Poco più di 10 anni fa, a Bradford, un tassista di nome Tamseel Virk caricò una cliente che aveva ecceduto con l’alcol. Non così raro nelle serate britanniche, dove è usanza diffusa passarle in un pub. Questa vicenda ebbe però una nota ben più tragica: Virk decise di abusare della donna. E non si fermò lì: telefonò ad altre tre persone, tra cui lo zio e il cognato, proponendo loro di abusare della donna e tutte e tre accettarono l’offerta.

Questa storia, per quanto orribile, potrebbe essere derubricata a un caso di cronaca nera privo di qualsiasi implicazione sociologica. Il fatto che tutti e quattro gli stupratori fossero pakistani potrebbe essere considerato un mero caso. Se non fosse che, come si è definitivamente appurato di recente, schemi similari si sono ripetuti innumerevoli volte in Gran Bretagna: ci riferiamo al fenomeno noto come grooming gangs, le cui vittime – quasi sempre donne minorenni bianche – si contano nell’ordine delle centinaia se non migliaia, esattamente come i perpetratori – quasi sempre uomini d’origine pakistana. Nelle innumerevoli vicende assurte all’onore delle cronache e che ora finalmente stanno passando anche nei tribunali, lo schema ricorrente era il seguente: intrappolata una ragazzina vulnerabile, in genere con un mix di blandizie e violenze, l’adescatore interpellava una serie di suoi familiari e contatti per abusarne assieme a lui. Sebbene spesso non si trattasse di contesti di malavitosi, il numero di coloro che negli anni hanno accettato simili profferte criminali è enorme, mentre non si conoscono casi di persone che abbiano sdegnosamente rifiutato e denunciato la vicenda alla polizia.

Ciò ha suscitato in più di un commentatore la seguente domanda: ma se voi foste un bruto deciso ad abusare di una ragazzina, avreste un solo numero in rubrica che vi sentireste abbastanza fiduciosi da chiamare per unirsi a voi? Qualcuno che pensate potrebbe essere interessato a violentare una minorenne e, soprattutto, che siete assolutamente certi non vi denuncerà, anche qualora dovesse rifiutarsi di seguirvi nell’impresa criminale? Chi scrive, e probabilmente ogni lettore, risponderebbe decisamente di no. Ma così non era per i tanti adescatori di minorenni che hanno operato in Gran Bretagna in questi anni. Tutti loro hanno rapidamente trovato complici – e mai delatori – tra familiari e amici. Vista l’enorme sovra-rappresentazione di pakistani tra di loro, riesce difficile non porsi la poco politicamente corretta domanda: ma c’entrerà forse qualcosa la loro cultura?

La società pakistana è profondamente tribale, dominata da clan noti come biradari. Spesso la giustizia è amministrata dai jirga (consigli degli anziani) tribali e la lealtà al proprio clan viene prima di tutto. Sono questi consigli a emanare (contro la volontà dello Stato centrale, che reprime severamente il fenomeno) sentenze che urtano il nostro senso di moderni europei, come possono essere gli stupri per vendetta: se un membro del clan A stupra una ragazza del clan B, i membri del clan B stupreranno una donna innocente del clan A, preferibilmente la sorella dello stupratore, per pareggiare i conti. Questa pratica barbara ci ricorda anche del rango subalterno che le donne hanno in una società tribale, non sempre in grado di riconoscere loro piena dignità.

Questo tipo di cultura potrebbe aiutare a rispondere alle nostre domande, circa l’ampia adesione e la diffusa omertà che la comunità pakistana in Gran Bretagna ha offerto nel caso delle grooming gangs?

Nel dibattito pubblico contemporaneo, parlare di differenze culturali è diventato un’eresia, un atto da condannare. Chi osa suggerire che alcune tensioni sociali o alcune fattispecie di reati possano derivare da differenze nei valori, nei comportamenti o nei codici culturali viene spesso bollato come “razzista” o “fascista”.

Eppure la nozione di distanza culturale, una volta spogliata dei connotati politici, è da quasi mezzo secolo un concetto chiave delle scienze sociali, usato con piena legittimità da economisti, sociologi e studiosi di management internazionale. In altre parole, ciò che nel linguaggio accademico è un concetto teorico o una variabile analitica, nel linguaggio politico diventa un tabù morale.

E questa dissonanza rischia di oscurare una verità semplice: la distanza culturale esiste, produce effetti osservabili, e ignorarla non la fa scomparire. Anzi, impedisce di gestirla razionalmente e pragmaticamente.

