L’attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non può essere interpretato come un atto impulsivo né come una semplice conseguenza del fallimento dei negoziati sul nucleare. L’operazione Epic Fury si inserisce piuttosto in una finestra strategica maturata nel tempo, frutto della progressiva erosione del potere regionale, economico e interno di Teheran.

La tempistica dell’intervento appare quindi il risultato di un calcolo politico e militare fondato sulla convergenza di diverse vulnerabilità.

Il logoramento dell’asse regionale iraniano

Per comprendere questa scelta è necessario ripercorrere i principali fattori che hanno indebolito la posizione strategica, diplomatica e socioeconomica dell’Iran negli ultimi anni. Dopo il conflitto israelo-palestinese, due dei principali agenti di proxy sostenuti da Teheran, Hamas e Hezbollah, sono stati significativamente logorati sul piano operativo. Questo ha determinato l’indebolimento del cosiddetto “asse della resistenza”, che per anni aveva rappresentato uno dei principali strumenti di proiezione dell’influenza iraniana in Medio Oriente.

Parallelamente, la milizia degli Houthi in Yemen, che aveva preso di mira lo Stretto di Bab el-Mandeb in segno di solidarietà con Gaza, è stata oggetto di una campagna di raid aerei e navali da parte degli Stati Uniti.

E mentre le offensive nel Mar Rosso hanno indebolito una delle principali modalità attraverso cui Teheran esercitava pressione sulle rotte commerciali globali, il collasso del governo di Bashar al-Assad in Siria al termine del 2024 ha privato l’Iran del suo più importante alleato regionale e del principale corridoio terrestre utilizzato per il trasferimento di armi e risorse verso Hezbollah e altre milizie alleate. Il venir meno di questo “land bridge” ha compromesso la continuità territoriale su cui la Repubblica Islamica aveva fatto leva per mantenere il proprio peso geopolitico nel Levante.

Midnight Hammer e la vulnerabilità della Repubblica Islamica

In questo contesto di progressivo logoramento regionale, nel giugno scorso Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione Midnight Hammer, colpendo i principali siti nucleari iraniani con bombardieri stealth B-2. Washington ha immediatamente presentato l’operazione come un successo tattico, sostenendo di aver neutralizzato la minaccia atomica.

Tuttavia, dichiarazioni dell’Atomic Energy Organization of Iran e analisi open source hanno sollevato dubbi sull’effettiva distruzione delle capacità nucleari, suggerendo che parte del materiale sensibile, in particolare uranio arricchito, fosse stato evacuato prima degli attacchi.

Indipendentemente dall’entità dei danni, quell’intervento ha messo in discussione uno degli assunti fondamentali della narrativa del regime: l’idea di invulnerabilità e la capacità di deterrenza su cui la leadership aveva fondato parte della propria legittimazione interna e regionale, sollevando interrogativi sulla credibilità del suo sistema di sicurezza. L’incapacità di rispondere rapidamente o in modo efficace a un’azione di tale portata ha minato quella narrazione di orgoglio nazionale, resilienza e autodifesa che per decenni è stata un elemento fondante dell’identità politica dell’Iran.

Proteste interne e frattura sociale

La società iraniana, naturalmente, non è monolitica. Se una parte della popolazione reagisce agli attacchi esterni con un riflesso patriottico, un’altra intravede nella vulnerabilità del sistema un’opportunità di cambiamento.

La vulnerabilità esterna si innesta su un contesto interno già segnato da tensioni profonde. Negli ultimi anni la Repubblica Islamica è stata attraversata da ondate significative di proteste, dalle mobilitazioni del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini fino alle manifestazioni più recenti legate al deterioramento delle condizioni economiche. Arresti di massa, restrizioni alla libertà di espressione e repressione delle opposizioni hanno contribuito ad ampliare la frattura tra una parte della società e il potere politico.

Le proteste dello scorso gennaio hanno assunto una dimensione particolarmente rilevante perché non si sono limitate alla sfera sociale e politica. Molte delle mobilitazioni sono partite dai bazar, cuore storico del commercio iraniano e tradizionale pilastro del consenso rivoluzionario, e hanno denunciato inflazione, svalutazione del rial e crisi strutturale del tessuto produttivo.

Il coinvolgimento della classe mercantile, storicamente vicina al potere, rappresenta un segnale di pressione sistemica: quando anche i principali bacini di consenso manifestano insofferenza, la fragilità del potere emerge con maggiore evidenza.

