«L’anima a Dio, la vita alla Patria, il cuore alla mia donna e l’onore per me»
Motto di Elia Rossi Passavanti
Il quarto ritratto che dedichiamo agli italiani in armi racconta dopo il Principe Eugenio, Raimondo Scintu and Raimondo Montecuccoli, un personaggio del XX secolo insieme a sua moglie, il ternano Elia Rossi Passavanti.
Nel quarantesimo anniversario della morte di Elia Rossi Passavanti (Terni, 5 febbraio 1896 – 11 luglio 1985), la città di Terni è chiamata a rievocare la vicenda di una figura che ha attraversato da protagonista, con tratti tanto militari quanto intellettuali, le due guerre mondiali e gran parte del Novecento italiano. Al suo fianco, per decenni, la marchesa Margherita Incisa di Camerana: infermiera di guerra, leggendaria figura fiumana e autrice nel 1929 del volume «Nella Tormenta», testimonianza unica della spedizione dannunziana.
Un volontario pluridecorato, tra cavalleria e sacrificio
Elia Rossi Passavanti nacque a Terni il 5 febbraio 1896 da Ruggero Rossi e Virgilia Passavanti. È uno dei pochissimi (sette in tutto) militari italiani decorati con più di una medaglia d’Oro al valor militare. Figura leggendaria, Elia Rossi Passavanti era il prototipo del “fegataccio” italiano, disposto ad affrontare qualunque rischio per amore dell’avventura e della Patria. Durante la Grande Guerra fu ferito ben cinque volte e per le sue imprese ricevette cinque delle sei decorazioni al valor militare che gli brillarono sul petto. Ricevette un colpo in testa, che lo colpì di striscio lasciandogli una lunga cicatrice sul cranio, mentre gravissima fu una mutilazione facciale, dalla quale i medici riuscirono a salvarlo applicandogli una mascella di stagno e ricucendogli la lingua staccata. Perse anche l’uso di un occhio. Nonostante tutto pretese ogni volta di tornare in linea a combattere.
Di famiglia modesta (nonostante il doppio cognome), studiò a Roma presso i Salesiani. Si arruolò giovanissimo – poco più che maggiorenne – come volontario di guerra nei dragoni del Piemonte Reale cavalleria, venne quindi assegnato al Genova cavalleria; dal 1° dicembre 1916 alla fine della Grande Guerra partecipò alle operazioni alla frontiera italo-austriaca con il reggimento Genova cavalleria e poi al comando della compagnia Arditi del 252° fanteria “Massa Carrara”, da lui formata.
Per il valore dimostrato durante gli eventi bellici del 1916 e del 1917 venne decorato con due medaglie d’Argento al valor militare con regio decreto del 2 giugno 1921 n. 53057 e successivo regio decreto dell’11 marzo 1923 n. 55512. Decorazioni motivate da un eroismo davvero fuori dal comune, perfino in un’Italia come quella della Grande Guerra che “produsse” decine di migliaia di decorati al valore.
La sua prima ferita la ricevette nel 1916 sul Debelj, alla testa. Con un lungo sfregio sul cranio, si fece medicare sommariamente sul campo e rientrò immediatamente in trincea al fianco dei suoi compagni. Due giorni dopo, a quota 144, insieme ad altri cinquanta dragoni attaccò la prima linea nemica, facendo scappare gli austroungarici dalle trincee. Nell’impeto dell’inseguimento fu però accerchiato dal nemico, che nel frattempo s’era riorganizzato. Perduti circa una ventina dei suoi uomini rimase isolato in una buca di granata con i superstiti per quattro giorni respingendo i nemici. Senza acqua con pochissimo cibo, non gli restò che rompere l’accerchiamento con un attacco frontale per raggiungere le proprie trincee. L’assalto fu assai violento e culminò con un corpo a corpo col nemico, durante il quale un soldato austriaco con la pistola gli sparò in bocca: il colpo gli frantumò la mascella e quasi gli staccò la lingua. Stoicamente e per non impressionare e deprimere i suoi commilitoni, continuò l’azione senza lamentarsi. Nonostante il dolore e l’emorragia, ancor prima di ricevere soccorso volle presentarsi avanti al comandante del Gruppo, il colonnello Francesco Bellotti, facendo rapporto per iscritto e a gesti. Per questa azione ricevette la sua prima medaglia d’argento al Valor Militare.
Dopo oltre tre mesi di convalescenza, quindi, rifiutò la licenza e nonostante la mutilazione facciale volle tornare in prima linea. La sofferenza era grande: doveva sbriciolare le gallette a colpi di calcio di fucile per poter mangiare.
