Dal 1979, la politica occidentale nei confronti dell’Iran ha oscillato tra deterrenza e diplomazia. I governi occidentali sono rimasti bloccati tra sanzioni e negoziati, ma i risultati sono stati minimi. L’Occidente, senza imparare dall’Iraq-Kuwait (1991), dall’Iraq del 2003, dalla Libia-Siria (Primavera araba) o dall’Afghanistan, ancora una volta non pare avere un piano ragionato e condiviso per una situazione in cui il successo si traduce nella caduta del regime che guida la Repubblica Islamica dell’Iran.

Attualmente, un simile scenario, finora sempre ritenuto, impossibile sembra essere fattibile a Washington e Tel Aviv. Allo stesso tempo, capitali del mondo arabo “attendono fiduciose”. L’inasprimento dei toni dell’amministrazione Trump, pur collegando tutto al legame sempre più esplicito di Israele tra la rete regionale iraniana e la propria sicurezza esistenziale, sembra favorire la consapevolezza che la sopravvivenza del regime dei mullah a Teheran non è più data per scontata, data la situazione dove la contrarietà al regime è palese in tutto l’Iran (la superficie del paese è superiore a Italia, Francia, Germania e Spagna unite!). La fine della Repubblica Islamica dell’Iran innescherebbe sicuramente una crisi in tutto il Medio Oriente. Le conseguenze di tutto potrebbero essere causa di una guerra regionale, cosa che alcuni media stanno promuovendo. Certamente la fine del regime iraniano non si tradurrebbe in una stabilità immediata, né porterebbe a un nuovo tipo di sfruttamento del settore petrolifero e del gas iraniano, immettendo un’ondata d’idrocarburi sul mercato (già c’è un’aperta discussione su come sarà indirizzato il commercio del petrolio venezuelano). I fattori interni ed esterni all’Iran potrebbero avere profonde implicazioni per la sicurezza energetica e gli equilibri di potere globali.

L’Iran rischia l’implosione?

La possibile implosione dell’Iran è diventata evidente, perché l’attuale sistema politico si basa principalmente su un sanguinario e repressivo patto tra autorità clericale, apparato di sicurezza e reti economiche. I risultati di sanzioni, cattiva gestione, pressione demografica e repressione sociale hanno probabilmente, in via definitiva, reso debole il regime. Le ondate di proteste interclassiste stanno mostrando un moto pubblico che nessuna repressione è stata in grado di risolvere al momento. Finora, il regime è riuscito a sopravvivere grazie al controllo della coercizione, che è molto importante. Qualsiasi sistema, è evidenziato storicamente, se sostenuto principalmente dalla forza, va a disgregarsi improvvisamente, non gradualmente.

Allo stesso tempo, la pressione esterna starebbe aumentando: dopo un lungo periodo di mancata chiarezza sulla politica da seguire l’amministrazione Trump sta assumendo un atteggiamento più conflittuale, soprattutto presentando l’Iran come il principale minaccia all’instabilità regionale. Washington aumenta la pressione e conseguentemente Israele ha cambiato approccio e messo in allarme e prontezza le sue forze armate.

La guerra dei 12 giorni ha evidenziato sia che l’Iran, un tempo considerato distante, ora è visto come un problema operativo immediato m anche che oggi non sarebbe in grado di opporre una difesa aerea anche minimale.

Un’idra a molte teste

Appare importante capire che un’implosione dell’attuale regime iraniano non significherà la fine dell’influenza regionale del Paese dall’oggi al domani. Attualmente, l’eredità più duratura della Repubblica Islamica estremista non è il suo potere statale formale; il vero impatto e la vera eredità sono la rete di milizie terroristiche sparse in tutto il Medio Oriente. Sebbene la maggior parte dell’attenzione dei media e degli osservatori internazionali sia rivolta ai gruppi più noti di terroristi “tagliagole” in particolare Hezbollah, Hamas e gli Houthi (Ansar Allah) in Yemen, bisogna porre attenzione anche sulle milizie sciite irachene, che rappresentano una minaccia importante per la stabilità regionale. Se il regime iraniano collassa, questi gruppi terroristi non sparirebbero automaticamente e forse, non è da escludere, si radicalizzeranno ulteriormente.

