Si torna a parlare della cosiddetta “famiglia del bosco” i due coniugi anglo-australiani che hanno scelto l’Italia per crescere i loro figli off-grid. I due forse erano convinti che nella crescita e nell’educazione dei figli in Italia vigesse un approccio “all’italiana” inteso come una sorta di laissez-faire: ora invece si stanno confrontando con un impianto legislativo-burocratico degno dell’apparatchik sovietico. Un caso che è diventato fin da subito politico. Da un lato chi difende l’ideale libertario, e dall’altro chi pretende di avocare l’educazione dei figli allo Stato. Curioso che chi ritiene lo Stato il “miglior genitore” possibile nei casi come quelli della “famiglia del bosco” sia sempre tra quelli che contestano Giovanni Gentile e aborrono l’impostazione delle riforme Gentile e Bottai in merito alla scuola italiana: in quel caso l’esecrato regime aveva avocato fin troppo allo Stato l’educazione dei pargoli…

Quando l’opinione di un minore è legge

Insomma “l’educazione spetta allo Stato, solo se esso è conforme al mio punto di vista”: una delle tante contraddizioni della narrazione intorno al caso dei coniugi Trevallion. Ma ormai è accertato che la sinistra liberal non abbia paura delle contraddizioni, tanto che negli stessi giorni plaude a un’altra decisione giurisprudenziale in tema di minori. Se i figli dei Trvallion non possono autodeterminarsi, a La Spezia si applaude per il “cambio di sesso” sui documenti per un tredicenne. Percorso avviato nel 2024 quando l’adolescente in questione aveva 12 anni. In questo caso si plaude al fatto che il tribunale ha riconosciuto la capacità di discernimento del preadolescente in questione. Certo i bambini Trevallion sono più piccoli (8 anni e 6 anni), ma anche se avessero avuto dodici anni la loro idiosincrasia per la plastica sarebbe stata comunque fin da subito uno degli elementi probanti per l’allontanamento dalla casa nel bosco. In ogni caso, se l’idiosincrasia per la plastica e lo stato della casa colonica in cui la famiglia viveva felice non sono stati ritenute sufficienti per l’istruttoria, e adesso è stata richiesta una perizia psico-diagnostica sui due genitori.

La nuova perizia

Tutto nell’interesse dei minori, beninteso. Questa apparente escalation documentale è sicuramente dovuta alla narrazione della vicenda apparsa nei media. Prima il fatto che la casa fosse off-grid (e non “priva di acqua e luce”) poi i supposti problemi strutturali e infine l’avversione per la plastica. Ogni notizia aggiungeva un pezzo del quadro facendolo apparire come un crescendo alla pubblica opinione, mentre per gli inquirenti a conoscenza della situazione il puzzle era ben composto fin dall’inizio. Resta però nel racconto mediatico di questa vicenda la sensazione di un tentativo di patologizzare il comportamento dei due coniugi, ritenuto deviante, al di là delle ovvie e naturali valutazioni sul caso e i necessari approfondimenti per l’interesse dei minori coinvolti.

Dalla lotta alla disinformazione alla psicopatologizzazione del dissenso

Quello della patologizzazione di individui che non presentano comportamenti di per sé devianti (utilizzando deviante nel senso comune) e privi di profili penali ma che semplicemente si presentano come non allineati o “disaffezionati” sul piano socio-politico rappresenta un tema particolarmente delicato e raramente indagato. In generale l’individuo non allineato nei confronti delle narrazioni dominanti viene percepito come vittima di un problema di un problema di accesso e comprensione delle fonti di informazione: in primis la disinformazione e le fake news. La contestazione avviene quindi su di un piano socio-culturale che idealmente può essere corretto sullo stesso piano all’interno del dibattito pubblico pur con i rischi crescenti in tema di leggi contro la disinformazione e i Non Crime Hate Incident di cui più volte ci siamo occupati e contro cui si è scagliato il vicepresidente USA J.D. Vance. Pure il rischio che il “non allineamento” venga percepito non come una disaffezione socio-culturale ma come disfunzione psichiatrica è presente. Non mancano studi accademici in questo senso, volti a dimostrare eventuali correlazioni tra il “complottismo” e gli stati di ansia e/o di stress. Implicito però è il rischio che se l’individuo non allineato o disaffezionato è considerato deviante su un piano psichiatrico a quel punto si abbandona il contesto socio-culturale-informativo per l’inquadramento del percepito deviante e si passa direttamente al piano medico. Lo dice la scienza.