Durante una pausa dai combattimenti, mentre il suo reggimento era a riposo, Rossi Passavanti chiese di essere trasferito a un reparto di Fanteria, non sopportando l’inazione. Venne quindi incorporato come volontario presso il comando del III battaglione della 142° Brigata di Fanteria, sul Locovatz e con con questo reparto riuscì ad entrare fra i primi in S. Giovanni di Duino insieme ad un gruppo di esploratori. Fu ripetutamente ferito alle gambe e fece scudo con il suo corpo al comandante, dimostrando nuovamente eroismo e guadagnandosi la seconda medaglia d’Argento e la promozione sul campo a sergente.
La ritirata di Caporetto e l’eroismo sul Grappa
Rossi Passavanti venne quindi reintegrato nel Genova cavalleria. Era arrivata la spaventosa prova di Caporetto, e il suo reggimento fu coinvolto nelle operazioni di copertura alla ritirata dopo lo sfondamento austrotedesco. A differenza di quanto spesso raccontato dalla propaganda, la “rotta” di Caporetto non fu affatto un disastro, ma il ferreo comando di Cadorna riuscì a gestirla salvando il salvabile e facendo pagare al nemico ogni metro di terra. Il costo fu però di enormi sacrifici, sopportati soprattutto dall’arma di Cavalleria. La leggendaria battaglia di Pozzuolo del Friuli tra il 29 e il 30 ottobre 1917 riuscì a rallentare il ritmo dell’avanzata nemica quanto bastò a Cadorna per organizzare una serie di linee difensive temporanee fino a quella definitiva – stabilita da sua maestà Vittorio Emanuele III – sul Piave, nonostante le proposte anglofrancesi che suggerivano insistentemente un’ulteriore ripiegamento fino al Ticino.
Rossi Passavanti fu quindi protagonista di un episodio che ha dell’epico: durante gli scontri di Pozzuolo del Friuli fece nuovamente scudo col proprio corpo al suo comandante e venne raggiunto alla testa da un proiettile, che si frantumò in centinaia di schegge rendendolo cieco. Rimasto saldamente a cavallo, si affidò alla sua fedele bestia, che riuscì a riportarlo oltre le linee italiane, stramazzando al suolo dopo aver compiuto l’impresa di riportare il cavaliere in salvo.
Con le terribili ferite al volto, Elia Passavanti fu ricoverato all’ospedale Edmondo de Amicis di Treviso dove venne operato. L’intervento gli provocò atroci dolori ma riuscì a salvare almeno un occhio. Nonostante la parziale cecità, Elia Passavanti chiese e ottenne di essere reintegrato e d’essere assegnato a un reparto d’assalto: promosso aiutante di battaglia, combatté col 6° reparto d’assalto Fiamme Nere sul Monte Grappa, poi fu inviato a comandare i reparti d’assalto della Brigata “Massa e Carrara”, 251°, 252° Fanteria. Con gli arditi del “Massa e Carrara” tornò a combattere sul Grappa per quattro mesi, ricevendo nuove e gravissime ferite: il 16 settembre 1918, durante un assalto entrò per primo nella trincea austriaca, ma fu colpito alla testa da un proiettile di pistola e da una scheggia di bomba a mano alla spina dorsale. Fu la furia dei suoi soldati a salvarlo, perché venne strappato a forza dalle mani del nemico che stava per farlo prigioniero. Decorato con la croce di guerra, obbedì all’ordine di farsi medicare e venne trasportato all’ospedale da campo, ma solo al termine del combattimento. Poco più di un mese dopo abbandonò l’ospedale il 23 ottobre 1918 per assistere all’attacco finale sul Piave, trasportato in barella all’inseguimento del nemico dopo lo sfondamento di Vittorio Veneto. Solo allora accettò d’essere ricoverato a Roma per completare la lunga e difficile convalescenza.
A Fiume con d’Annunzio
La conclusione della Grande Guerra non spense i suoi bollenti spiriti: il 25 settembre 1919 abbandonò di nuovo l’ospedale militare e passò fra i “disertori” di Gabriele d’Annunzio. A Fiume costituì la compagnia di fiamme nere “La Disperata”, che fu eletta a propria guardia del corpo dal Poeta-Soldato. D’Annunzio, al solito immaginifico, lo ribattezzò “Frate Elia dell’ordine della prodezza trascendente”. Proprio nella Città di Vita conobbe la marchesa Margherita d’Incisa di Camerana, che il 1° ottobre del 1920 diventò sua moglie.
