Le recenti estromissioni e l’instabilità nei vertici militari
L’improvvisa estromissione del generale Zhang Youxia, il più alto in grado nell’Esercito Popolare di Liberazione dopo Xi Jinping, ha provocato un vero terremoto all’interno delle forze armate cinesi, le più numerose del pianeta con oltre due milioni di soldati attivi. L’annuncio è arrivato il 24 gennaio 2026 dal Ministero della Difesa nazionale: Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli, altro membro di vertice della Commissione Militare Centrale, sono finiti sotto inchiesta per gravi violazioni disciplinari e di legge. Il risultato immediato è stato drammatico: la Commissione Militare Centrale – l’organo che dirige e controlla l’intero apparato militare – si è ridotta da sette a soli due membri effettivi: Xi Jinping in persona e il generale Zhang Shengmin, responsabile della disciplina interna. Un vuoto di potere così netto genera inevitabile incertezza operativa e solleva dubbi profondi sulla reale coesione e prontezza delle forze armate, proprio mentre Pechino affronta tensioni crescenti su più fronti internazionali.
Per misurare la portata simbolica e politica di quanto sta accadendo, basta riandare al 2022: durante la cerimonia di chiusura del XX Congresso del Partito Comunista Cinese, nella Grande Sala del Popolo a Pechino, Xi Jinping fece allontanare in diretta televisiva l’ex segretario generale Hu Jintao, allora 79enne, seduto proprio accanto a lui. Il gesto, ripreso dalle telecamere e assistito da oltre duemila delegati, fu commentato in tutto il mondo come “la purga perfetta in diretta TV”. Da allora le epurazioni si sono susseguite, consolidando progressivamente il potere assoluto di Xi sul partito e sulle forze armate. Oggi, con Zhang Youxia – un alleato storico – finito nel mirino, Xi appare al tempo stesso più isolato e più incontrastato al vertice militare, in un contesto che richiama, pur con motivazioni diverse, le grandi purghe del passato.
Il giorno dopo l’annuncio, il Quotidiano dell’Esercito di Liberazione – organo ufficiale delle forze armate – ha pubblicato un editoriale durissimo: Zhang e Liu hanno “tradito la fiducia e le aspettative del Partito”, e “nessuno, a prescindere dal grado o dalla posizione, sarà risparmiato”. L’insistenza sul fatto che la mano sarà “spietata anche con gli amici” è un segnale chiaro. Molti analisti però ritengono che la corruzione sia solo la facciata: dietro potrebbero celarsi accuse più gravi, come la formazione di fazioni interne, tentativi di resistenza alla linea di Xi o addirittura – secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal – la condivisione di segreti nucleari con gli Stati Uniti. Qualunque sia la verità, il messaggio è univoco: nella Cina di Xi non esiste più alcuna zona franca.
Queste non sono purghe isolate. Dal 2023 a oggi Xi ha rimosso o fatto indagare decine di alti ufficiali, tra cui ex vice-presidenti della Commissione Militare Centrale come He Weidong, Miao Hua e Li Shangfu, molti dei quali espulsi dal partito e letteralmente scomparsi dalla scena pubblica. Il risultato è una Commissione ridotta a pura estensione della volontà personale di Xi, con un impatto immediato sul morale delle truppe e sulla fluidità delle operazioni quotidiane. Le grandi esercitazioni aeronavali intorno a Taiwan nel dicembre 2025 hanno dimostrato che la macchina militare resta imponente, ma l’instabilità ai vertici rischia di rallentarne l’efficacia.
Contesto storico: legami personali e la lunga scia delle purghe
Le radici di questa svolta affondano in una storia personale e familiare intrecciata con le vicende della rivoluzione comunista. Zhang Youxia e Xi Jinping condividevano legami profondi: i loro padri avevano combattuto fianco a fianco nella guerra civile che portò Mao Zedong al potere nel 1949, fondando la Repubblica Popolare Cinese (esclusa Taiwan). Entrambi cresciuti come “figli di principi rossi” – la progenie dei quadri rivoluzionari – si conoscevano fin dall’infanzia e divennero alleati fidati. Zhang, con esperienza diretta di combattimento nelle guerre di confine contro il Vietnam negli anni Settanta e Ottanta, fu scelto da Xi nel 2022 come vice-presidente senior della Commissione Militare Centrale, con deroga all’età pensionistica: un gesto che testimoniava fiducia assoluta.
Proprio per questo la sua caduta appare così sconcertante. Epurare un alleato di lunga data, un veterano con credenziali rivoluzionarie, manda un messaggio inequivocabile: nella cerchia ristretta di Xi nessuno è intoccabile. La campagna anticorruzione lanciata nel 2012 ha già colpito oltre 110 alti ufficiali; ora però colpisce la rete di potere costruita dallo stesso Xi Jinping. Liu Zhenli, responsabile del Dipartimento di Stato Maggiore Congiunto, era un’altra voce esperta: la sua rimozione priva il vertice di consigli obiettivi sulle reali capacità e sulle gravi lacune dell’Esercito Popolare di Liberazione, in particolare in termini di logistica, proiezione di forza e tecnologia avanzata.
