L’anno appena cominciato, il 2026, si preannuncia come ricco di grandi cambiamenti. Se si consoliderà la nuova prospettiva favorevole alle destre populiste, patrocinata dalla sponda americana dell’Atlantico, o se invece si assisterà ad un riflusso di queste posizioni lo si vedrà fin da subito. Importanti tornati elettorali sono previste nell’anno in corso. Alternative für Deutschland sarà chiamata a dare gli esami di maturità nel cuore della ex Germania Ovest, con le importanti elezioni nei Länder di Baden-Württemberg (8 marzo) e Renania-Palatinato (23 marzo) ma il vero banco di prova per la destra europea sarà il 12 aprile, ancora una volta in Ungheria. La posta in gioco è importante, non solo per Viktor Orbán, che cerca la quinta conferma consecutiva (la sesta in totale), ma per l’intera Europa centrale, che dopo la vittoria di Andrej Babiš in Cechia e l’azzoppamento del governo Tusk in Polonia può vedere nuovamente il gruppo di Visegrád recitare un ruolo da protagonista sia nell’UE che nell’ormai pluriennale conflitto russo-ucraino.
Il contesto politico
Nel corso di questo mandato Orbán, ininterrottamente primo ministro dell’Ungheria dal 2010, ha superato Angela Merkel come terzo primo ministro europeo più longevo di sempre: davanti gli rimangono solo Jean-Claude Juncker, premier cristiano-democratico del Lussemburgo per diciotto anni (1995-2013) e Tage Fritjof Erlander, primo ministro socialdemocratico svedese dal 1946 al 1969. Nel corso degli ultimi quindici anni l’Ungheria e l’intero gruppo di Visegrád hanno visto Budapest e il suo capo di governo come assoluti protagonisti. La figura carismatica di Orbán, i successi economici dei suoi governi, la capacità di mantenere un peso specifico molto alto in politica estera hanno complicato notevolmente la vita ai partiti di opposizione ungheresi, che fino ad oggi hanno sempre fallito in ogni tentativo di insidiare anche solo lontanamente il predominio del tandem Fidesz-KDNP e del suo leader. Al contrario, nel corso degli anni, la posizione di Orbán si è sempre più consolidata, mantenendo lo scarto tra il governo e l’opposizione sempre attorno ai venti punti percentuali. Al di là degli indiscutibili meriti di Orbán, la variegata composizione delle forze di opposizione, da sempre divisa tra MSZP (socialisti, eredi del vecchio regime comunista di János Kádár), estrema destra (Jobbik prima e Mi Hazánk Mozgalom poi) e sigle minori di estrazione liberale e ambientalista, ha certamente avuto un ruolo di primo piano nel mantenere il primo ministro saldamente al potere in una repubblica parlamentare come quella ungherese. L’Ungheria, Paese monocamerale, elegge i 199 deputati alla sua Assemblea Nazionale (Országgyűlés) tramite un sistema misto di proporzionale e maggioritario: 106 vengono assegnati tramite sistema maggioritario in collegi uninominali, mentre i restanti 93 tramite sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento al 5% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni.
Orbán contro Magyar, una partita a due
Sono dunque esattamente cento i seggi che un partito o una coalizione devono conquistare per poter governare a Budapest. Chiamata a confermarsi sarà ancora una volta, come già accennato, la coalizione del primo ministro, che vede Fidesz, il partito di Orbán, in coalizione con il Partito Popolare Cristiano Democratico (KDNP), una coabitazione tra due sigle storiche del panorama politico magiaro che dura fin dal lontano 2006. A contendere la vittoria a Orbán nella tornata elettorale del prossimo aprile non sarà più una coalizione, come avvenuto invece nel 2022, quando l’alleanza Uniti per l’Ungheria (Egységben Magyarországért) fallì clamorosamente nella costernazione di molti sondaggisti che avevano pronosticato il contrario, ma una sola sigla: il Partito del Rispetto e della Libertà (Tisztelet és Szabadság Párt, abbreviato in TISZA), affiliato al Partito Popolare Europeo e guidato da Péter Magyar, che pur essendone l’esponente di spicco e il candidato primo ministro, non ne è il fondatore. Creato nel 2020 da Attila Szabó e Boldizsár Deák con il preciso intento di concorrere alle prossime elezioni, il partito ha acquisito notorietà proprio con l’adesione dell’attuale leader Magyar.