Passavanti rientrò quindi nel territorio nazionale prima della fine dell’impresa fiumana e venne reintegrato come tenente nel 91° reggimento di fanteria “Basilicata” il 24 maggio 1920. Fu quindi inviato dal ministero della Guerra in Eritrea, come molte altre “teste calde”, a Massaua, dove giunse accompagnato dalla moglie. Rientrato in Italia nel 1922, fu destinato, il 15 giugno 1923, al reggimento Nizza cavalleria come comandante di squadrone e lo stesso anno, il 19 marzo, fu insignito della medaglia d’Oro al valor militare (Regio Decreto 25 febbraio 1923 n. 15) per il suo portamento in guerra. Le ultime parole della motivazione danno l’idea del personaggio: “Soldato veramente più che di carne e di nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di acciaio e di ottima tempra”.
La seconda medaglia d’Oro gli sarebbe poi stata conferita nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, per le operazioni sul fronte greco-albanese in qualità di comandante del Genova cavalleria. Nella motivazione ufficiale si legge: «Comandante di un glorioso reggimento, dava prova ammirevole di audacia e competenza tattica in azioni di straordinaria difficoltà, contribuendo in modo decisivo al mantenimento del fronte e al successo di operazioni delicate in ambienti montani ostili».
Da soldato a uomo politico e statista
Tornato in Italia, Passavanti fu creato conte nel 1923 e fu congedato per l’innumerevole quantità di ferite e mutilazioni ricevute in guerra. Tutt’altro che abbattuto tentò a più riprese di rientrare nel Regio Esercito con numerose domande, e visite mediche fatte presso il suo reparto, il Genova Cavalleria, ma ricevendo sempre la conferma della messa a riposo come invalido per cause di servizio.
Passavanti si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1924, dopo la Marcia su Roma. In quanto legionario fiumano tuttavia la sua adesione venne retrodatata “ante marcia”, al 1919, dettaglio che conferiva a chi poteva farne vanto particolare status all’interno degli apparati fascisti.
Nel 1924, su designazione di Benito Mussolini, fu eletto deputato alla Camera per la XXVII legislatura nella lista nazionale (circoscrizione Lazio–Umbria). Durante le sedute parlamentari sostenne il rafforzamento dell’Esercito, in particolare della cavalleria, lo sviluppo dell’agricoltura tramite scuole agrarie, il corporativismo per la giustizia sociale tra lavoratori e proprietari, e la riduzione della pressione fiscale mediante vigilanza amministrativa. Rimase rappresentante della città di Terni per diversi anni nel Parlamento.
Fu segretario federale, podestà di Terni, fondatore della sezione cittadina dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci. Pare che proprio la sua influenza nel PNF fosse stata determinante nella creazione della seconda provincia umbra, avvenuta nel 1927. Fondò e diresse due testate locali: «La Prora» (1924-1926) e «Volontà fascista», tramite le quali denunciò la subordinazione del Comune ai grandi gruppi industriali, come la Società Terni. Proprio per protestare contro queste ingerenze si dimise dalla carica di podestà.
Lasciata la politica attiva, si diede agli studi: riuscì a conseguire ben tre lauree, in giurisprudenza (1927) ed in lettere e filosofia (1929) presso l’Università di Torino, ed in scienze politiche, economiche e sociali (1929) presso l’Università di Roma. Avvocato dal 1928, lasciò la professione nel 1933 per dedicarsi all’insegnamento universitario e venne chiamato alla Corte dei Conti, dove ricoprì ruoli di crescente importanza fino a esercitare de facto la presidenza dell’Istituto nel 1953-1954.
Nel 1932 fu chiamato nel Direttorio della Federazione Nazionale Arditi d’Italia, e presiedette la Sezione Arditi dell’Urbe. Docente di Contabilità di Stato alla Sapienza, membro dell’Accademia di Scienze di Firenze, fu presidente di sezione della Corte dei Conti per le pensioni di guerra e, dal 1949, responsabile dell’esame dei ricorsi amministrativi degli impiegati destituiti.
Di nuovo in armi
Durante la Seconda guerra mondiale riuscì finalmente a farsi reintegrare in servizio col Genova cavalleria prima in Jugoslavia e poi in Albania, quindi fu nominato capo dell’ufficio propaganda del III Corpo d’armata. Durante la Campagna di Grecia ricevette la seconda medaglia d’Oro al valor militare, “dimostrando che i fatti valgono più delle parole”: avendo visto degli uomini abbandonare le postazioni, durante le operazioni sul monte Kalivaci, prese un fucile e si mise, nonostante il grado di colonnello, a montare di sentinella: il suo esempio fece salire la vergogna nei soldati che, mortificati, ripresero armi e posizioni. Le truppe che gli furono assegnate, galvanizzate dal suo ferreo spirito ma anche confortate dalla sua sollecitudine e dall’attenzione alle loro necessità materiali, passarono quindi alla controffensiva, scalzando i greci dalle loro postazioni. Durante le fasi finali della campagna di Grecia entrò coi suoi uomini nei paesi di Korçia ed Erseke, alzando i tricolori che gli erano stati consegnati da Mussolini in persona. Atti eroici che gli valsero la seconda MOVM.