La distanza culturale nelle scienze sociali

Nelle scienze sociali, la distanza culturale è studiata da oltre quarant’anni. Già Geert Hofstede, nel suo famoso libro del 1980 “Culture’s Consequences: International Differences in Work-Related Values”, mostrava come i sistemi di valori nazionali influenzino la cooperazione e il comportamento economico. In un lavoro successivo del 1994 dal nome “The business of international business is culture”, Hofstede ha ribadito in modo ancora più netto che il successo delle imprese globali dipende in misura cruciale dalla capacità di comprendere e gestire differenze culturali profonde.

Focalizzandoci, a titolo di esempio, nel campo del management internazionale, in un articolo scientifico del 1988 Kogut e Singh hanno sviluppato un indice per misurare la distanza culturale tra paesi e spiegare perché le imprese preferiscano certe modalità d’ingresso nei mercati esteri piuttosto che altre. Studi successivi hanno confermato che, a parità di condizioni economiche, una maggiore distanza culturale riduce il successo delle imprese multinazionali misurato in termini di capacità di generare profitti (Chang, 1995), probabilità di fallimento delle sussidiarie (Li e Guisinger, 1991), longevità delle joint venture internazionali (Barkema, Shenkar, Vermeulen e Bell, 1997) ed espansione internazionale (Li, Zhang e Shi, 2020). La distanza culturale sembra invece favorire la performance delle imprese multinazionali quando tale distanza rimane entro certi limiti. Come mostrato, ad esempio, nello studio del 2005 di Tihanyi, Griffith e Russell, la distanza culturale correla positivamente con la performance delle imprese multinazionali localizzate in paesi avanzati che investono in altri paesi avanzati.

Come si evince, la distanza culturale nelle scienze sociali è un concetto operativo, non ideologico: descrive differenze nei modi di operare e nei modelli cognitivi e comportamentali, non una gerarchia di civiltà.

Il doppio standard del dibattito pubblico

Quando la stessa idea di distanza culturale si applica non alle imprese bensì agli individui – siano essi i migranti, le comunità, le famiglie – il registro cambia completamente. Chi osserva che differenze culturali possano incidere sui processi d’integrazione o sulle tensioni sociali viene immediatamente sospettato di xenofobia. Eppure, anche qui esistono solide evidenze empiriche.

Uno studio del 2021 di Albada, Hansen e Otten dal titolo “When cultures clash: Links between perceived cultural distance in values and attitudes towards migrants” mostra che quando i membri della società ospitante percepiscono una distanza nei valori culturali (ad esempio quelli relativi alle relazioni sociali) sviluppano atteggiamenti più negativi, minore tolleranza e minore supporto alle politiche d’integrazione.

Un secondo filone di ricerca mostra che la distanza culturale ha implicazioni anche per la sicurezza interna. Nello studio del 2020 “Does cultural proximity contain terrorism diffusion?”, Böhmelt & Bove trovano che la prossimità culturale tra migranti e popolazione ospitante riduce in modo significativo la capacità delle organizzazioni terroristiche di sfruttare i flussi migratori per radicalizzazione e reclutamento: norme e valori condivisi creano fiducia sociale, mentre una maggiore distanza culturale apre spazi che attori estremisti possono strumentalizzare.

A livello più locale, la distanza culturale influenza anche la percezione della sicurezza e le scelte di spesa pubblica. Come mostrato da Bove, Elia e Ferraresi nel loro studio del 2023 dal titolo “Immigration, fear of crime, and public spending on security”, nei comuni italiani l’immigrazione aumenta la quota di risorse pubbliche destinate alla protezione di polizia soprattutto quando i migranti provengono da contesti culturalmente distanti. Il fenomeno è alimentato da una crescita della paura di crimini futuri, accompagnata da un deterioramento della cooperazione civica e della fiducia interpersonale, che accrescono la domanda di sicurezza.

La questione non riguarda solo i fenomeni migratori, bensì la mera presenza di diverse etnie all’interno del territorio. Un recentissimo studio di Eleonora Guarnieri pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica American Economic Review mostra che in Africa la probabilità che un gruppo etnico entri in conflitto armato con il governo centrale aumenta con la sua distanza culturale da esso.

A parità di altre condizioni, gruppi culturalmente più distanti hanno preferenze più divergenti sull’allocazione e sul tipo di beni pubblici: questo disallineamento genera frizioni politiche che possono sfociare nel conflitto civile.

Questi risultati scientifici rendono evidente l’assurdità del nostro dibattito pubblico: riconoscere che la distanza culturale condiziona i risultati economici e finanziari di un’impresa multinazionale è “scienza”; riconoscere che il medesimo costrutto condiziona atteggiamenti sociali, rischi di sicurezza e dinamiche conflittuali è “razzismo”. Un doppio standard che impedisce di elaborare politiche realistiche e basate sui dati.

