Per anni abbiamo – per la verità non tutti – misurato la qualità dei nostri istituti scolastici, di ogni ordine e grado, in base alla digitalizzazione della loro didattica: quante lavagne in ardesia fossero state sostituite da quelle elettroniche, quante performanti «aule computer» fossero state aperte, magari sostituendo vetuste biblioteche, quante volte a settimana gli alunni fossero stati consegnati a «strumenti interattivi» volti a potenziare le loro capacità. Questo orientamento, peraltro ancora ampiamente maggioritario in Italia, sembra ormai declinare proprio laddove un tempo si era affermato, l’Europa del Nord.
Digitalizzazione scolastica: aspettative e risultati
Se è vero che l’informatica è entrata ormai da molti anni anche nelle scuole primarie, va però sottolineato come la digitalizzazione massiccia, ad esempio la fornitura agli alunni di tablet personali (come avviene in paesi come la Danimarca, la Svezia e la Svizzera) è un fenomeno abbastanza recente e non uniforme. Tuttavia i primi risultati, a distanza di qualche anno sono ormai osservabili, e purtroppo non sono rassicuranti. Nonostante metodologie, testi e programmi didattici differenti a seconda dei singoli paesi, tutte le rilevazioni segnalano maggiori difficoltà di apprendimento, minore qualità dei risultati finali raggiunti (specialmente nella lettura e nella scrittura) e, in particolare, problemi di focalizzazione dell’attenzione. Il problema, com’è ovvio, esula dal mero ambito scolastico, e forse qui sta il vero elemento che rende quantomeno controverso il tema della digitalizzazione della scuola.
Se si considera l’ormai profonda penetrazione dei PC, e ancora di più degli smartphone, all’interno della vita di tutti i giorni, risulta evidente che si espone il mondo della scuola ad una straniante ridondanza, fenomeno che vede insegnanti, quasi mai nativi digitali, dover provvedere alla digitalizzazione di bambini che nativi digitali lo sono già. Il fenomeno dei bambini esposti al digitale fin dalla più tenera età è del resto verificabile empiricamente da chiunque, laddove, entrando in un pubblico esercizio, si può immediatamente notare come lo smartphone si avvii a sostituire non solo l’insegnante, ma anche i compagni di giochi e i genitori, con un rischio di dipendenza e annientamento della capacità immaginativa incomparabilmente superiore a quello rappresentato a suo tempo dalla popperiana «cattiva maestra televisione».
Scandinavia: parola d’ordine de-digitalizzazione
Di fronte a questi scenari, stati come quelli citati in precedenza hanno cominciato a interrogarsi se la scuola, anziché seguire la corrente della digitalizzazione dell’intera vita umana, non dovesse invece cercare di rappresentare un’oasi all’interno della quale disintossicarsi dalla presenza massiva degli schermi, piccoli e grandi. Il primo paese a muoversi verso la de-digitalizzazione è stata la Danimarca, che ha visto ritornare, inizialmente in pochi istituti di scuola primaria, i vecchi libri di testo cartacei e la scrittura a mano con la penna. Mattias Tesfaye, ministro dell’Istruzione socialdemocratico, si è addirittura profuso in scuse verso gli alunni danesi, i quali «sono stati utilizzati come cavie digitali», rimarcando la necessità di tornare indietro, al caro vecchio approccio pre-digitale. Il procedimento, peraltro, non è avvenuto senza difficoltà, essendo ormai avvenuta quasi totalmente la trasmigrazione dei vecchi libri di testo cartacei al formato digitale, rendendo quindi imperativa la ristampa di nuovi testi.