Peter Magyar e Viktor Orban alla plenaria del Parlamento europeo, 9 ottobre 2024. Foto: Alain Rolland, Unione europea.
Astro nascente della politica ungherese, il quarantacinquenne Magyar rappresenta una variante difficile da classificare secondo i canoni politologici degli osservatori dell’Europa Occidentale: ex marito di Judit Varga (ministro della Giustizia di Orbán dal 2019 al 2023), Magyar ha lasciato Fidesz, proclamandosene deluso, nella primavera del 2024, e venendo eletto europarlamentare per TISZA nel Giugno del 2024, diventandone segretario il mese successivo. Per contendere la carica di primo ministro a Orbán il leader di TISZA ha fin da subito deciso di giocare una carta differente da quella dei suoi sfortunati predecessori: presentandosi nelle vesti di orbaniano pentito ha preferito accusare il governo di aver tradito l’Ungheria piuttosto che di essere nemico di Bruxelles. Nonostante l’affiliazione al PPE e la benedizione del suo potentissimo segretario Manfred Weber (esponente della CSU vicino ad Angela Merkel), Magyar si è ben guardato dal presentarsi come “l’uomo dell’Europa”, ruolo che aveva portato all’impallinamento di tutti i vecchi avversari di Orbán, puntando invece tutte le sue fiches su di un’immagine da patriota dal volto umano. Intuendo la frammentazione ideologica dell’opposizione ungherese, dei voti della quale avrebbe bisogno per governare, Magyar ha scelto di puntare tutto sulla delegittimazione della figura del primo ministro, presentandolo come un amministratore corrotto, antidemocratico e politicamente inaffidabile, facendosi bandiera di una politica di “anticorruzione” che ad un osservatore italiano potrebbe ricordare quella del Movimento Cinque Stelle di qualche anno fa. Percependo la delicatezza, in un Paese conservatore come l’Ungheria, di molte tematiche in ambito etico (per esempio quelle concernenti le rivendicazioni omosessuali ma anche la ricollocazione dei rifugiati), Magyar si è più volte sottratto ad una presa di posizione chiara, per esempio decidendo deliberatamente di non partecipare al grande gay pride illegale di Budapest tenutosi lo scorso giugno e che ha invece visto la partecipazione di un gran numero di politici stranieri, tra i quali gli italiani Elly Schlein e Carlo Calenda e del sindaco verde della capitale Gergely Karácsony. Una posizione, quella di Magyar, che benché si qualifichi ideologicamente priva di un’identità ben delineata, e dunque politicamente precaria, potrà risultare elettoralmente insidiosa, radunando una vasta platea di soggetti e individui diversi uniti soltanto dall’ostilità nei confronti di Orbán. In tal prospettiva, non stupisce che siano rimaste ai margini tutte le altre sigle dell’opposizione, dall’estrema destra nazionalista di Mi Hazánk Mozgalom guidata da László Toroczkai, popolare ex sindaco di Ásotthalom, alla Coalizione Democratica (Demokratikus Koalíció, DK) dell’ex primo ministro ed ex comunista Ferenc Gyurcsány.
Campagna elettorale o campagna referendaria?
Se appare ben evidente la strategia di Magyar di trasformare la campagna elettorale e le elezioni della primavera ventura in un referendum pro o contro Orbán, diversa è invece la tattica del primo ministro in carica. Nonostante il volto carismatico di Fidesz sconti una fisiologica mancanza di “effetto novità” sono ancora molte le frecce a disposizione di Orbán, a cominciare da economia e politica estera. Per quanto riguarda l’Economia, il cui dicastero è retto dall’indipendente Márton Nagy, ex vicegovernatore della Banca Centrale Ungherese (MNB) ed ex presidente della Borsa di Budapest, i dati sono incoraggianti: l’inflazione, data per fuori controllo da molti media esteri, è calata dal 5,5% di gennaio 2025, al 3,8% dello scorso novembre, mentre il PIL ungherese è cresciuto di 1,2 punti percentuali. Notizie ancora migliori per quanto riguarda i salari reali, con l’Ungheria che fa meglio di tutti gli altri paesi dell’Unione Europea: dopo una crescita del 2,9% nell’anno appena terminato, le stime di ECA International stimano una crescita del 3,5% per l’anno 2026. L’Ungheria e la sua economia continuano a rimanere molto competitive nonostante la congiuntura geoeconomica non esattamente favorevole ai paesi dell’Unione Europea: ne sono prova le aperture di grandi stabilimenti avvenute nel Paese magiaro durante l’ultimo quadriennio dell’attuale governo, tra questi il nuovo grande stabilimento BMW inaugurato alla fine di settembre a Debrecen (2.749 posti di lavoro) e l’ampliamento di quello di Mercedes-Benz di Kecskemét, a cui si aggiungerà, a Szeged, il primo stabilimento europeo della BYD, colosso cinese delle automobili elettriche con sede centrale a Shenzhen. Strettamente correlata all’economia è anche la postura geopolitica dell’attuale governo ungherese: Budapest è infatti l’ultima cancelleria europea assieme a quella di Bratislava a comprare gas russo, contribuendo così a mantenere sotto controllo i prezzi dell’energia e mantenendo le industrie ungheresi competitive nei confronti di quelle degli altri paesi dell’Unione Europea. L’Ungheria inoltre, assieme alla Slovacchia, rivende la propria energia elettrica (prodotta anche dalla centrale nucleare di Paks, di cui è previsto l’ampliamento) all’Ucraina, della quale ormai rappresenta un insostituibile fornitore.