Il fronte globale: il caso Venezuela e gli equilibri energetici

A queste fragilità interne si è aggiunto un ulteriore elemento sul piano internazionale: la cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro e la conseguente riorganizzazione del settore energetico del paese sotto l’influenza statunitense.

Negli anni precedenti, Caracas e Teheran avevano sviluppato una cooperazione energetica sempre più stretta, consolidata nel contesto delle sanzioni occidentali che colpivano entrambi i paesi. Il Venezuela rappresentava infatti un partner strategico per l’Iran all’interno di una rete alternativa che coinvolgeva anche la Cina, principale acquirente del petrolio venezuelano e maggiore importatore di greggio iraniano. Attraverso questa collaborazione, che comprendeva assistenza tecnica alle raffinerie, scambi di condensati, supporto logistico e utilizzo di reti di trasporto condivise, i due paesi erano riusciti a mantenere attivi alcuni canali commerciali internazionali nonostante le restrizioni imposte dagli Stati Uniti.

L’intervento americano e la successiva ristrutturazione delle esportazioni petrolifere venezuelane hanno profondamente modificato queste dinamiche. Il rafforzamento del controllo sulle esportazioni di greggio ha ridotto significativamente i flussi energetici verso partner sottoposti a sanzioni, soprattutto verso la Cina, riorientando parte delle rotte commerciali verso mercati più compatibili agli interessi energetici occidentali  e alle nuove esigenze del mercato internazionale legate all’attuale contesto di conflitto.

Si potrebbe assumere che l’operazione di esfiltrazione del presidente Maduro abbia avuto un significato strategico più ampio. Da un lato, ha limitato la capacità dell’Iran di contare su una rete di cooperazione energetica che, attraverso il Venezuela, contribuiva ad attenuare gli effetti delle sanzioni internazionali. Dall’altro, avrebbe indebolito l’asse politico e diplomatico che negli anni aveva progressivamente avvicinato Caracas, Teheran e Pechino, caratterizzato da una retorica apertamente antioccidentale.

Operazione Epic Fury: pianificazione e obiettivi

L’operazione Epic Fury non sembra essere stata concepita come una semplice risposta al protrarsi dei negoziati nucleari. Le ricostruzioni basate su fonti open-source suggeriscono piuttosto una pianificazione sviluppata nel tempo. Secondo diverse analisi, la CIA, in collaborazione con i servizi di intelligence israeliani, avrebbe monitorato per mesi i movimenti della guida suprema Ali Khamenei e dei suoi principali collaboratori, arrivando a ricostruire con precisione schemi e abitudini dei suoi spostamenti. Quando è stata individuata una finestra operativa estremamente favorevole, in coincidenza con una riunione dei vertici politico-militari alla presenza confermata della Guida Suprema, l’occasione sarebbe stata considerata quasi irrepetibile.

L’intervento militare, dunque, non si sarebbe limitato al danneggiamento di siti nucleari o infrastrutture sensibili, ma avrebbe mirato a colpire direttamente la catena di comando del sistema iraniano, nel tentativo di paralizzare temporaneamente la leadership e indebolire la struttura decisionale del regime teocratico.

Infatti, a differenza degli strike di giugno, concentrati esclusivamente su obiettivi legati al programma nucleare, l’operazione Epic Fury avrebbe preso di mira anche diverse strutture del potere politico iraniano, oltre a installazioni militari e obiettivi civili ed energetici, in particolare strutture petrolifere, restituendo immagini di devastazione quasi apocalittica. Secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, le vittime sarebbero attualmente oltre 1.300, un dato che, al di là della sua esattezza numerica, restituisce la portata dell’operazione. Inoltre, nelle prime ore del conflitto, sarebbero stati uccisi più di cinquanta tra comandanti e dirigenti della Repubblica Islamica, tra cui lo stesso Ali Khamenei.

La risposta iraniana e gli scenari di escalation

La reazione di Teheran non si è fatta attendere. In un primo momento, l’Iran ha diretto i propri attacchi con droni e missili balistici contro Israele. Successivamente, il campo del confronto si è progressivamente ampliato con il coinvolgimento delle basi statunitensi presenti nella regione, tra cui quelle in Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dove Washington mantiene una presenza militare significativa. Tra gli obiettivi colpiti figurerebbe anche una raffineria della petrolifera statale Aramco a Ras Tanura, in Arabia Saudita, un segnale che suggerisce la volontà di incidere direttamente sugli equilibri energetici regionali.

Alcuni attacchi sembrerebbero aver interessato anche infrastrutture civili, tra cui aeroporti e strutture alberghiere. Una scelta che rischierebbe di oltrepassare una soglia critica, con il rischio di compattare i Paesi arabi attorno agli Stati Uniti e di allargare il conflitto all’intera regione, destabilizzando ulteriormente un’area già strutturalmente fragile.

