Sono passati ormai oltre trentacinque anni da quando l’8 Febbraio 1991 a Pieve Emanuele, un comune di media grandezza immediatamente a sud di Milano, si apriva il congresso fondativo di un partito che avrebbe fatto, tra alterne vicende, la storia della politica italiana più recente. Quel partito è la Lega, che allora nasceva col nome di Lega Nord. Padre e patrono del processo fondativo era Umberto Bossi, già senatore dal 1987 per la Lega Lombarda, uno dei partiti “antenati” della Lega Nord, scomparso lo scorso 19 marzo.

Bossi e le prime leghe autonomiste in Nord Italia

Umberto Bossi, il futuro Senatur, è un operaio di umile estrazione originario di Cassano Magnago, poco distante da Gallarate, comune industriale della pedemontana lombarda. Alla fine degli anni Settanta rimane affascinato dalle istanze libertarie dei movimenti autonomisti legati alle minoranze linguistiche. Entra così in contatto, ancora studente, con Bruno Salvadori, giornalista di Aosta e ideologo dell’Union Valdôtaine, partito autonomista della Valle d’Aosta le cui radici ideologiche affondavano nel terreno del liberalismo politico e nella tradizione resistenziale. Nello stesso periodo conosce Roberto Maroni, un giovane attivista di Varese, attivo nella galassia delle radio libere, con il quale nasce un’immediata sinergia di interessi e vedute.

In questo periodo, Bossi entra anche in contatto con alcuni esponenti della Lista per Trieste, movimento politico della città giuliana che si propone l’autonomia della città dal resto del Friuli. Proprio dagli autonomisti triestini Bossi riesce a ottenere la possibilità di scendere per la prima volta nel campo delle competizioni elettorali. Ottiene infatti il permesso di presentare il simbolo della LpT in alcune circoscrizioni lombarde, con sé stesso all’interno delle liste, alle elezioni politiche del 1983. Il bottino è tuttavia magro, la LpT raccoglie soltanto novantaduemila voti. In Lombardia i voti per Bossi sono pochissimi, solo 187 preferenze. Deluso dal risultato ma deciso a non mollare, Bossi dopo circa un anno decide di fondare la Lega Autonomista Lombarda. Il movimento propone l’autonomia della Lombardia dal potere centrale di Roma, ma è ancora molto lontano dal secessionismo che caratterizzerà gli anni Novanta. Cominciano in questo periodo i contatti con gli autonomisti veneti della Liga Veneta, movimento politico fondato quattro anni prima in un bar di Recoaro Terme che alle politiche del 1983 aveva raccolto lo 0,3% dei voti eleggendo un deputato e un senatore.

Alle elezioni europee del 1984 nasce così la lista comune “Liga Veneta – Unione per l’Europa Federalista”, alleanza che unisce Bossi ed i veneti in una prospettiva europeista ed anticentralista. Alla coalizione si uniscono anche i trentini del Partito del Popolo Trentino-Tirolese ed i piemontesi del Moviment d’Arnàssita Piemontèisa. La lista comune raccoglie lo 0,4%, e il progetto sembra al palo, ma Bossi, Maroni ed i loro pochi collaboratori continuano ad intravedere un notevole potenziale per un futuro miglioramento. Nel frattempo, nel 1986, il movimento cambia nome e diventa semplicemente Lega Lombarda. Sono anni di intensa attività propagandistica nelle piazze e nei mercati della Lombardia, dove il carisma di Bossi e l’affabilità di Maroni cominciano a farsi strada e rendersi celebri. Alle elezioni politiche del giugno del 1987, con la Prima Repubblica che ormai dà segni di disfacimento e il debito pubblico che, non più supportato dalla Banca d’Italia, esplode a causa dell’assistenzialismo, le istanze della Lega Lombarda guadagnano popolarità. Il partito di Bossi sfiora lo 0,5% (186 mila voti) ed elegge proprio il fondatore Umberto al Senato (da lì soprannominato, in lombardo, Senatur) e il giornalista Giuseppe Leoni, uno dei primissimi collaboratori di Bossi, alla Camera dei Deputati.