Riguardo al sanguinoso conflitto ai suoi confini (Budapest condivide con Kiev 103 chilometri di frontiera) la posizione di Orbán è rimasta fin da subito ancorata a rigidissimi criteri di realpolitik, che se da un lato hanno penalizzato l’esecutivo durante la fine della presidenza Biden, dall’altro l’hanno rinforzato sotto la seconda presidenza di Donald Trump, che per ben due volte ha lanciato l’idea di una grande conferenza di pace a Budapest, proprio in virtù dell’atteggiamento realistico mantenuto dal governo magiaro nei confronti del conflitto la cui responsabilità la Casa Bianca ascrive alla precedente amministrazione democratica. Percependo la grande popolarità della posizione orbaniana sulla guerra, Péter Magyar, pur definendo Fidesz un partito fortemente influenzato dalla Russia, sta cercando di mantenere un basso profilo sull’argomento, sostenendo posizioni molto simili a quelle di Orbán, dichiarando di non avere intenzione di mandare armi, e men che meno truppe, in sostegno al governo ucraino, affermando inoltre di voler subordinare l’adesione dell’Ucraina all’UE a un referendum. Magyar sostiene tuttavia che i rapporti tra Budapest e Mosca andrebbero resettati, o quantomeno sottoposti ad una robusta revisione, esattamente come quelli con la Cina e la Turchia, altre cancellerie, quelle di Pechino e Ankara, con le quali Orbán ha stabilito solide relazioni nel corso dei suoi mandati, con l’Ungheria che rappresenta la destinazione di un quarto di tutti gli investimenti cinesi nell’UE.
Più distanti invece le posizioni tra i candidati per quanto concerne il rapporto tra Ungheria e Unione Europea: mai idilliaci, i rapporti tra Budapest e Bruxelles sono giunti al punto più basso proprio quest’anno, con la capitale ungherese allineata a Washington nel ruolo di picconatrice di un’Unione vista sempre più come gabbia dei popoli e come minaccia alle sovranità dei suoi membri. Magyar, enfant prodige del Partito Popolare Europeo, si promette di normalizzare i rapporti con Bruxelles, sbloccando così miliardi di euro di fondi comunitari (attualmente bloccati per sanzioni contro l’Ungheria) che, secondo il leader di Tisza, dovrebbero rilanciare l’economia ungherese e di limitare una volta per tutta l’influenza dell’attuale primo ministro e del suo partito, da lui giudicati, come già detto, una casta corrotta dedita al mero interesse privato. Imbarazzo hanno creato, proprio al leader di Tisza, gli entusiastici endorsements dei leader europei, dai quali in realtà Magyar cerca in ogni modo di dimostrarsi indipendente, pur non potendo fare a meno dei loro appoggi.
Determinato a costruire una piattaforma dedita ad un solo scopo: detronizzare Orbán, Magyar mantiene quindi una posizione ondivaga e poco chiara in merito a tutti i temi che non siano la mera figura del suo rivale: dall’immigrazione alle rivendicazioni LGBT, dai diritti delle minoranze magiare in Slovacchia e Transilvania ad un’eventuale adesione all’Euro, la linea di Tisza sembra condensarsi in un “cacciamo Orbán, poi si vedrà”.