Dal suo arrivo al potere Xi ha spinto riforme radicali per trasformare l’Esercito Popolare di Liberazione in una forza moderna e proiettata globalmente: riorganizzazione dei comandi teatrali, forte investimento in intelligenza artificiale, missili ipersonici, portaerei e cyber-capacità. Le purghe del periodo 2014-2018 avevano sradicato le vecchie reti corrotte ereditate dall’era Jiang Zemin; quelle attuali, invece, colpiscono settori sensibili come la Forza Missilistica (responsabile dell’arsenale nucleare e balistico) e l’industria della difesa. Questo rafforza il controllo centrale, ma crea un pericoloso vuoto di esperienza in un esercito che non combatte una guerra vera da oltre quarant’anni. Le motivazioni sembrano dunque composite: lotta alla corruzione, ma anche eliminazione di ogni potenziale dissenso ideologico o operativo, e semplificazione estrema della catena di comando per garantire obbedienza assoluta.
Implicazioni per la stabilità regionale e le minacce a Taiwan
Il ciclo di purghe si svolge in un momento delicatissimo per l’Asia-Pacifico. Pechino ha intensificato da anni le esercitazioni aeronavali provocatorie intorno a Taiwan, l’isola democratica che considera parte inalienabile del proprio territorio. Queste manovre, sempre più vicine e complesse, hanno alzato enormemente le tensioni con Stati Uniti e Giappone, pronti a intervenire in caso di attacco. Un tentativo di invasione porrebbe la Cina in rotta di collisione diretta con l’Occidente, con conseguenze imprevedibili.
Zhang Youxia era noto per aver sempre consigliato cautela riguardo a un’azione militare su Taiwan: sottolineava le carenze logistiche del PLA, i costi umani enormi e le difficoltà di una guerra anfibia su larga scala. La sua estromissione potrebbe rimuovere questo elemento di moderazione interna, favorendo decisioni più rischiose. Al contempo, però, l’instabilità al vertice complica qualsiasi piano operativo: con la struttura di comando stravolta, morale basso e dirigenza inesperta, un’azione militare oggi sarebbe azzardata. Come osservato da analisti sulla BBC, queste purghe rendono un attacco a breve termine meno probabile, perché Pechino deve prima ricostruire una catena decisionale affidabile.
Da Taipei le forze armate sono in stato di allerta massima; il governo taiwanese segue con apprensione l’evoluzione dello scenario. Le esercitazioni cinesi di dicembre 2025 – con centinaia di aerei e navi coinvolte – hanno simulato blocchi navali e sbarchi, ma l’instabilità interna potrebbe posticipare i piani di “riunificazione” entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare. Le purghe hanno colpito duramente anche la Forza Missilistica, pilastro della deterrenza cinese in uno scenario taiwanese. In senso più ampio, Xi si ritrova isolato: con Zhang Shengmin come unico alleato rimasto nella Commissione, il potere è sempre più personalizzato e quindi vulnerabile a errori di valutazione, con rischi di escalation accidentale anche nel Mar Cinese Meridionale.
Prospettive future: tra controllo assoluto e rischi interni
Guardando avanti, il destino dell’Esercito Popolare di Liberazione dipenderà quasi interamente dalle scelte di Xi Jinping, che oggi esercita un controllo senza precedenti. Le purghe possono accelerare la promozione di ufficiali più giovani, tecnologicamente preparati e fanaticamente leali, ma rischiano al tempo stesso di generare risentimento diffuso, calo del morale e paralisi decisionale nei momenti critici. In un’organizzazione militare di questa scala, i rimpasti ai vertici creano sempre periodi di “indeterminatezza” che storicamente indeboliscono la coesione e l’efficacia operativa.
Qualunque siano le vere motivazioni – corruzione endemica, consolidamento del potere personale o eliminazione preventiva di ogni dissenso – il messaggio che emerge è limpido: nella Cina di Xi la lealtà deve essere assoluta e incondizionata, senza eccezioni né zone protette. Nei prossimi mesi si capirà chi verrà promosso per riempire i vuoti lasciati dai generali epurati; con i ritmi lenti della burocrazia comunista, però, l’incertezza dominerà ancora per un po’. Per Taiwan e i suoi alleati questo potrebbe rappresentare una finestra preziosa per rafforzare difese e deterrenza; per Pechino, invece, è un test durissimo sulla resilienza del proprio apparato militare in un’epoca di tensioni globali crescenti, come approfondito su Foreign Affairs.
Foto: By Kremlin.ru, CC BY 4.0
Senior Fellow del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Generale di Brigata (aus.) dell'Esercito Italiano, membro del Direttorato della NATO Defence College Foundation. Per anni direttore della Middle East Faculty all'interno del NATO Defence College.





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