Tale strategia da parte dell’Iran sarebbe motivata dalla volontà di massimizzare i costi e i potenziali rischi per i propri avversari, nel tentativo di spingere l’opinione pubblica occidentale a esercitare pressioni per una rapida cessazione delle ostilità. In questo modo, il prezzo politico ed economico del conflitto potrebbe diventare troppo elevato, con il rischio di trascinare soprattutto gli Stati Uniti in un impegno militare prolungato, capace di distogliere attenzione e risorse da altri dossier altrettanto, se non più, rilevanti.

Paesi come Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein rappresentano obiettivi più accessibili: la distanza geografica ridotta e sistemi difensivi meno efficaci li rendono più vulnerabili rispetto allo Stato israeliano, il cui apparato di difesa aerea riesce a intercettare la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran. Attacchi diretti contro questi territori producono effetti immediati sul piano mediatico. Le immagini di colonne di fumo, turisti preoccupati e scene di disordine diffuse dai media internazionali contribuiscono ad alimentare una percezione di instabilità e a favorire una pressione diplomatica indiretta affinché il conflitto venga contenuto rapidamente. Inoltre, la centralità nel commercio internazionale, nella finanza e nel traffico aereo globale rende il loro coinvolgimento nel conflitto potenzialmente capace di amplificare le ripercussioni economiche e securitarie su scala mondiale.

Allo stesso tempo, incursioni ripetute contro questi attori consentirebbero a Teheran di perseguire un ulteriore obiettivo: logorare progressivamente le difese avversarie, costringendo i sistemi di difesa a un utilizzo continuo di missili intercettori.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, sarebbero state colpite anche installazioni militari britanniche a Cipro e l’aeroporto internazionale di Nakhchivan in Azerbaigian, mentre due missili balistici iraniani diretti verso lo spazio aereo turco sarebbero stati intercettati dalle difese NATO nel Mediterraneo orientale, dopo aver sorvolato Iraq e Siria.

Tali dinamiche, dal momento che non sembrano destinarsi a esaurirsi nel breve periodo, rendono il rischio di un’ulteriore escalation sempre più concreto. Diversi leader europei avrebbero, infatti, espresso la disponibilità a rafforzare il supporto logistico e militare alle basi alleate nella regione, nel tentativo di contenere un possibile allargamento del conflitto. Anche alcuni degli Stati colpiti, tra cui Arabia Saudita, Bahrain e lo stesso Azerbaigian, hanno minacciato l’Iran di rispondere qualora gli attacchi non dovessero interrompersi.

Regime change: opportunità e possibili rischi

Resta poi aperta la questione più delicata: se l’obiettivo strategico fosse un cambiamento di regime, la sfida non sarebbe tanto militare quanto politica. La caduta di un sistema di potere come quello iraniano non si produce esclusivamente attraverso la distruzione di centri di comando politico-militari o infrastrutture strategiche. Richiederebbe piuttosto la disarticolazione effettiva dell’apparato di sicurezza, compresi i Pasdaran, una mobilitazione popolare ampia e strutturata e un’opposizione capace di convergere attorno a una leadership riconoscibile.

Al momento, Washington non ha delineato un vero e proprio piano di transizione politica. Tuttavia, l’attuale amministrazione americana ha dichiarato l’intenzione di avere un ruolo nel processo di definizione della futura leadership iraniana, lasciando al tempo stesso intendere di stare valutando possibili interlocutori interni al sistema — figure considerate più pragmatiche o meno ideologicamente conservatrici — con cui poter eventualmente avviare un dialogo in vista di una possibile fase di successione.

Dal punto di vista tattico, resta quindi incerto quale direzione intendano adottare Stati Uniti e Israele. Le operazioni in corso stanno colpendo in maniera significativa le infrastrutture strategiche e i centri nevralgici del sistema politico-militare, e le autorità statunitensi hanno dichiarato la disponibilità a proseguire l’offensiva per diverse settimane. Anche se, nonostante le perdite inflitte all’Iran via mare e via terra, la catena di comando del regime sembra al momento rimanere sostanzialmente intatta.

Alcune indiscrezioni indicano inoltre che Washington starebbe valutando anche opzioni indirette per aumentare la pressione su Teheran. Secondo fonti citate da Reuters, funzionari statunitensi avrebbero discusso con milizie curde attive lungo il confine tra Iraq e Iran la possibilità di avviare operazioni contro le forze di sicurezza iraniane nelle regioni occidentali del Paese. Un simile coinvolgimento avrebbe l’obiettivo di creare le condizioni per un’eventuale insorgenza interna, aprendo così un ulteriore fronte di pressione sul regime.