Chi vincerà?
Fare previsioni, per quanto concerne le prossime elezioni magiare, è difficile: sia perché la forte componente uninominale dei collegi in palio rende molto pesanti anche i singoli candidati locali, sia perché, tradizionalmente, i sondaggi commissionati dai simpatizzanti dell’opposizione, tendono a sopravvalutare ampiamente le performances di quest’ultima. Di tutto ciò è un esempio proprio la campagna elettorale del 2022, quando gran parte della stampa europeista e di simpatie dem dava per “appaiati” Orbán ed il suo sfidante Péter Márki-Zay, per poi vedere quest’ultimo, all’indomani del voto, staccato di venti punti percentuali. Su un fatto sembrano però tutti concordi: la sfida del 2026 sarà quella in assoluto più difficile per Orbán: la scelta di un candidato non apertamente di rottura, da parte dell’opposizione, si è rivelata insidiosa e i rilevamenti, al netto di quelli meramente propagandistici commissionati da Tisza e dai media suoi simpatizzanti, lo testimoniano: vicino alla realtà è probabilmente il sondaggio, condotto lo scorso ottobre dalla fondazione XXI Század Intézet, che vede Fidesz in testa con il 44%, seguito da Tisza al 41%, con alle spalle, a distanza siderale, Mi Hazánk al 7% e DK al 3%. Se le elezioni dovessero realmente terminare con un esito simile a questo, la tornata del 2026 rappresenterebbe la più combattuta elezione politica magiara dal 2006, quando proprio Orbán fu sconfitto dal socialista Gyurcsány con appena l’1,2% scarto, sempre considerando che, storicamente, Fidesz tende a dare il meglio di sé negli ultimi mesi di campagna elettorale, guadagnando punti percentuali negli ultimissimi mesi prima delle consultazioni. Secondo l’Istituto Nézőpont è inoltre proprio il primo ministro in carica ad essere considerato più adatto a ricoprire il ruolo di capo di governo: lo preferisce il 45% degli ungheresi, contro il 34% che invece si affiderebbe a Magyar, segno che indica come più che la stima per il candidato del proprio partito (che tra le altre cose ha in corso un processo per furto) sia l’idiosincrasia per Orbán a spingere al voto per Tisza.
Un voto dal peso continentale
Come già ricordato nel caso ceco, ogni elezione nello spazio dei paesi di Visegrád assume, nell’attuale contingenza geopolitica, un rilevante peso specifico. Nel caso ungherese, il significato del voto travalica l’attuale crisi di sicurezza in Europa Orientale e assume, per quanto concerne gli assetti interni dell’Unione Europea, una valenza cruciale anche in senso meramente ideologico-politico. Per sedici anni Orbán ha infatti rappresentato, sempre di più, il punto di riferimento per i difensori delle prerogative degli stati nazionali in seno all’Unione Europea e, elemento non trascurabile, l’unico vero esecutivo di destra identitaria anche quando questo schieramento rappresentava ancora una quota marginale di consensi nelle opinioni pubbliche del Vecchio Continente. Sconfiggere Orbán tramite il pupillo europopolare Magyar sarebbe, per l’establishment europeo di marca liberale-popolare-socialista, una piccola vittoria dopo un vero e proprio annus horribilis costellato da sconfitte e umiliazioni geopolitiche, esattamente come una vittoria di Orbán sarebbe, per tutti i sovranismi europei ma anche per Donald Trump, un altro forte schiaffo ad un’istituzione comunitaria sempre più in crisi e politicamente delegittimata.
Alla luce di tutto ciò, se si considera che gli elettori ungheresi registrati sono poco meno di otto milioni, è facile comprendere l’altissimo peso specifico di ogni singolo voto che ad aprile cadrà dentro le urne magiare. A noi italiani non resta che restare a guardare, consci che un’eventuale sconfitta di Orbán rappresenterebbe il venire meno di un buon amico del nostro Paese e del nostro governo, ben sapendo invece che una sua vittoria costituirebbe un rafforzamento per l’Italia e per un esecutivo, quello di Giorgia Meloni, che ha fatto della cooperazione transatlantica un perno fondamentale della sua azione politica. La campagna elettorale ungherese è appena entrata nel momento più caldo e si preannuncia ancora molto ricca di sorprese.
Foto: Random photos 1989 – Own work, CC BY-SA 4.0
Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.





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