Bossi decide quindi di accelerare verso la riproposizione dell’alleanza comune degli autonomisti: l’obbiettivo è eleggere almeno un eurodeputato alle elezioni europee del 1989. I consensi raccolti sono più o meno quelli del 1987: 1,83% dei voti, che permettono però di eleggere due eurodeputati e superare due sigle storiche della Prima Repubblica: Democrazia Proletaria di Mario Capanna ed il Partito Radicale di Marco Pannella, e ad essere eletti a Strasburgo saranno due uomini vicinissimi a Bossi: il bustocco Francesco Speroni ed il bergamasco Luigi Moretti. L’ottimo risultato conseguito da una lista nata dal nulla, in una Prima Repubblica dove i partiti legati al governo centrale romano sono pressoché onnipotenti, convince i leghisti che quella della federazione è la strada giusta. Al congresso nazionale del dicembre 1989 la Lega Lombarda approva la linea che punta alla federazione di tutti i movimenti autonomisti del nord in un’unica grande alleanza, e dopo le regionali lombarde del maggio 1990 la strada sarà spianata.

Nasce la Lega Nord

Nel 1990, con il movimento ormai al centro dell’attenzione, ma ancora snobbato dai vecchi partiti primo-repubblicani, comincia la collaborazione con la Lega Lombarda del professor Gianfranco Miglio. Giurista, politologo e professore universitario all’Università Cattolica di Milano, Miglio è sostenitore di un controverso progetto politico che vorrebbe riformare la Repubblica in senso federale-confederale. Per il professore comasco, tra i massimi esperti italiani di Carl Schmitt, la sfida a cui è chiamata l’Italia è quella di porre fine alle storture del processo di unità nazionale attuato nel Risorgimento, quando si è imposto alla penisola un modello centralista alla francese che però non ha tenuto in nessun conto le differenze economiche, sociali, politiche e culturali di regioni che per millenni erano rimaste divise e che in comune avevano, a livello superficiale, quasi soltanto la lingua. Miglio, ispirandosi al patriota risorgimentale federalista Carlo Cattaneo, propone una riforma radicale della Repubblica che nei suoi progetti sarebbe dovuta diventare una federazione di tre diverse macroregioni (Nord, Centro e Sud), dotate di larghi poteri autonomi in maniera simile ai cantoni svizzeri. Il progetto piace a Bossi ed agli altri dirigenti della Lega Lombarda, con i quali la collaborazione si fa sempre più stretta; è in questo periodo che il professore della Cattolica comincia a venire considerato l’ideologo ufficiale del movimento bossiano.

Si apre quindi il congresso dell’8 febbraio 1991, che è al contempo l’ultimo della Lega Lombarda ed il primo della neonata Lega Nord. Lo slogan del congresso porta la chiara impronta delle teorie di Miglio: “Uno Stato confederale: Nord-Centro-Sud”. Oltre ai lombardi, giungono a Pieve Emanuele per l’atto costitutivo i rappresentanti della Liga Veneta, i piemontesi di Piemònt Autonomista, guidati dal cantautore torinese Gipo Farassino, i liguri dell’Union Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola e l’Alleanza Toscana di Riccardo Fragassi. Il simbolo del neonato movimento federale riprende il vecchio simbolo della Lega Lombarda, il condottiero Alberto da Giussano, simbolo della vittoriosa resistenza delle città padane contro l’imperatore tedesco Federico Barbarossa nel 1176. Quasi contemporaneamente, pochi chilometri oltre la frontiera elvetica, nasce il movimento gemello della Lega dei Ticinesi, fondato dall’imprenditore edile luganese Giuliano Bignasca, che si propone di difendere l’identità locale del Canton Ticino da immigrazione, fisco, centralismo e frontalierato. E’ in questo periodo che prende piede il concetto della Padania, termine già utilizzato in ambito politologico ed economico ma mai uscito dalle sfere specialistiche. Attorno a questo termine, Bossi ed il suo ideologo Gilberto Oneto, costruiscono un’immagine patriottica, quasi völkisch, di una terra – la Padania, appunto – che pur non essendo conscia della sua identità, ha invece un retroterra millenario e radicato nelle sue lingue, dialetti e tradizioni

L’abbraccio del Cavaliere

Nel frattempo, esplodono gli scandali di Tangentopoli, la Prima Repubblica viene travolta dagli scandali e dalle bombe delle mafie, mentre emergono sulla stampa le ruberie dei cosiddetti partiti tradizionali, primi tra tutti il PSI e la Democrazia Cristiana. Per la Lega Nord è un’occasione da non perdere. Alle elezioni politiche del 1992 per la Lega è boom: la sigla guidata da Bossi totalizza l’8,6%, superando partiti storici come MSI-DN, Partito Liberale e Partito Repubblicano. Al Settentrione i risultati testimoniano la volontà di rottura dei cittadini nei confronti del vecchio assetto partitico: la Lega si impone come seconda forza in quasi tutto il Nord. La geografia dei voti leghisti rende subito chiaro agli analisti come la maggior parte dei nuovi seguaci di Bossi sia costituita prevalentemente da elettori cattolici e moderati. È questo dato di fatto che porta Bossi ed i suoi a guardare con interesse verso quello che in futuro si chiamerà centrodestra. È il periodo in cui tutti i partiti politici cambiano d’abito: nel giro di pochissimo tempo il PCI si è presentato nella nuova veste di PDS la DC sta per sciogliersi ed il MSI, con le sue origini post-fasciste, sta per dare vita alla sigla neoconservatrice Alleanza Nazionale con la cosiddetta svolta di Fiuggi.