Distopie e devianti

Nel dibattito odierno intorno al free speech diventano inevitabili i parallelismi con la letteratura distopica del Ventesimo secolo. D’altronde la fantascienza in più di un occasione nel creare sistemi simbolici credibili all’interno di ipotetici what if riesce a proporre riflessioni molto più precise della filosofia politica (vedasi ad esempio il tema della cittadinanza). E anche per quanto riguarda la psicopatologizzazione del dissidente politico tornano utili gli spunti che offre la letteratura distopica. L’elemento psicologico come patologico nel deviante è un elemento presente nelle narrazioni distopiche più celebri del Ventesimo secolo, ma resta sullo sfondo rispetto ad altri aspetti di coercizione. In 1984 di George Orwell ci si concentra sugli elementi tecnologici e del linguaggio come strumenti di controllo, anche se l’inquisitore-torturatore agisce sul piano psicologico perché il protagonista non deve semplicemente abiurare, ma arrivare ad amare il Grande Fratello. Droga e psicofarmaci come elemento di controllo indolore la fanno da padrone ne Il mondo nuovo di Huxley e secondariamente in Fahrenheit 451 di Bradbury, dove l’esercizio del potere si esplicita però principalmente nel controllo dei media. È sempre Bradbury a scrivere un racconto breve, Il pedone, in cui il protagonista finisce in un “Centro psichiatrico per la ricerca sulle tendenze regressive” per essere uscito a fare una passeggiata notturna in una megalopoli del futuro dove camminare a piedi da soli è considerato un retaggio del passato (mi permetto qui di rimandare per un approfondimento il lettore al mio articolo, L’inveramento totalitario delle democrazie nella letteratura distopica, in Rivista di Politica, 3/2024). Altrettanto netto sul piano medico il finale di Noi di Zamjatin, dove il “disturbo” che crea la devianza è la “fantasia” che deve essere rimossa chirurgicamente per creare il cittadino perfetto. A giocare con l’elemento psichiatrico è anche Anthony Burgess che concepisce Arancia Meccanica in difesa del libero arbitrio contro le utopie comportamentiste di Walden Two firmate dal luminare di Harvard Burrhus F. Skinner. Ma in tutti questi casi celebri lo psicologo/psichiatra resta comunque sullo sfondo dell’impianto distopico, il primato dell’azione è demandato alla politica e alle polizie segrete. Unica eccezione è Ursula K. Le Guin che mette nero su bianco la psicopatologizzazione del dissidente. O, come vedremo, semplicemente, chi si trova fuori dai “parametri”.

Ursula K. Le Guin, femminista ma…

Tra i grandi della fantascienza statunitense Ursula K. Le Guin (1929-2018) occupa un posto “anomalo”. È la prima scrittrice a vincere sia il Premio Hugo che il Premio Nebula nelle categorie principali, due riconoscimenti che assieme alla qualità delle opere e alle tirature la renderanno una voce alla pari dei grandi nomi della fantascienza americana Heinlein e Asimov. Un primato dove la Le Guin si fa strada presentando tematiche innovative e rivendicando una sua idea di femminismo. Il primo premio Hugo, 1970, lo vince con La mano sinistra delle tenebre, che racconta di un ambasciatore della Terra in un pianeta di alieni umanoidi ermafroditi, una sorta di romanzo precursore sui temi gender di ruoli e stereotipi di genere. Pure nonostante la sua capacità di giocare alla pari con gli “autori maschi”, rivendicare un femminismo attivo e anticipare alcune tematiche care al genderismo, non è un’autrice tenuta in grande considerazione dalla sinistra libtard. Lo stesso La mano sinistra delle tenebre, grande e validissimo romanzo, pur essendo sempre citato come esempio di lettura d’anticipazione sulle tematiche di genere è stato più volte accusato di non esserlo stato “abbastanza”: stereotipizzazione dei ruoli di genere, strisciante omofobia, e – orrore! – pronomi maschili per gli ambisessuali ermafroditi del pianeta Gethen. E ancora nel 1976 la Le Guin scriveva in Is gender necessary?, (in Aurora: Beyond Equality, La necessità del genere, Il linguaggio della notte, Editori Riuniti, 1986): “Non sono favorevole all’alterazione genetica dell’organismo umano, non al nostro livello attuale di intelligenza”. Le femministe, insomma, le hanno sempre preferito autrici più easy, in cui la rivendicazione del ruolo e delle capacità femminili sono fruite nei più elementari e deteriori ribaltamento dei ruoli o contrapposizione maschile-femminile, come la famigerata Marion Zimmer Bradley, rimasta un’autentica icona dell’emancipazione femminile nonostante le ormai accertate accuse di molestie e pedofilia testimoniate dalla stessa figlia dopo la sua morte. Vero che i crimini degli autori non dovrebbero impedire la fruizione delle opere, ma chiaramente la Zimmer Bradley non è Caravaggio…