Mentre la maggior parte dell’attenzione è rivolta all’Iran, il suo vicino si trova ad affrontare un rischio molto serio. L’Iraq potrebbe fare i conti con le milizie sciite oggi sostenute dall’Iran, la maggior parte delle quali è profondamente radicata all’interno dello Stato. Un’implosione o un vuoto di potere a Teheran potrebbe spingere queste milizie a competere violentemente tra loro. In una situazione del genere, l’Iraq potrebbe essere destabilizzato, soprattutto se rimane il perno centrale o il teatro di scontro tra il Golfo, l’Iran e il Levante. Il Libano, già alle prese con instabilità e lotte di potere, potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma simile, poiché Hezbollah rimane un importante mediatore di potere. Il potere di quest’ultimo si basa in parte sul sostegno iraniano e sul proprio radicamento interno e sulla propria capacità militare. Per Hezbollah, in caso di un’implosione iraniana, ci sono due opzioni, entrambe con ripercussioni interne ed esterne. Potrebbe essere spinto verso un’escalation esterna (Israele) per radunare la propria base, giustificando indirettamente il proprio arsenale militare. L’altra opzione, forse ancora più pericolosa, è che si chiuda in se stesso, rafforzando la sua presa sul fragile Stato libanese. Entrambe le opzioni aumentano il rischio di conflitti interni o regionali. Gli arabi del Golfo, di sicuro, guarderanno ora allo Yemen, e in particolare alla posizione degli Houthi. Sebbene siano ora siano semplici “proxy” iraniani, è prevedibile che il gruppo si possa riorganizzare poiché la loro presa sul territorio e le capacità missilistiche gli conferiscono (al momento, anche se senza Teheran non avrebbero più vie di rifornimento) una certa capacità di minaccia. Se, nel prossimo futuro, se l’Iran dovesse crollare, è prevedibile che gli Houthi possano agire creando non pochi problemi sui vicini, in particolare l’Arabia Saudita. Di sicuro, ci si dovrebbe aspettare altre azioni sulle rotte marittime, poiché ciò contribuirebbe a rafforzare la loro posizione negoziale.

Se il regime di Khamenei percepisse la sua fine, potrebbe cercare di “esternalizzare” la crisi e come affermato dalla stessa Guida Suprema, l’Iran attaccherà le basi statunitensi in Iraq, Siria o nel Golfo se Washington (e/o Israele) agirà. Il regime iraniano ha già ripetutamente affermato che gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, sono potenziali obiettivi. Queste minacce possono essere reali, poiché l’Iran detiene ancora un vasto arsenale di missili e droni, o potrebbe mettere in campo le sue residue capacità operative informatiche.

Il fronte USA\Israele: che fare?

Per le parti occidentali, come gli Stati Uniti e Israele, questa situazione crea un dilemma strategico. Le lezioni apprese dalla Libia (Gheddafi), dalla Siria (Assad) e dall’Iraq (Saddam Hussein) hanno insegnato qualcosa? È chiaro che spingere l’Iran verso il collasso potrebbe eliminare un avversario di lunga data, ma potrebbe anche portare a una situazione indesiderata. Non ci sono segnali che l’amministrazione del presidente Trump abbia un piano completo per il “giorno dopo” la fine della dittatura iraniana. Il successo in Venezuela potrebbe essere di buon auspicio per un’operazione eventuale in Iran e Israele non dovrebbe sottovalutarne l’esito della rivolta in atto. Mentre il risultato perseguito è quello di indebolire il comando dell’Iran sui suoi delegati, riducendo o eliminando le minacce a lungo termine, il risultato immediato potrebbe, tuttavia, essere l’opposto: un caos su più fronti che il nuovo l’Iran non vorrebbe/potrebbe affrontare. Alcuni esponenti della diaspora iraniana, anche in Italia, parlano della fine del regime supportata sul piano diplomatico e non quello militare (un attacco diretto sul territorio iraniano) o con ulteriori sanzioni economiche. A molti analisti pare difficile che la Guardia Repubblicana, che ha armato fino ad oggi la dittatura religiosa uccidendo centinaia di persone definite “rivoltosi”, passi la mano senza combattere.

Qualunque sia lo scenario si rifletterà immediatamente si tradurrà in prezzi elevati degli idrocarburi perché, come nel passato, i mercati si muoveranno solo sulla base della paura.

Poi sarà necessario capire come si comporteranno Cina Popolare e Russia. Entrambi stanno adesso beneficiando non solo dei loro legami con la dittatura dei mullah, ma anche di greggio iraniano scontato. Pechino e Mosca saranno considerati i principali perdenti. L’accesso alle fonti energetiche iraniane della Cina Popolare, dipende interamente dagli accordi con l’attuale regime e allo stesso tempo, anche l’India sarà colpita dai prezzi più elevati dell’oro nero del Golfo, anche se ovviamente sarà la possibile che i paesi arabi del Golfo decidano assorbire una potenziale crisi della fornitura iraniana.

In conclusione appare certo che i mercati e le economie globali riusciranno a superare la caduta del regime iraniano. Tuttavia bisognerà, nel caso, superare una crisi iniziale, piccola o grande che sia.

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Senior Fellow del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Generale di Brigata (aus.) dell'Esercito Italiano, membro del Direttorato della NATO Defence College Foundation. Per anni direttore della Middle East Faculty all'interno del NATO Defence College.