Anziché essere detestata come portatrice di “brutte idee” (nazionalismo, etnocentrismo, tradizionalismo, anti-immigrazionismo etc.), Amelia è diventata la waifu (nipponizzazione di “wife“, moglie, ovvero una “fidanzata ideale” virtuale) di milioni di giovani nazionalisti in Gran Bretagna e nel resto del mondo. E in questo contesto ci interessa perché la sua rappresentazione originale, particolarmente miseranda dal punto di vista grafico (in stile Peppa Pig, per capirci), è stata immediatamente trasformata dalla rete, ovviamente in una versione anime\manga. La darkettina manga è così divenuta un altro vessillo alzato contro la propaganda di Downing Street, anche grazie al fatto che il suo colore dominante – il viola, tipico dei “cattivi” dei cartoni animati – è quello del partito UKIP ed è tradizionalmente legato all’araldica britannica e scozzese.

E alla fine, gli uffici propaganda di Starmer hanno dovuto gettare la spugna…

La darkettina Amelia, da “cattiva” della propaganda starmeriana a waifu dei giovani nazionalisti su internet.

E il cerchio si chiude, con Silverio Corvisieri che tutto sommato può permettersi di dire: “Visto? Io ve l’avevo detto!”.

Forse l’equivoco nasce dal considerare la sinistra come monopolista della difesa dei deboli?

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Redattore del blog del Centro Studi Machiavelli "Belfablog", Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "CulturaIdentità" e di "Storia in Rete". Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (con Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa dellacancel cultureche sta distruggendo la nostra storia and Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione).