Il modello finanziario cinese in Africa
Negli ultimi due decenni la Cina si è affermata come uno degli attori finanziari principali in Africa, fornendo prestiti su larga scala per infrastrutture, energia, grandi progetti di sviluppo e ridefinendo gli equilibri economici del continente.
La Belt and Road Initiative (BRI), conosciuta anche come Nuova Via della Seta, ha rappresentato una delle principali strategie con cui la Repubblica Popolare si è affermata sul territorio africano, sostenendo la costruzione di ferrovie, porti, centrali elettriche e reti stradali in numerosi paesi del continente. Si tratta di un programma globale di sviluppo infrastrutturale lanciato nel 2013 da Xi Jinping che mira a migliorare la connettività economica e commerciale su scala planetaria. È considerata uno dei progetti di politica estera più ambiziosi voluti dalla Repubblica Popolare Cinese.
Sin dal principio, è stato chiaro che una cospicua parte degli investimenti sarebbe stata destinata all’Africa. In questo modo, Pechino si è progressivamente sostituita ai partner occidentali e alle istituzioni multilaterali che, a partire dagli anni ’90, hanno preferito orientare le proprie risorse verso programmi di riforma strutturale e di sviluppo sociale, accompagnati da standard ambientali, sociali e di trasparenza particolarmente stringenti.
I partner occidentali e le istituzioni multilaterali, come la World Bank e l’International Monetary Fund, hanno infatti concentrato la loro azione su riforme istituzionali, governance, stabilità macroeconomica e lotta alla povertà, investendo in modo rilevante in settori come sanità ed istruzione.
Al contrario, l’approccio cinese è stato ben diverso. Con il suo ingresso su larga scala nel continente, Pechino ha scelto di finanziare progetti, come le grandi infrastrutture, che altri attori giudicavano eccessivamente rischiosi sotto il profilo delle garanzie economiche e dei tempi di realizzazione.
Inoltre, la cooperazione cinese è stata caratterizzata da una minore enfasi su condizionalità politiche esplicite, una negoziazione diretta tra governi e processi decisionali decisamente più rapidi; aspetti che hanno reso questo modello particolarmente attrattivo per molti paesi africani.
Dall’espansione al riequilibrio: l’inversione dei flussi finanziari
Il modello di cooperazione sino-africano si è fortemente distinto per la realizzazione di strade, ferrovie, porti e infrastrutture energetiche, in netto contrasto con l’approccio occidentale e multilaterale adottato nel continente.
Tuttavia, la recente riduzione dei nuovi prestiti da parte della potenza asiatica rischia ora di lasciare scoperto proprio quel settore, riaprendo il problema del finanziamento delle grandi opere nel continente.
Negli anni recenti, infatti, il rapporto finanziario tra Cina e i paesi africani ha subito una trasformazione significativa.
Secondo il report inaugurale dell’iniziativa ONE Data, elaborato dall’organizzazione no profit ONE Campaign e basato su dati ufficiali e aggregati relativi ai finanziamenti sovrani, tra il 2015 e il 2019 i Paesi africani hanno ricevuto circa 30 miliardi di dollari netti in nuovi prestiti da Pechino. In quel periodo, secondo l’analisi, nel continente affluiva maggiore capitale rispetto a quello in uscita sotto forma di rimborsi del debito accumulato.
Il saldo positivo analizzato rifletteva fedelmente la fase di massima espansione della cooperazione finanziaria sino-africana, soprattutto sotto l’ombrello della Belt and Road Initiative.
Durante il quinquennio successivo, sempre secondo i dati riportati da ONE Data, lo scenario si è profondamente trasformato. Tra il 2020 e il 2024 la tendenza si è invertita: le transazioni legate al servizio del debito, ossia il rimborso di capitale e interessi sui prestiti già concessi, hanno superato il volume dei nuovi flussi di credito ricevuti.
Nel complesso, i paesi africani hanno trasferito circa 22 miliardi di dollari verso la Cina in pagamenti di debito, una cifra che eccede nettamente rispetto ai prestiti ricevuti nello stesso periodo.
In termini pratici, ciò significa che oggi l’Africa invia più denaro in ritorno verso Pechino, per rimborsare i debiti passati, di quanto non riceva in nuovi finanziamenti a debito. Il passaggio da un saldo netto positivo di +30 miliardi di dollari a un saldo netto negativo di -22 miliardi segna una svolta importante nella relazione finanziaria tra le parti.
Questo cambiamento non rappresenta il risultato di una fluttuazione temporanea all’interno del ciclo finanziario ma è l’espressione di un mutamento strutturale nei rapporti finanziari tra la Cina e i paesi africani, frutto della convergenza di due tendenze che si sono progressivamente consolidate negli ultimi anni.
Da un lato, si osserva una netta diminuzione del credito cinese destinato a nuovi investimenti nei paesi a basso e medio reddito del continente. Dopo oltre un decennio di espansione finanziaria legata al sostegno delle grandi infrastrutture, Pechino ha deciso di adottare un approccio più prudente, puntando su progetti più mirati e meno rischiosi. In questa nuova fase, dunque, si sta assistendo, al passaggio da una strategia di espansione del credito ad una di maggiore contenimento e gestione del rischio.
Dall’altro lato, molti finanziamenti erogati negli anni precedenti, soprattutto nel periodo di massima espansione cinese, stanno ora entrando nella fase di rimborso pieno, con la restituzione del capitale oltre agli interessi e la fine dei periodi di grazia. Di conseguenza, continua ad aumentare il volume delle risorse di bilancio che i governi africani devono destinare al servizio del debito, generando deflussi costanti verso Pechino, in assenza, però, di nuovi prestiti che possano compensare tali uscite.
Le ragioni del ridimensionamento del credito cinese
La scelta cinese di ridimensionare in modo significativo i nuovi prestiti destinati ai paesi africani di basso e medio reddito non sembrerebbe necessariamente tradursi in un disimpegno dall’area, ma piuttosto riflettere un tentativo di ricalibrazione strategica in un contesto politico ed economico ormai mutato.
In primo luogo, è aumentata la percezione del rischio legato alla capacità dei paesi debitori di poter rimborsare i prestiti ricevuti. Analisi basate su dati economici hanno dimostrato come la Cina inizialmente abbia elargito una quota significativa dei propri finanziamenti, tra cui strumenti di credito sovrano, a Stati con bassa affidabilità creditizia.
Tuttavia, negli ultimi anni molti governi africani hanno accumulato livelli eccessivamente elevati di debito pubblico e, a fronte di entrate fiscali limitate, del rallentamento dell’economia globale e dell’aumento degli oneri finanziari, la loro capacità di rimborso si è progressivamente ridotta. Così, la seconda economia più grande al mondo si è ritrovata esposta ad un numero crescente di rinegoziazioni, ritardi nei pagamenti e ristrutturazioni del debito; circostanze che l’hanno spinta ad un approccio più selettivo e una maggiore cautela nell’erogazione del credito.
Un altro elemento fondamentale riguarda le profonde difficoltà economiche interne alla Cina: la grave deflazione, il crollo del settore immobiliare, la riduzione dei consumi interni e le tensioni geopolitiche. Tali fattori hanno rafforzato la necessità di concentrare le proprie risorse sulla stabilità domestica, dal momento che la concessione di grandi prestiti sovrani all’estero comporterebbe costi politici e finanziari molto più elevati rispetto al passato.
Inoltre, molti progetti finanziati nella fase precedente, non hanno generato i ritorni economici previsti, soprattutto nei contesti caratterizzati da una domanda interna debole ed alti costi di manutenzione. Questa ulteriore questione ha spinto la potenza asiatica a dubitare della sostenibilità economica di questo tipo di investimenti, anche quando motivati da ragioni strategiche.
Infine, assume particolare rilievo anche la dimensione geopolitica e reputazionale. All’interno del dibattito internazionale degli ultimi decenni, Pechino è stata accusata di perseguire la debt-trap diplomacy (diplomazia della trappola del debito). Secondo le potenze occidentali, la Repubblica Popolare presterebbe denaro ai paesi economicamente fragili, non pienamente in grado di rispettare le condizioni di rimborso stabilite, per poter esercitare una certa pressione strategica e diplomatica al loro interno.
La fase di intensa espansione finanziaria attuata dalla potenza asiatica è stata spesso interpretata come un tentativo di rafforzare la propria influenza nell’area legando a sé i governi africani attraverso il debito. Di conseguenza, gli attori occidentali e le istituzioni finanziarie multilaterali hanno cercato di esercitare pressione sulla Cina criticando la limitata trasparenza di alcuni prestiti elargiti e accusandola di contribuire all’aggravarsi della crisi del debito in cui versano molti paesi del Sud Globale.
La Repubblica Popolare ha da tempo l’obiettivo di consolidare il proprio ruolo di leader del Sud Globale, proponendosi come alternativa ad un modello occidentale che pone vincoli politici e normativi troppo stringenti e spesso difficili da soddisfare, considerate le fragilità strutturali che caratterizzano molti governi africani.
Pechino respinge le accuse occidentali e sostiene che esercitare pressioni su un paese africano per forzarne la cooperazione sarebbe controproducente dal momento che comprometterebbe il principio di non ingerenza e il modello di partenariato economico su cui afferma di aver costruito le sue relazioni con l’Africa nel nuovo millennio.
Tuttavia, se la narrativa della debt-trap diplomacy dovesse consolidarsi a livello internazionale, vi sarebbe il rischio di erodere le risorse di soft power su cui Pechino fa leva per mantenere e legittimare la propria presenza nel continente.
Anche per questo motivo, oggi la leadership cinese tende ad evitare casi eclatanti di default associati ai propri prestiti, a ridurre il finanziamento di progetti che possano essere percepiti come predatori nei confronti dei paesi debitori e a presentarsi come un attore più prudente e cooperativo sul piano delle relazioni finanziarie internazionali.
Quali nuovi scenari per i paesi africani?
L’inversione del volume dei flussi finanziari tra Cina e paesi africani offre ai governi debitori sia sfide che opportunità.
L’aumento della pressione del debito sui bilanci pubblici potrebbe spingerli a voler diversificare le proprie fonti di finanziamento, ad esempio, rafforzando il dialogo con le istituzioni internazionali come l’International Monetary Fund, la World Bank e banche regionali di sviluppo.
Non a caso, secondo i dati di ONE Data, questa trasformazione nella cooperazione finanziaria è coincisa con un rafforzamento del ruolo delle istituzioni multilaterali, che sono diventate la principale fonte di finanziamento allo sviluppo e che, nel periodo 2020-2024, hanno registrato un incremento dei flussi netti pari al 124% rispetto al decennio precedente.
Allo stesso tempo, i recenti sviluppi mettono in evidenza la necessità di politiche fiscali più solide e di strumenti innovativi per la gestione del debito. Alcuni Stati del continente stanno esplorando soluzioni alternative: la ristrutturazione delle scadenze, l’emissione di obbligazioni in valute diverse o l’utilizzo di strumenti come i debt-for-development swaps, che consentono di trasformare parte del debito estero in investimenti sociali e ambientali.
Un caso emblematico è quello del Ghana, il quale, dopo aver dichiarato default su gran parte del proprio debito estero nel 2022, ha avviato un complesso accordo con l’African Export- Import Bank (Afreximbank) per ristrutturare un debito pari a 750 milioni di dollari.
Accordi di questo tipo possono offrire maggiore chiarezza sugli oneri futuri così da rafforzare la credibilità del paese agli occhi degli investitori internazionali. Sebbene il ricorso alla ristrutturazione del debito potrebbe sollevare interrogativi sulla qualità del credito sovrano e sul coinvolgimento di banche regionali in questo tipo di operazioni.
Senza alcun dubbio, questa nuova fase finanziaria potrebbe stimolare un maggior protagonismo regionale. Una più forte integrazione economica intra-africana accompagnata dal rafforzamento dei mercati locali potrebbe attrarre maggiori investimenti internazionali e migliorare la capacità negoziale del continente.
Le sfide in gioco restano significative, a partire dal peso crescente del debito estero e dal rischio di default in vari paesi. Tuttavia, la ridefinizione degli equilibri nei flussi finanziari internazionali potrebbe aprire spazio ad un modello di finanziamento più aderente alle esigenze del continente e meno dipendente da un singolo grande creditore.
In conclusione, la combinazione di riforme interne, strumenti più efficaci di gestione del debito e il sostegno di istituzioni multilaterali può offrire ai governi africani una maggiore diversificazione delle fonti di finanziamento con potenziali benefici sia in termini di stabilità fiscale sia di autonomia strategica nel lungo periodo.
Antonella Bovino è una studentessa Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. Si occupa di analisi geopolitiche con focus sull'Africa Subsahariana.





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