Il fallimento referendario
L’8 e il 9 giugno 2025, chiamati alle urne a pronunciarsi (tra l’altro) sulla proposta di ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza necessari agli stranieri per acquisire la cittadinanza italiana, gli elettori hanno decretato il fallimento del referendum. Solo il 30,59% degli aventi diritto si è presentato alle urne – lontanissimo dal quorum del 50% – e, cosa ancor più eclatante, ben il 34,51% di costoro hanno risposto di NO al quesito. Tirando le somme, poco più di 9 milioni di italiani si sono espressi a favore dell’agevolare l’acquisizione di cittadinanza: appena il 19,6% degli aventi diritto di voto.
The leader del Centro-Destra hanno osteggiato il referendum, difendendo la legge attuale. Matteo Salvini, basandosi sull’elevato numero di NO, ha affermato che “anche a sinistra la legge italiana va bene così com’è”. La premier Giorgia Meloni ha detto che l’attuale è “una ottima legge, tra l’altro molto aperta”. Antonio Tajani, pur esprimendo soddisfazione per il fallimento del referendum, ha subito rilanciato l’idea di concedere la cittadinanza al completamento della scuola dell’obbligo (ossia, in buona sostanza, a 16 anni anziché a 18, e anche nel caso non si sia nati in Italia), arrivando al punto, nei giorni scorsi, di proporre la riforma in Parlamento.
La legge attuale e il boom di “naturalizzazioni”
Da un lato, dunque, traspare un ampio consenso tra i cittadini sul fatto che la cittadinanza non debba essere troppo “facile”. Tuttavia, le sole proposte concrete che vengono avanzate, dal Partito Democratico (ius soli) come da Forza Italia (ius scholae), vanno tutte nel senso di un allentamento dei termini. E ciò, malgrado l’Italia sia costantemente, anno dopo anno, tra i paesi membri dell’UE a concedere più cittadinanze (un tema che già anni fa fu affrontato criticamente dal Centro Machiavelli).
Nel 2023, ultimo anno di cui disponiamo di dati consolidati, le acquisizioni di cittadinanza furono 213.567 (seconde solo a quelle della Spagna e pari a circa il 20% di tutte le “naturalizzazioni” avvenute nell’UE). Dal 2020 al 2023, ossia in soli 4 anni (di cui tre caratterizzati dal generale rallentamento d’ogni processo dettato dalle restrizioni anti-covid), 680.543 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Se assumiamo che le circa 213 mila acquisizioni registrate sia nel 2022 sia nel 2023 siano la tendenza anche per gli anni a venire, in Italia ogni tre anni si sta aggiungendo una città di ex stranieri grande quanto Palermo. Ogni quattro anni, una popolosa quanto Torino. In soli tredici anni, avremo l’equivalente d’una nuova Roma composta solo da neo-cittadini.
Queste cifre lasciano tranquilli, sicuri della bontà della legge attuale, o dovrebbero far suonare un campanello d’allarme?
Il fallimento dell’integrazione in Europa Occidentale
Per farci un’idea più precisa, possiamo rivolgerci all’osservazione d’altri paesi occidentali, in cui ormai da molti decenni vi è un cospicuo numero di stranieri extra-europei che acquisisce la cittadinanza. Possiamo così cercare di capire cosa vi sia più in là nel cammino che l’Italia ha intrapreso solo recentemente (grosso modo, dal 2011).
Un primo esempio è quello dei turchi in Germania. Il loro afflusso cominciò negli anni ’60 con i programmi per importare Gastarbeiter, che ben presto si rivelarono invece immigrati stanziali. Non esistono dati ufficiali sui turchi etnici in Germania, anche perché in taluni casi siamo ormai arrivati alla terza o quarta generazione dal momento dell’immigrazione: la cifra si aggira verosimilmente intorno ai 5 milioni.
Alcuni anni fa fece discutere lo studio di un istituto berlinese, il quale cercò di misurare il livello d’integrazione degli stranieri in Germania, rilevando come i turchi siano la nazionalità che maggiormente tende a rimanere distinta da quella indigena. Il dato è emblematico, considerando quanto antica sia ormai l’immigrazione turca in Germania e come un gran numero di essi sia cittadino tedesco. Essi non giungono con l’idea d’integrarsi nella società tedesca e, anche quando non sono remigrati in patria, tendono a chiudersi in ghetti etnici per mantenere la propria specificità.