Ursula K. Le Guin, anticapitalista ma…

Eppure la Le Guin non è solo un’autrice femminista, ma anche un’autrice di sinistra. Altro capolavoro dell’autrice è The Dispossessed, in italiano I reietti dell’altro pianeta, 1974, dove si confronta un’unica società aliena con il pianeta madre capitalista e una colonia indipendente di stampo anarchico. Il tema del volume è il viaggio di uno scienziato della colonia anarchica sul pianeta madre, spunto per diverse riflessioni tra le due società agli antipodi, tra cui quella sulla libertà. Con la luna anarchica che rappresenta una sorta di ambigua utopia, come nel sottotitolo del volume. Evidente che la Le Guin parteggi per la luna di Annares, sorta di comune anarco-sindacalista. Pure il protagonista è consapevole che le “convenzioni” di Annares, pur non essendo leggi, siano comunque una forma di limitazione alla libertà individuale. E la libertà individuale è uno dei temi latenti dell’autrice. Non una libertaria in senso stretto (sia lei che i libertari statunitensi rifuggirebbero l’accostamento) perché il senso di libertà è sempre declinata in una prospettiva di cooperazione.

La censura di Stalin e quella del mercato

La posizione dell’autrice con un certo grado di ironia è ben argomentata nel saggio Stalin dentro l’anima, 1973, raccolto nel volume Il linguaggio della notte, e che gioca apertamente con il paradosso, partendo dalle vite e delle opere di due dissidenti dell’Unione Sovietica come Zamjatin e Solzenicyn. I due grandi autori russi che hanno sfidato il sistema di censura sovietico realizzando capolavori sono stati (in maniera paradossale) più liberi di un ipotetico scrittore statunitense che non scriverà mai il suo capolavoro perché “troppo impegnato” a fare soldi scrivendo saghe fantasy che vendono bene, o diventando sceneggiatori ad Hollywood. Obbedire al partito non è diverso che obbedire al mercato, e paradossalmente, per l’uomo libero diventa più facile disobbedire al primo che al mercato. Se è più celebre come autrice di romanzi Ursula K. Le Guin fu anche prolifica autrice di racconti, che per brevità, suggestioni e ribaltamento delle premesse possono essere messi alla pari con quelli di Fredric Brown, Ray Bradbury, Philipp K. Dick e Jorge Luis Borges.

Il diario della rosa

L’opera apertamente distopica più celebre dell’autrice è Il diario della rosa, 1976, qui una dottoressa di un nuovo campo della psichiatria (si utilizza uno strumento chiamato psicoscopio per visualizzare sullo schermo proiezioni consce e inconsce durante una sessione di analisi) riceve come nuovo paziente un dissidente politico. Il racconto è costituito dal diario della dottoressa in questione, Rosa Sobel, che inizialmente pensa che il nuovo paziente sia “solo” una personalità paranoide, convinto com’è che vogliano costringerlo all’elettroshock e al manicomio a vita. Saranno le continue sessioni di analisi che consentiranno alla dottoressa di capire che non c’entra né la paranoia, né un eventuale trauma infantile (il dissidente da bambino aveva assistito ad un arresto da parte della polizia politica), ma che quell’analisi non è che il passaggio intermedio ma necessario, per “medicalizzare” il dissidente in un paziente a vita. Il lettore si potrebbe chiedere perché in uno stato totalitario ci sia bisogno di questo livello intermedio. Come si evince dal diario, questo livello intermedio di medicalizzazione è necessario per convincere dell’assenza di forme di repressione la classe di persone istruite e lontane dal fanatismo della politica di cui fa parte la stessa protagonista, Rosa Sobel. Il diario della Rosa non è soltanto un racconto della medicalizzazione del dissenso, ma è soprattutto uno strumento di come questa medicalizzazione sia l’instrumentum regni per “governare” la classe media ben integrata nel sistema: non si stanno mandando in manicomio i dissidenti, si sta semplicemente curando chi mostra segni di disaffezione. È proprio disaffezione la parola chiave del racconto. Se la disaffezione politica non è curabile con stimoli positivi, la propaganda, allora è una patologia irreversibile L’incognita del racconto è se la dottoressa Sobel asseconderà la classificazione del dissidente come vittima di una disaffezione politica patologica, o se si renderà conto di essere parte di un sistema di controllo totalitario.