È in questo periodo, con la famosa “discesa in campo” di Silvio Berlusconi con Forza Italia, che si propone come referente dei liberali e dei conservatori italiani orfani della DC, che il Senatur comincia a guardare con interesse ad Arcore. Per vincere, Berlusconi ha bisogno di Bossi, e non lo nasconde. Anche se a Berlusconi servono pure i “fascisti” (come più volte li definì Bossi) di AN, il Senatur, pur tra alcuni mal di pancia della sua base, accetta di allearsi con il Cavaliere, la cui immagine di imprenditore lombardo che si è fatto da sé lo convince, e si imbarca quindi nella variegata coalizione del “Polo della Libertà e del Buon Governo”, che con Berlusconi candidato premier si oppone all’Alleanza dei Progressisti di Occhetto, che raduna tutta la sinistra, ed ai liberali del Patto per l’Italia di Mariotto Segni. Contro ogni pronostico, Berlusconi vince le elezioni, ereditando quasi in blocco l’intero pacchetto dei vecchi voti della DC e del MSI, a cui si aggiungono quelli della Lega Nord, che conferma il risultato del 1992 con il suo 8,36%.

A tre anni dalla fondazione della Lega Nord Bossi è quindi già al governo, con il movimento che incamera cinque ministeri, di cui due molto pesanti: gli Interni con Roberto Maroni, l’Industria con il confindustriale Vito Gnutti, e la presidenza della Camera con Irene Pivetti. Il governo dura però soli otto mesi, e tocca proprio a Bossi ed ai suoi leghisti il ruolo di picconatori. Le divergenze con il Cavaliere e quelle con AN si dimostrano però troppo profonde: i cosiddetti “partiti di Roma” all’interno del governo fanno spallucce di fronte alle proposte federalistiche contenute nel Decalogo di Assago di Miglio, mentre altri conflitti nascono a proposito della riforma delle pensioni. Nel gennaio del 1995 il governo salta, con Berlusconi e Bossi che si accusano a vicenda di slealtà, mentre prende vita il governo tecnico di Lamberto Dini.

La stagione secessionista

Risale a questo periodo l’inaugurazione della stagione secessionista, quella per la quale la Lega Nord è più celebre. Nel 1996 Bossi si convince che lo Stato italiano sia ormai irriformabile, e occorre quindi optare per la soluzione più radicale: l’indipendenza della Padania. Proprio in questo periodo la Lega Nord diventa “Lega Nord – per l’indipendenza della Padania”, e l’ottenimento della secessione diventa l’articolo 1 dello statuto del movimento.

Alle elezioni del 1996 i partiti “romani” del centrodestra pagano dazio: la Lega aumenta sensibilmente i consensi, arrivando al 10%, e l’Ulivo guidato da Romano Prodi sconfigge il centrodestra, inaugurando il primo governo di sinistra della storia italiana. La Lega Nord è forza egemone nella parte di Paese che ha scelto di rappresentare: è primo partito in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Trentino, e in mezzo Piemonte. Bossi può rivendicare la vittoria nella sua tenzone con Berlusconi: con lui in coalizione, il Cavaliere avrebbe vinto le elezioni con ben nove punti di scarto.

L’agenda secessionista è nel frattempo a pieno regime. Cominciano le prime inchieste ai danni del movimento indipendentista e le accuse sono gravissime: attentato all’unità dello Stato, associazione paramilitare, vilipendio alla bandiera. Compaiono anche le cosiddette “Camicie Verdi” durante raduni e manifestazioni in quella che sarà la stagione più identitaria del periodo secessionista; l’agenda leghista si fa al contempo radicalmente anti-immigrazione ed eurocritica. Nonostante fosse stata definita da Massimo D’Alema come “una costola della sinistra”, è in questo periodo che la Lega Nord comincia ad essere associata, da parte dei media, all’estrema destra. Il 15 Settembre 1996, dal palco della Festa dei Popoli Padani di Venezia, dopo il celeberrimo “rito dell’ampolla” e la catena umana di attivisti leghisti che dalle sorgenti del Po arrivava fino alle foci (il modello era la catena umana antisovietica attuata dagli indipendentisti baltici lungo i loro confini nel 1989), Umberto Bossi proclama l’indipendenza della Padania con il Sole delle Alpi come bandiera ed il “Va pensiero” di Verdi come inno nazionale, atto a cui però non fa seguito alcuna azione di resistenza né attiva né passiva verso le autorità dello Stato centrale. La via per la secessione che Bossi intende trovare è, secondo numerose sue dichiarazioni, “gandhiana”.