Adattamento individuale e ruolo della comunità

La prossimità culturale, dunque, è benefica per la convivenza di più gruppi etnici entro il medesimo Stato. Essa agevola la tanto famosa integrazione, e ciò, in teoria, dovrebbe essere garanzia di comportamenti giuridicamente e socialmente più accettabili. Tuttavia, la regola non è così ferrea.

La ricerca sull’acculturazione, dal contributo del 1997 di John Berry in poi, mostra che l’adattamento non è un processo binario. Individui o comunità possono mantenere la propria identità culturale e al contempo adattarsi al contesto ospitante.

Possiamo confrontare due esperienze paradigmatiche.

La prima è quella della comunità cinese in Italia: mantenendo un’identità culturale distinta, mostra comunque bassissimi tassi di criminalità violenta e una forte integrazione economica. Ciò non significa che l’atteggiamento degli immigrati cinesi sia privo di rischi per l’Italia: ne esistono di natura culturale, oppure relativi al pericolo di riciclaggio di denaro, per non parlare della sicurezza nazionale. Di certo, però, gli immigrati cinesi sono pressoché assenti dalle cronache dei crimini violenti o dei furti.

Molto diversa è la situazione con l’immigrazione nordafricana in Francia. Si tratta di una popolazione che si trova nel paese, spesso, da due o tre generazioni. Possiede la cittadinanza, è cresciuta in Francia, ha frequentato le scuole francesi, parla la lingua. In teoria è molto integrata. Eppure è assai sovra-rappresentata negli episodi di criminalità, in particolare per quello che riguarda le gang giovanili, per non citare il terrorismo – che, si potrebbe dire, non esisterebbe nemmeno senza di essa.

Conclusion

Riconoscere la distanza culturale non significa negare l’uguaglianza dei diritti, ma accettare la diversità dei contesti. Tale riconoscimento è un passo necessario e fondamentale per una politica realista dell’integrazione, capace di comprendere le differenze invece di negarle.

Finché la cultura resterà un tabù, continueremo a discutere di immigrazione in termini morali anziché razionali con risultati prevedibili: più incomprensioni, più tensioni sociali, più reati, meno soluzioni.

Se la scienza sociale può misurare la distanza culturale per spiegare il comportamento delle imprese, allora la politica e la società devono imparare a considerarla per capire il comportamento delle persone, le dinamiche di conflitto e perfino le implicazioni di sicurezza. Solo allora sarà possibile tornare a parlare di cultura senza paura – e di convivenza senza illusioni.

Bibliography

  • Albada, K., Hansen, N., & Otten, S. (2021). When cultures clash: Links between perceived cultural distance in values and attitudes towards migrants. British Journal of Social Psychology, 60(4), 1350–1378.
  • Barkema, H. G., Shenkar, O., Vermeulen, F., & Bell, J. H. (1997). Working abroad, working with others: How firms learn to operate international joint ventures. Academy of Management Journal40(2), 426-442.
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  • Bove, V., Elia, L., & Ferraresi, M. (2023). Immigration, fear of crime, and public spending on security. The Journal of Law, Economics, and Organization, 39(1), 235-280.
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  • Hofstede, G. (1980). Culture’s Consequences: International Differences in Work-Related Values. Sage.
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  • Li, J., & Guisinger, S. (1991). Comparative business failures of foreign-controlled firms in the United States. Journal of International Business Studies22(2), 209-224.
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  • Shenkar, O. (2001). Cultural Distance Revisited: Towards a More Rigorous Conceptualization and Measurement of Cultural Differences. Journal of International Business Studies, 32(3), 519–535.
  • Tihanyi, L., Griffith, D. A., & Russell, C. J. (2005). The Effect of Cultural Distance on Entry Mode Choice, International Diversification, and MNE Performance: A Meta-Analysis. Journal of International Business Studies, 36(3), 270–283.
samuele murtinu
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Professore Ordinario di International Business presso la School of Economics dell’Università di Utrecht (Paesi Bassi).

Research Fellow presso IREF (Institute for Research in Economic and Fiscal Issues). Ha svolto ruoli di consulenza per istituzioni governative e di ricerca, fondazioni, organizzazioni private e associazioni di categoria.

Scrive di politica, economia e tecnologia su testate nazionali e internazionali.

Fondatore e Presidente della Fondazione Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" presso l'Università Marconi. In precedenza ha insegnato anche presso l'Università Cusano, sulla geopolitica del Medio Oriente e l'estremismo islamico.

From 2018 to 2019, he served as Special Advisor on Immigration and Terrorism to Undersecretary for Foreign Affairs Guglielmo Picchi; he later served as head of the technical secretariat of the President of the Parliamentary Delegation to the Central European Initiative (CEI).

Author of several books, including Immigration: the reasons of populists, which has also been translated into Hungarian.