Danimarca, Svezia e Svizzera: i pionieri ci ripensano
In Svizzera la situazione non è diversa. Già dal 2023 diversi studiosi, supportati da associazioni di genitori, hanno sottolineato il complessivo arretramento delle competenze di base degli studenti, un arretramento andato di pari passo con la progressiva digitalizzazione degli studenti stessi, sia dentro che fuori dalle mura scolastiche. Lutz Jäncke, neuropsicologo e docente ordinario all’Università di Zurigo, lodando la recente inversione di rotta da parte delle scuole scandinave, ha sottolineato a sua volta come anche tra le giovani generazioni svizzere si assista ad un generale deperimento non soltanto delle competenze acquisite nel periodo scolastico ma anche, più in generale, della lingua e del modo di comunicare. Le più basilari nozioni ortografiche sono in arretramento, sia in Svizzera sia negli altri paesi europei: una tendenza, questa, figlia certamente della digitalizzazione e dell’assuefazione ad una scrittura meramente fonetica, ma anche prodotto di nuovi modelli pedagogici, quasi totalmente di marca progressista, che per decenni hanno svalutato, e infine accantonato, pratiche quale il dettato ed i temi, visti come relitti di una scuola eminentemente nozionistica, gerarchica ed esclusiva. Osservazioni condotte sia in Danimarca che in Svizzera, inoltre, hanno registrato anche un drammatico calo delle interazioni tra i singoli bambini e studenti nelle scuole ad alta digitalizzazione, con l’attenzione degli alunni assorbita quasi totalmente dai dispositivi e solo in maniera molto marginale dai loro compagni. Al contrario, le sperimentazioni danesi di digital detox hanno portato all’osservazione di maggiori interazioni tra gli studenti e una ripresa di tradizionali attività quali lo sport e il gioco all’aperto, oltre che a un generale aumento del rendimento scolastico e ad un netto miglioramento dell’umore.
Il caso svedese
La Svezia, dal canto suo, non è rimasta a guardare. Paese pioniere nella digitalizzazione fin dalla più tenera età, con tablet in uso già nelle scuole materne, lo stato scandinavo è tra i primi ad attivarsi verso una progressiva disintossicazione digitale. A capo del progetto c’è il ministro dell’Istruzione di Stoccolma, la liberale Lotta Edholm, che ha chiarito che è obbiettivo primario dell’esecutivo quello di abolire l’utilizzo scolastico di qualsiasi dispositivo digitale al di sotto dei sei anni, e limitare fortemente l’uso degli stessi anche per i bambini e gli studenti più grandi. Rimarcando la necessità di ritornare all’uso dei libri di testo cartacei, per l’acquisto dei quali la Svezia ha appena stanziato 685 milioni di corone (circa 62 milioni di euro) il ministro Edholm ha sottolineato come anche la Svezia abbia visto un generale arretramento delle competenze dei propri alunni, specialmente per quanto riguarda la lettura, una delle abilità più compromesse dall’utilizzo compulsivo di strumenti digitali.
L’allarme degli studiosi: il regresso è in atto
The Karolinska Institutet, la più prestigiosa università medica del paese scandinavo, ha evidenziato, in un allarmato rapporto ripreso anche dal Guardian, such as
«Esistono chiare prove scientifiche che gli strumenti digitali danneggiano anziché migliorare l’apprendimento degli studenti.» E che «l’attenzione debba tornare all’acquisizione della conoscenza tramite i libri di testo stampati e l’esperienza degli insegnanti, piuttosto che tramite fonti digitali liberamente accessibili e non verificate nella loro accuratezza»
aggiungendo che gli studenti ad alta digitalizzazione si troverebbero mediamente due anni più indietro rispetto agli studenti che hanno studiato con metodi tradizionali. Si tratta di una condanna senza appello, che se da un lato tradisce un interessato timore del fatto che gli studenti possano attingere a fonti di informazioni indipendenti, dall’altro finalmente recepisce la dannosità dell’approccio tecno-entusiastico da tempo imperversante nel mondo dell’istruzione. Naturalmente non sono mancate le polemiche verso un esecutivo, quello di Stoccolma, di marca conservatrice, che si trova alla guida del paese dopo una lunga egemonia socialdemocratica. La manovra targata Edholm è stata infatti accusata, in patria e fuori, di nostalgismo reazionario, ma la strada sembra ormai tracciata, almeno nei paesi dove la digitalizzazione scolastica procedeva più velocemente.