L’endogamia è uno dei maggiori indizi e, nel contempo, dei più importanti fattori della mancanza di integrazione. Sposandosi solo tra conterranei, gli stranieri vengono a formare una comunità a sé stante, separata da quella indigena, cui è accomunata solo amministrativamente dal “pezzo di carta”, ossia la cittadinanza. Il fenomeno dell’endogamia è ben noto per quanto riguarda, ad esempio, i pakistani in Gran Bretagna, ed è stato rilevato anche in taluni studi accademici.
Il caso degli anglo-pakistani
Spesso le donne pakistane nate nel Regno Unito, raggiunta l’età da marito, sono rispedite in Pakistan per sposarsi, mentre gli uomini pakistani in Gran Bretagna prendono per moglie donne provenienti dalla madrepatria. In tal modo, pur avendo conseguito la cittadinanza da generazioni, molti britannici pakistani sono sempre degli “immigrati di prima generazione”, con un genitore nato all’estero e nessun avo indigeno. Pakistani e bengalesi (ma anche indiani) sono i gruppi etnici nel Regno Unito con maggiore probabilità di matrimoni endogamici. La carenza di integrazione dei britannici pakistani si è manifestata nel fenomeno delle grooming gangs, con migliaia di minorenni britanniche bianche adescate e stuprate da gruppi di pakistani.
Tuttavia, l’immigrazione pakistana nel Regno Unito risale all’immediato dopoguerra e, dunque, un gran numero di persone sono cittadine britanniche, spesso da generazioni. Lo si nota dal crescente numero di pakistani che vengono eletti in importanti incarichi pubblici, a cominciare da Sadiq Khan, sindaco di Londra dal 2016. Nelle ultime elezioni generali del 2024, ben 17 parlamentari d’origine pakistana sono stati eletti a Westminster, e non poche polemiche ha suscitato il loro interesse per la costruzione di un aeroporto a Mirpur, nel Kashmir. Quest’anno Rukhsana Ismail, sempre d’etnia pakistana, è divenuta sindaco di Rotherham, ossia della città “epicentro” del fenomeno delle grooming gangs. La Ismail veste in abiti tradizionali pakistani (incluso l’hijab) e, in una prima intervista in lingua urdu dopo l’elezione, ha rivendicato la sua identità pakistana.
Non immigrati ma coloni: ecco perché le naturalizzazioni stanno fallendo
Gli esempi sopra citati mostrano come, pur in contesti di immigrazione risalente a generazioni fa, e con ampia diffusione della cittadinanza tra i soggetti interessati, è venuta a mancare l’integrazione nella (in teoria) nuova nazione d’appartenenza. Ma perché i percorsi di “naturalizzazione” di massa stanno fallendo?
Alcuni anni fa, in una fortunata opera sull’immigrazione dal titolo Exodus, Paul Collier si interrogò sul fenomeno. Il suo ragionamento partiva dal presupposto, del tutto logico, che più un immigrato è culturalmente distante dalla società ospite, più difficoltà avrà ad integrarsi, ossia ad assimilare la nuova cultura. Questo comporta che i flussi migratori da paesi extra-europei (come i turchi in Germania, i pakistani nel Regno Unito, ma potrebbero essere anche gli africani o i bengalesi in Italia), ceteris paribus, hanno un più elevato “tasso migratorio”, inteso come il rapporto tra coloro che continuano a identificarsi come immigrati e quanti invece si assimilano nella nazione d’approdo. In parole povere, se il flusso in ingresso non viene frenato, la diaspora cresce rapidamente, poiché i nuovi arrivati non si integrano in tempi rapidi ma continuano a fare parte d’una comunità separata: per dirla con Collier, ci sono pochi “emigrati”, che si lasciano alle spalle il paese d’origine, e tanti “coloni”, che la società di provenienza la portano con sé.
Ma c’è di più. Ossia: al crescere della diaspora, si riduce il tasso di integrazione. Il perché è intuitivo: l’assimilazione avviene per contatto, ma ogni individuo può coltivare, per ragioni di tempo ed energie “sociali”, un numero limitato di relazioni umane. L’immigrato che giungesse in Italia dal Bangladesh (per esempio), andando a vivere in un quartiere popolato da molti connazionali, tenderebbe ovviamente a legarsi inizialmente a quelli; ma se la diaspora è numerosa, finirà per saturare le sue relazioni potenziali, impedendogli di coltivarne con italiani.