Il ritorno nel Centrodestra

Il partito tuttavia si trova isolato politicamente, e nel frattempo, con la cosiddetta Legge Bassanini, il centrosinistra di Prodi, cerca di sottrarre terreno sotto i piedi della Lega approvando leggi di carattere federalista. Impossibilitata ad intervenire nel processo decisionale in senso federalista e trovandosi sostanzialmente in un vicolo cieco, con l’indipendenza irraggiungibile ed al contempo nessuna possibilità di incidere nella politica nazionale, la Lega Nord paga dazio alle elezioni europee del 1999: il partito dell’Alberto da Giussano, stritolato nella morsa del “voto utile”, precipita al 4,6%, risultato che porta Bossi a cercare un nuovo accordo Cavaliere, il quale, desideroso di rivincita nei confronti della sinistra, lo riaccoglie nella coalizione nonostante nel 1994 avesse giurato che con Bossi non avrebbe più preso “nemmeno un caffè”. Nel 2001 si torna quindi al voto e Berlusconi vince le elezioni, ma è solo grazie all’alleanza con il centrodestra che la Lega riesce a rimanere in Parlamento. Il bottino è infatti deludente, un 3,9%, sotto la soglia di sbarramento, che non scatta solo in virtù dell’apparentamento con Forza Italia e Alleanza Nazionale. La Lega viene tuttavia premiata da Berlusconi, che nonostante il magro risultato della lista di Bossi decide di concedere al movimento due ministeri importanti: il Lavoro a Roberto Maroni, e la Giustizia a Roberto Castelli. Lo stesso Bossi diventa Ministro per le Riforme.

Il Berlusconi II lavora con più profitto e continuità del precedente esecutivo di centrodestra, e la Lega si è fatta nel frattempo più collaborativa. Ma la tranquillità è solo un’illusione: il mattino dell’11 marzo 2004 Umberto Bossi, ministro in carica, è colto da ictus mentre si trova nella sua abitazione di Gemonio, vicino Varese. In condizioni disperate viene portato all’ospedale varesino della Fondazione Macchi, dove viene salvato in extremis, e trasferito poi in una clinica di riabilitazione svizzera dove comincia una lunga e difficile degenza, mentre Roberto Calderoli lo sostituisce al dicastero delle Riforme. Le attestazioni di vicinanza di tutto il mondo politico si moltiplicano, ma durante il ricovero svizzero si sa pochissimo delle reali condizioni di Bossi: solo una ristrettissima cerchia di familiari ed amici, tra cui Giuliano Bignasca, è autorizzata a stargli accanto, e le bocche rimangono cucite. Dopo mesi di voci incontrollate che lo davano addirittura in stato vegetativo, il Capo alla fine se la cava, ma non si riprenderà mai completamente, rimanendo provato da un’emiparesi che lo lascia parzialmente afasico e con difficoltà di deambulazione. Decide tuttavia di non lasciare la politica, anche se comincia a demandare sempre più compiti ai suoi collaboratori, definiti spregiativamente dalla stampa come “cerchio magico” e ad alcuni membri della sua famiglia.

La rinascita

Alle elezioni del 2006 vincere è ancora l’ex democristiano bolognese Prodi, ma la Lega ha comunque aumentato i suoi consensi, passando dal 3,9% al 4,5%, e può rifiatare. La maggioranza è tuttavia ancorata a pochissimi senatori, e il governo si qualifica subito come tra i più precari della storia della Repubblica. L’opposizione leghista è rumorosa e si colloca marcatamente a destra, in chiave euroscettica, anti-islamica ed anti-immigrazione, ostile all’agenda delle sinistre anche riguardo ai temi etici. I toni populisti della nuova lega bossiana di centrodestra convincono l’elettorato, in un momento in cui i partiti populisti di destra decollano in tutta Europa, e quando il governo Prodi II cade, i risultati si vedono. Berlusconi vince ancora una volta le elezioni, questa volta sconfiggendo il neonato PD di Veltroni, ma il vero vincitore è la Lega Nord, che raddoppia i propri consensi tornando all’8,3%.