Il caso tedesco
La Germania, stato tradizionalmente più prudente, anche in virtù del fatto che l’istruzione rimane un ambito gestito dai Länder, sembra essere a sua volta avviata verso la medesima prospettiva. La situazione, tuttavia, è frammentata proprio a causa dell’assetto federale dello Stato tedesco. Ad esempio, mentre Länder come Schleswig-Holstein, Baviera, Assia, Nordreno-Westfalia e la città-stato di Berlino sembrano volere seguire le orme dei paesi scandinavi lungo la via della disintossicazione digitale, Länder come quello del Brandeburgo o della città-stato di Brema sembrano voler proseguire nella via della digitalizzazione a tutti i costi fornendo tablet personali fin dalla scuola primaria. Accademici e pedagogisti come Klaus Zierer, dell’Università di Augusta, hanno evidenziato, accodandosi ai colleghi svedesi, danesi e svizzeri, i grandi benefici, sia in termini di rendimento scolastico sia in termini di interazioni sociali, di una scuola che mantenga una divisione più netta tra tecnologia e apprendimento, limitando anche l’uso dello smartphone personale all’interno degli spazi scolastici. Voci critiche, quelle contro la digitalizzazione a tutti i costi della scuola teutonica, che arrivano da tutti i partiti e da tutti gli ambienti, e che denunciano ormai una presa di coscienza bipartisan di quello che è ormai l’inaggirabile problema dell’alienazione digitale, oltre che dell’arretramento di competenze ritenute necessarie in un mondo sempre più competitivo e meno sicuro.
Un approccio ancora poco compreso
Ma se tutto ciò è vero per i paesi citati, il resto dell’Europa sembra ancora, pur con qualche eccezione, nel pieno dell’entusiasmo digitale. Per rendersi conto di quanto il digitale a tutti costi conti ancora parecchi tifosi, basta ricordare la levata di scudi di fronte alla quale si trovò il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara di fronte al sacrosanto proposito di limitare almeno l’uso degli smartphone in classe, universalmente riconosciuti come responsabili di cali di rendimento e problemi di concentrazione. Ma non va meglio nel resto dell’Occidente. La Polonia, ad esempio, ha appena lanciato un programma per fornire un laptop, totalmente finanziato dall’erario pubblico, a ciascun studente a partire dai dieci anni di età, con lo scopo dichiarato di rendere Varsavia più tecnologicamente e finanziariamente competitiva, e lo stesso stanno cercando fare le scuole pubbliche degli Stati Uniti, dove, almeno per il momento, i libri di testo cartacei sono ancora molto utilizzati rispetto ai paesi dell’Europa Settentrionale.
L’alba di un nuovo modello di istruzione?
Più in generale, dopo un paio di decenni di ubriacatura digitale, ciò a cui si sta assistendo, seppur a macchia di leopardo e a differenti velocità, assomiglia molto ad un brusco risveglio. Di fronte ad un mondo sempre più diviso in sfere di influenza in competizione tra loro, l’alienazione digitale, l’analfabetismo di ritorno e disastrosi fenomeni sociali quali quelli dei NEET e degli hikikomori, assomigliano a lussi che l’Occidente, ed in particolare l’Europa, non possono più permettersi. Non si tratta, in tutta evidenza, di un polemica di sapore antimoderno, ma di una mera constatazione dei fatti: l’uso di una tecnologia onnipervasiva come quella dell’informatica contemporanea non può più essere esercitato in un clima di totale deregolamentazione come quello di decenni fa, quando i dispositivi tecnologici sembravano solo dei complicati giocattoloni ad alimentazione elettrica, e quando «lavorare al computer» era considerato, tutto sommato, un lavoro per modo di dire. Proprio perché la tecnologia contemporanea non si può più considerare un gioco (pensiamo alle innumerevoli applicazioni ed implicazioni degli smartphone e dei droni, passando per l’intelligenza artificiale ed il trading online), essa necessita di essere approcciata con molta più cautela rispetto anche soltanto a pochi anni fa, quando l’approccio scolastico alla tecnologia si limitava, quando andava bene, a fornire i rudimenti di Microsoft Office e a qualche esercizio di ascolto e scrittura in lingua inglese. Un approccio maturo e ponderato, quindi, quello che si richiede agli attuali operatori della scuola, nel quale quest’ultima possa essere un’oasi di apprendimento e non di alienazione ulteriore. Un approccio maturo, questo, che passa necessariamente da una maggior preparazione in ambito digitale, questa sì urgente, del corpo docenti, spesso meno competenti dei loro alunni per quanto riguarda questo tipo di tecnologie. Se le scuole di un Paese sono la fucina delle sue future classi dirigenti e dei suoi cittadini, è molto probabile che molto, se non tutto il nostro futuro, si giochi proprio sui banchi (o sui tablet) di cui stiamo parlando.
Le opinioni espresse negli articoli del Belfablog sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni del Centro Studi Machiavelli.
Research fellow at the Machiavelli Center. A philosophy scholar, he has been working for years on the topic of the revaluation of nihilism and the great German Romantic philosophy.





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