Eppure, quando due anni dopo il fascismo cadde, Elia Rossi Passavanti si rifiutò di trasferirsi nella RSI e continuò a servire in armi sotto il Regio Esercito al sud: il 9 settembre, a Roma, obbediente alle poche disposizioni che riuscì a ottenere dai comandi italiani, radunò quanti più soldati possibile e li spinse a raggiungere ciò che restava delle forze armate fedeli al Re, nel Mezzogiorno. Rimasto a Roma, in clandestinità, rifiutò di rientrare alla Corte dei Conti della RSI e rischiò più volte l’arresto da parte delle SS (con probabile triste fine alle Ardeatine, come molti altri soldati del fronte clandestino). Il 4 giugno 1944, quando le truppe alleate occuparono la Città Eterna, si presentò ai comandi italiani cobelligeranti in uniforme del Genova Cavalleria e fu integrato nel Corpo Italiano di Liberazione e poi come ufficiale responsabile delle truppe italiane incorporate nell’8^ armata britannica.
Nonostante la fedeltà al giuramento, Passavanti nel dopoguerra venne colpito dalla legge sull’epurazione, ma l’infinita lista di meriti militari e civili del suo curriculum portarono alla reintegrazione nell’Esercito e nella Corte dei Conti con decreto del 5 maggio 1949 e quando infine venne congedato portava sulle spalline la greca di generale di brigata.
La marchesa Margherita: un’eroina dimenticata
Grandi uomini hanno spesso accanto grandi donne: e infatti con Elia Rossi Passavanti troviamo Margherita Maria Ella Adele Ludovica Incisa di Camerana. Era nata a Torino il 30 novembre 1879. Diplomata infermiera volontaria della Croce Rossa nel 1909, partecipò alla Prima guerra mondiale in vari ospedali da campo e si distinse durante l’impresa di Fiume, dove prestò servizio come infermiera e simbolica tenente della compagnia “La Disperata”.

Margherita Incisa di Camerana a Fiume con d’Annunzio
Figura controversa, suscitò tanto ammirazione quanto scandalo. Leone Kochnitzky la ricordava come austera e vigilante; Filippo Turati la definì sprezzantemente «una marchesa vestita da ardita con tanto di pugnale». Sposò Elia Rossi Passavanti nel 1920 e fu Ispettrice della Croce Rossa a Terni tra il 1927 e il 1936. Durante la Seconda guerra mondiale fu imbarcata su navi ospedale in Albania, Grecia e Caserta.
Nel 1929 pubblicò “Nella tormenta. Fiume 1919-1920”, resoconto personale dell’impresa dannunziana, divenuto raro nella sua prima edizione. Morì a Roma il 5 febbraio 1964 e fu sepolta a Piana Crixia.
L’ultima volontà e la memoria ternana
Dopo la morte della seconda moglie, Rossi Passavanti si ritirò a Terni, dove fondò nel 1980 la “Fondazione Ternana Opera Educatrice”, per premiare giovani e lavoratori meritevoli della città. Nel suo testamento dispose l’apertura al pubblico della casa-museo di Piazza dei Carrara, contenente cimeli, documenti e decorazioni della sua carriera militare e civile. La casa doveva essere aperta alla sua morte, come segno di memoria per la città.
Una petizione cittadina, tuttora in corso, chiede oggi che questo patrimonio venga restituito alla comunità ternana, come da sue volontà.
Un’eredità complessa ma viva
Elia Rossi Passavanti è stato una figura controversa, militante del primo fascismo ma anche epurato e riabilitato, aristocratico e avvocato, docente e combattente. La sua biografia si interseca con i nodi più densi del Novecento italiano: il dannunzianesimo, il fascismo, le guerre mondiali, la costruzione della Repubblica, la memoria pubblica. Al suo fianco, Margherita Incisa di Camerana rappresenta un esempio altrettanto straordinario e poco noto di femminilità autonoma, coraggiosa e controcorrente, che merita oggi una riscoperta.
Nel 2025, a quarant’anni dalla sua scomparsa, ricordare Elia Rossi Passavanti non significa esaltare o condannare, ma ricostruire con rigore e consapevolezza la complessità di una vicenda ternana e italiana che affonda nel cuore della nostra storia civile.
Per amore della sua città, Rossi Passavanti fu anche autore di una “Storia di Terni”, pubblicata nel 1932 e ristampata nel 2002 a cura di Vincenzo Pirro, che ancora oggi rappresenta una delle fonti più complete sulla storia locale della città umbra.
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