I duri “decreti sicurezza” di Maroni, ora al Viminale, e gli accordi con Mu’ammar Gheddafi riescono ad arrivare ad un quasi totale azzeramento degli sbarchi, ed i risultati, in termini di popolarità, premiano la Lega Nord. Nell’autunno del 2011 però l’esperienza di governo si conclude drasticamente: con l’imposizione del governo Monti, la Lega Nord passa ancora una volta all’opposizione.

L’annus horribilis del 2012 e l’era Salvini

Con l’esplosione del cosiddetto caso Belsito: dovuta ad un’inchiesta della procura di Milano coinvolgente l’omonimo tesoriere del Carroccio. Bossi, dimissionario dalla carica di segretario federale, viene nominato a quella di Presidente Federale. La Lega ne esce indebolita, e solo la fulminea opera di risanamento portata avanti da Maroni evita la completa débâcle. Nel 2013 si insedia un precarissimo esecutivo di sinistra guidato da Enrico Letta, mentre Maroni annuncia di voler lasciare al più presto la segreteria del movimento per correre come candidato del centrodestra alle elezioni regionali della Lombardia in autunno. Il partito decide quindi di avviarsi alle primarie, le prime della sua storia.

A sfidare il vecchio Senatur emerge quindi la figura di Matteo Salvini, europarlamentare, deputato alla Camera, e popolare conduttore radiofonico di Radio Padania. Salvini si fa portatore di un’immagine nuova, a tratti pop, abbastanza diversa dalla vecchia Lega. Vanno a votare circa diecimila militanti, e Salvini si impone con l’81,6% dei voti. Il vecchio ex segretario, sconfitto seppur ancora molto popolare, appare sempre meno in pubblico, anche in virtù delle sue condizioni di salute precarie. Salvini continua intanto il suo programma di rinnovamento, connotando la Lega di una patina decisamente euroscettica e populista, avvicinandosi gradualmente ai movimenti nazionalisti del resto del continente, primo tra tutti il Front National francese di Marine Le Pen, un’operazione a cui Bossi si era sempre opposto.

Euroscetticismo e populismo sembrano premiare la linea di Salvini, la cui Lega comincia lentamente a riprendersi. Le elezioni del marzo 2018 sanciscono il trionfo della Lega di Salvini, che ha assunto definitivamente il semplice nome di “Lega per Salvini Premier”, eliminando ogni riferimento autonomista. Il partito totalizza il 17,3%, e va al governo con un altro partito populista e trasversale: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che pone Giuseppe Conte nel ruolo di premier. La nostra lunga carrellata nella storia della Lega si ferma qui, il resto è, se vogliamo, presente.

Bossi non c’è più, ma la sua eredità è dappertutto

Si potrebbe continuare ulteriormente a narrare la storia della Lega degli ultimi dieci anni, ma difficilmente la si potrebbe ascrivere realmente anche a quella del Senatur che, pur deceduto da parlamentare in carica, aveva ormai abbandonato le scene della grande politica italiana. Nonostante questo, l’eredità lasciata dall’itinerario politico del primo populista contemporaneo è dappertutto. Emerso nel grigiore del tramonto della Prima Repubblica, il populismo bossiano non si è estinto con la progressiva ritirata del Senatur dalla scena politica, ma ha ispirato narrazioni, toni e prassi di una miriade di esponenti politici, non solo in Italia e non solo a destra. Riprendendo, in una certa misura, alcuni aspetti del poujadismo, Bossi riuscì a rinverdire l’asfittica politica italiana, morente sotto le macerie di Tangentopoli e di Capaci, iniettando nell’elettorato, non soltanto settentrionale, una ventata di ottimismo che ridiede vitalità alla politica, rendendo il Senatur uno dei padri della Seconda Repubblica. Elemento centrale, nell’eredità bossiana, è la testimonianza contro i cosiddetti professionisti della politica, categoria da sempre invisa al politico lombardo. Dimostrazione vivente di come un uomo senza amicizie potenti e venuto dalla provincia potesse diventare un astuto politico di rango, Bossi fu di ispirazione per tantissimi, giovani e meno giovani, nell’intraprendere carriere politiche sull’onda della passione e della volontà di cambiamento. Oggi Umberto Bossi non c’è più, dopo l’ultimo saluto dei militanti e degli amici ricevuto nella, per lui importantissima, Pontida; difficile pensare, però, che la sua eredità possa scomparire rapidamente.

Marco Malaguti
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Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.