Quoziente SQ

Il diario della rosa tra i racconti della Le Guin è tra i più celebri perché divenne a sua volta simbolo di una vicenda di dissenso e censura. Tra il 1975 e il 1976 la Science Fiction Writers of America lavorò per revocare la tessera onoraria data due anni prima allo scrittore polacco Stanislaw Lem. Questi in un articolo aveva avuto parole poco accomodanti nei confronti di molta della letteratura di fantascienza statunitense. Tra le poche voci a contestare la revoca della nomina a membro onorario fu proprio Ursula K. Le Guin che ritirò Il diario della rosa dai finalisti del premio Nebula per il miglior racconto, dove avrebbe avuto vittoria assicurata. Il premio andò poi a L’uomo bicentenario di Isaac Asimov (anche qui mi permetto di rimandare a un mio articolo, Fantascienza filosofica: Lem lettore di Dick, in Philip K. Dick – Lui è vivo, noi siamo morti, Antarès, n. 19/2022). Meno noto il racconto breve SQ, un assoluto divertissment dagli esiti ancora più fatali. Qui per le magnifiche sorti e progressive viene lanciato un innocuo test per stabilire un coefficiente di sanità mentale degli individui, l’SQ che da il titolo al racconto. È un modo per valutare le capacità dei singoli individui come membri attivi della società, ed è necessario ripeterlo trimestralmente. Appoggiato dai singoli Stati e dalle Nazioni Unite, appare come un modo semplice e immediato per rendere la Terra un posto migliore. SQ è il racconto in prima persona dell’entusiasta segretaria del dottor Speakie, il luminare che ha inventato il test. Chi fallisce il test ottenendo un punteggio superiore a 50, potrà essere aiutato (in corsivo nel testo) in un Centro per la Realizzazione. Centri che verranno presto ridenominati Ospedali. Il test SQ porterà ben presto a gran parte dell’umanità (compreso il dottor Speakie) a finire in questi Ospedali: la Terra come un unico manicomio e non l’alba di una nuova umanità con l’entusiasta segretaria a governare il mondo. Di nuovo una valutazione psichiatrica che si promette essere dirimente e scientifica sulla carta. E la cui applicazione idealistica e fideistica diventa invece una sorta di condanna sull’intero genere umano, visto che la realtà spesso mal si concilia con i sogni degli utopisti e delle loro “misure uniche” come quelli del dottor Speakie. Ma d’altronde come fa notare Speakie ai suoi detrattori come può pensare una persona di essere “libera” se non è mentalmente sana? SQ è un racconto meno noto de Il diario della rosa ma che suona oggi molto più oscuro e inquietante di quando venne pubblicato nel 1978. Oggi l’applicazione a tappeto di procedure e scelte radicali senza domandarsi minimamente degli effetti delle stesse è diventata la norma.

«Le stupidità istituzionalizzate dei governi…»

Ursula K. Le Guin dei suoi tre racconti distopici (a Il diario della rosa e SQ si aggiunge anche l’orwelliano New Atlantis, racconto femminista, ma in cui il governo capitalista-assistenzialista ha messo fuori legge il matrimonio) ebbe a dire in un’intervista a Ramola D (An Interview with Ursula K. Le Guin, Association of Writers & Writing Programs, Ottobre-Novembre 2023):
«Queste tre storie sono nate dalla rabbia e dalla paura nei confronti della crudeltà e della stupidità istituzionalizzate dei governi nazionali, sia all’estero che in patria. Nessuna di esse è più che leggermente esagerata. È difficile che una storia riesca ad avvicinarsi alla terribile realtà delle punizioni inflitte dal governo ai dissidenti e delle torture perpetrate dal governo stesso».
Il problema non è quindi solo crudeltà di cui soprattutto Orwell ci ha messo in avviso, ma anche la stupidità, magari figlia dei facili entusiasmi dei dottor Speakie. E soprattutto, ricordare che quando si iniziano a mettere in dubbio le facoltà psichiche e cognitive di un individuo disaffezionato alla politica o alle narrazioni dominanti, il rischio totalitario è più vicino che mai.
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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020).