È esattamente il fenomeno che vediamo nelle banlieue francesi, nelle Klein Istanbul tedesche, o nei molto impropriamente detti diverse neighborhood britannici. Più una diaspora cresce, meno suoi membri si integrano nella nazione ospite, al punto che i figli e nipoti degli immigrati, pur nascendo là e avendo la cittadinanza, continuano a sentirsi e comportarsi come “migranti”. Addirittura, si è notato che le generazioni successive, pur di distinguersi dalla cultura autoctona, tendono a segregarsi maggiormente, ad adottare pratiche culturali “esotiche” che i loro genitori non seguivano o che addirittura sono in disuso nella patria lontana che vorrebbero imitare. È il caso del crescente numero di bengalesi che indossano il niqab in Europa, sebbene nel paese d’origine si indossi comunemente il sari e spesso senza velo.
L’integrazione: una questione di numeri e cultura, più che di cittadinanza
Concedere la cittadinanza non garantisce che uno straniero diventi italiano in senso culturale e identitario; ciò che conta è che gli immigrati siano in numero contenuto, così da potersi mescolare agli autoctoni, socializzare con loro e, idealmente, intrecciare legami profondi – culminando nel matrimonio. Una comunità endogamica, che non si mischia con gli autoctoni, è per definizione non integrata. Ma l’Europa sta concedendo generosamente non solo l’ingresso, ma persino la cittadinanza a comunità di questo tipo, che mostrano una spiccata propensione all’endogamia.
La vicinanza culturale gioca anch’essa un ruolo cruciale: un immigrato europeo, che condivide con gli italiani un retroterra storico, religioso e valoriale, ha molte più possibilità di integrarsi rispetto a chi proviene da contesti lontani, come l’Africa o l’Asia. Un polacco o un rumeno, anche se spesso decidono di mantenere la cittadinanza d’origine, tenderanno a fondersi più facilmente nella società italiana, grazie a codici culturali condivisi, rispetto a un africano o un asiatico che, pur ottenendo il passaporto italiano, potrebbe rimanere legato a una comunità diasporica separata.
L’integrazione non è un processo burocratico, ma un fenomeno sociale che richiede contatto, scambio e, soprattutto, una scala numerica che non sovrasti la capacità della società ospitante di assorbire i nuovi arrivati. L’idea che la concessione amministrativa della cittadinanza crei un nuovo italiano è tipico di una burocrazia che si considera sovrana su un territorio e tratta i suoi abitanti come sudditi, pedine interscambiabili. Essa non coglie che sono gli individui, con le loro caratteristiche irripetibili, a costituire un popolo, che è proprio quello italiano solo perché composto esattamente da quegli individui. Per il burocrate non esiste il popolo ma solo una popolazione, indistinguibile da quella di altri Stati, poiché composta di numeri e non di persone.
Cittadinanza restrittiva per un’identità viva
Concludendo, la cittadinanza non dovrebbe essere un automatismo amministrativo, ma il riconoscimento di un’integrazione già avvenuta; mai un mezzo per forzarla. L’idea che un “pezzo di carta” trasformi uno straniero in italiano è illusorio, una visione miope o burocratica. La cittadinanza facile rischia di creare una “popolazione” indistinta, frazionata e disintegrata, non una comunità coesa.
Sebbene possa sembrare provocatorio a un lettore contemporaneo, il criterio ereditario potrebbe essere il più giusto e funzionale per concedere la cittadinanza: si è italiani quando figli di un italiano. Non certo per inseguire mitiche “purezze” etniche, ma perché il matrimonio misto è il miglior indicatore di un’integrazione compiuta o quantomeno tentata. Inoltre, il figlio di un immigrato e di un italiano non ha bisogno di “diventare” italiano: lo è già, grazie al patrimonio culturale e identitario trasmesso da uno dei due rami parentali. Non necessita di alcuno sforzo per assimilarsi o per sentire come proprie la storia e l’identità italiane.
A prescindere da una misura forse draconiana come quella appena ipotizzata, è certo che una politica migratoria più restrittiva, che premi la fatica di un’integrazione reale e non fornisca scorciatoia alla cittadinanza, è l’unica via per preservare l’identità italiana – senza negare l’apporto di chi, con il tempo, scelga di farne parte, davvero come nuovo italiano e non come colonizzatore.
Fondatore e Presidente della Fondazione Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" presso l'Università Marconi. In precedenza ha insegnato anche presso l'Università Cusano, sulla geopolitica del Medio Oriente e l'estremismo islamico.
From 2018 to 2019, he served as Special Advisor on Immigration and Terrorism to Undersecretary for Foreign Affairs Guglielmo Picchi; he later served as head of the technical secretariat of the President of the Parliamentary Delegation to the Central European Initiative (CEI).
Author of several books, including Immigration: the reasons of populists, which has also been translated into Hungarian.





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