Allo stesso tempo, le autorità americane hanno chiarito di voler evitare un collasso totale dell’apparato statale iraniano, che potrebbe precipitare il Paese in una fase di instabilità incontrollata o favorire nuove forme di radicalizzazione.

In questo contesto, una possibile opzione per Stati Uniti e Israele potrebbe essere quella di esercitare una pressione militare sufficientemente intensa da costringere la Repubblica Islamica ad accettare un negoziato da una posizione di debolezza, aprendo così la strada a un accordo più favorevole agli interessi occidentali.

Qualora non prevalesse questa linea d’azione, il rischio sarebbe quello di uno scenario già osservato in Iraq o in Afghanistan: la caduta del governo centrale senza un ordine politico alternativo pronto a sostituirlo. In un contesto simile, la disgregazione dell’autorità statale inaugurerebbe una fase di competizione tra fazioni rivali per il controllo del Paese. Un vuoto di potere in Iran potrebbe avere conseguenze che andrebbero ben oltre i confini nazionali, incidendo sugli assetti energetici globali, sulle principali rotte commerciali e sulla sicurezza di un Medio Oriente già attraversato da profonde tensioni.

Un altro possibile esito sarebbe quello di una riconfigurazione interna del potere: il regime potrebbe riorganizzarsi attraverso una regolazione di conti tra le sue componenti dominanti. In questo caso, il vuoto di leadership verrebbe probabilmente colmato dalle fazioni più militarizzate e ideologicamente intransigenti dell’apparato statale, rafforzando ulteriormente il ruolo degli apparati di sicurezza, il cui peso è notevolmente cresciuto negli ultimi anni.

Diversamente, se emergesse un nuovo assetto politico meno ostile agli interessi occidentali, gli Stati Uniti potrebbero ridisegnare parte degli equilibri energetici del Golfo e, soprattutto, ridurre la capacità di proiezione della Cina nella regione. Per Pechino, infatti, l’Iran rappresenta un partner strategico sia sul piano energetico sia su quello geopolitico.

Per queste ragioni, la pressione esercitata su Teheran non riguarda soltanto il teatro mediorientale, ma si inserisce nel più ampio contesto della competizione tra grandi potenze che sta progressivamente ridefinendo gli equilibri dell’ordine internazionale.

Una finestra strategica favorevole

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non appare quindi come una decisione improvvisa, ma come il risultato di una valutazione maturata nel tempo. L’indebolimento progressivo dell’asse regionale iraniano, la vulnerabilità emersa dopo gli attacchi ai siti nucleari, le tensioni interne al paese e la ridefinizione di alcuni equilibri energetici internazionali hanno contribuito ad aprire una finestra di opportunità che Washington e Tel Aviv hanno ritenuto estremamente favorevole.

L’obiettivo non sembra limitarsi alla neutralizzazione delle capacità militari e atomiche della Repubblica Islamica, ma si inserisce in un disegno più ampio volto a ridimensionare il ruolo regionale dell’Iran e a limitarne le capacità di proiezione diplomatica ed economica.

La dimensione cinese, inoltre, non può essere ignorata dal momento che Washington guarda sempre più al confronto con Pechino come alla sfida sistemica del XXI secolo. In questo senso, indebolire Teheran significa non solo ridurre l’instabilità mediorientale e contenere un attore ostile, ma anche sottrarre alla Cina un partner strategico nell’architettura degli equilibri eurasiatici.

Resta tuttavia aperta la questione più complessa: colpire militarmente un sistema politico è un’operazione tattica relativamente rapida, trasformarne gli equilibri interni è invece un processo molto più incerto. Le recenti esperienze in Medio Oriente dimostrano che il crollo di un regime non produce automaticamente stabilità e può anzi aprire fasi prolungate di competizione tra attori interni ed esterni.

In conclusione, l’esito di questo confronto non determinerà soltanto la sopravvivenza del regime iraniano, ma potrebbe contribuire a ridefinire gli equilibri geopolitici dell’intero Medio Oriente e il modo in cui la competizione tra grandi potenze continuerà a modellare l’ordine internazionale.

Foto: Attacco su impianti aeroportuali civili a ovest di Teheran – Avash Media, CC 4.0 sa by

Antonella Bovino
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Antonella Bovino è una studentessa Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. Si occupa di analisi geopolitiche con focus sull'Africa Subsahariana.