La famiglia è oggi la comunità più ferita e più avversata dal cupio dissolvi della società individualista di massa. M.

Veneziani, “L’amore necessario”, Marsilio, 2023

L’offensiva contro la famiglia tradizionale

Secondo molti osservatori, il periodo della pandemia ha impresso una svolta autoritaria all’atteggiamento degli Stati occidentali nei loro rapporti con i cittadini, inaugurando una fase in cui le libertà individuali vengono programmaticamente subordinate a esigenze superiori, connesse alle varie emergenze che si susseguono senza soluzione di continuità.

In verità, questa tendenza si era manifestata ben prima dell’arrivo del virus di Wuhan, e trae piuttosto le sue origini dalla reazione delle èlite occidentali liberal a quegli eventi (come la Brexit, la prima elezione di Trump, il successo di partiti antisistema ed euro-critici) che hanno evidenziato la presenza di pericolose resistenze al percorso che quelle èlite avevano meticolosamente tracciato; globalizzazione, riconversione green, immigrazioni di massa, denatalità, diffusione pervasiva della ideologia woke. È indubbio, tuttavia, che la gestione della pandemia ha fornito l’occasione per testare le reazioni della popolazione di fronte a provvedimenti fortemente limitativi della libertà dei singoli. Esperimento che, specie in alcuni Paesi come il nostro, ha dato esiti piuttosto incoraggianti per coloro che quella strategia intendevano perseguire e rafforzare.

Uno dei fattori determinanti per la riuscita di tale approccio è certamente costituito dal processo di disgregazione della famiglia tradizionale, vista come nucleo di resistenza naturale all’affermarsi dei principi della società fluida e del nuovo nomadismo, predicati senza sosta per anni dai miliardari del World Economic Forum, e poi tradotti in criteri di azione per i singoli governi dall’ONU, dalla UE e dagli altri organismi sovranazionali. Di qui l’offensiva senza precedenti cui si è assistito negli ultimi anni per l’indottrinamento gender nelle scuole, per la legislazione in favore della maternità surrogata (cui il governo italiano è tra i pochi ad essersi opposto con la legge che la definisce reato universale), per la sempre più pressante delegittimazione del ruolo dei genitori nel loro compito di educazione dei figli.

L’obiettivo storico della sinistra: avocare l’educazione dei figli allo Stato

Proprio l’idea – profondamente radicata nelle istanze del post-marxismo, e poi rielaborata e arricchita di ulteriori significati dalla ideologia woke-progressista –  di sottrarre ai genitori il ruolo di educatori per delegarlo interamente alla scuola, da trasformarsi in luogo di indottrinamento permanente, domina ormai da anni il panorama culturale occidentale, largamente egemonizzato dalla sinistra liberal e dai suoi potentissimi sponsor. Per questa via, lo Stato tende ad acquisire il monopolio dei saperi e dei principi che vanno trasmessi alle giovani generazioni, riducendo al minimo l’interferenza dei genitori e la loro trasmissione di valori e principi  “pericolosamente” tradizionali o comunque non allineati a quelli della società fluida e “resiliente” disegnata dall’establishment sovranazionale.

È chiaro che una operazione di tale portata non di realizza senza incontrare ostacoli e opposizioni, specie in Paesi come il nostro, che prevede nella propria costituzione tanto il principio di tutela della famiglia “come società naturale fondata sul matrimonio”, quanto quello che sancisce “il dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli”. Paese in cui, per di più, è attualmente al governo una coalizione conservatrice che nel suo programma politico contempla espressamente la difesa della famiglia tradizionale.

Eppure, la pressione mediatico-politica del blocco progressista è talmente potente e pervasiva che riuscire a difendere quei principi e quei propositi elettorali non è affatto scontato. Tra i più recenti e rilevanti esempi, basti citare le violente polemiche che hanno accompagnato la discussione del disegno di legge del governo in tema di consenso informato in ambito scolastico, in corso di discussione alla Camera, il quale prevede l’obbligo di consenso scritto dei genitori per ogni attività, curricolare o extracurricolare, che riguardi temi legati alla sessualità, e sancisce il divieto assoluto di svolgere attività didattiche su tali tematiche nelle scuole per infanzia ed elementari.

Ebbene, a fronte di una norma che rende semplicemente compartecipi i genitori circa il percorso educativo dei figli, senza opporre alcuna preclusione generale all’educazione sessuale e affettiva – salvo che per i più piccoli, come del resto impongono il buon senso e la sacrosanta tutela dell’infanzia – si è assistito a reazioni isteriche e bellicose di editorialisti, politici e femministe militanti, scandalizzati dalla sola idea che non si proceda alla delega in bianco alle istituzioni scolastiche in una delle materie più delicate e complesse per la crescita e lo sviluppo degli adolescenti. Si è parlato di “attacco sessuofobico e sessista alla scuola pubblica”, di oscurantismo medievale, per giungere perfino – con un volo pindarico non indifferente – a bollare la legge come un fattore di indebolimento nella lotta contro la violenza sulle donne e contro il “femminicidio”.

Il caso della famiglia di Chieti

La palese strumentalità di certe reazioni segnala quanto il mondo progressista abbia politicamente investito su questi temi e quale rilevanza strategica esso attribuisca al controllo della funzione educativa e pedagogica. In tale contesto, anche una vicenda apparentemente minore, che in altri tempi sarebbe stata oggetto di articoli di cronaca locale, può assurgere a vero e proprio paradigma dello scontro ideologico in corso. Si parla della iniziativa del tribunale dei minori nei confronti della c.d. “famiglia del bosco”, formata dai coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, e dai loro tre figli minori, che da anni avevano deciso di abitare in una casa collocata fuori dai centri abitati, nella zona di Chieti, per una loro scelta di vita – discutibile ma certamente legittima – a contatto diretto con la natura.

Il tribunale ha sospeso la responsabilità genitoriale alla coppia e disposto il trasferimento dei tre figli in una casa famiglia, pur permettendo temporaneamente alla madre di restare con loro. Il provvedimento del tribunale trae origine da una segnalazione del 2024, quando la famiglia si era recata in ospedale per un avvelenamento da funghi, a seguito della quale con una ordinanza del maggio 2025 era stata affidata ai servizi sociali la responsabilità delle decisioni su collocamento e cure sanitarie dei tre ragazzi, lasciandoli per il momento abitare nella loro casa e prevedendo un monitoraggio a cura dei medesimi servizi sociali sulle condizioni di vita.

Proprio a seguito di una relazione presentata da tali servizi, in cui si evidenziavano le condizioni precarie di abitazione, la mancanza di acqua corrente e i rischi sanitari, si è quindi giunti alla ordinanza del tribunale dei minori del 13 novembre scorso, che ha disposto la sospensione della responsabilità genitoriale.

Quale che sia il giudizio sulla scelta di questa coppia, e sulla sua idoneità a garantire una vita sana e dignitosa ai figli, e a prescindere dalle polemiche strumentali su cui molti commentatori ed esponenti politici si sono esercitati, la questione su cui dovrebbe concentrarsi il dibattito è relativa ai limiti entro i quali può essere giustificato un intervento dello Stato nelle scelte di vita dei cittadini e delle loro famiglie. E in questo senso, tale margine di intervento non dovrebbe eccedere l’ambito della violazione di leggi o di principi sanciti espressamente dall’ordinamento e, nel caso specifico, di quelli che sono posti a tutela della salute e della sicurezza dei minori.

Da questo punto di vista, è indubbio che sulla segnalazione avvenuta a seguito dell’episodio dell’avvelenamento vi fosse la necessità di verificare le condizioni di vita della famiglia, né si potevano ignorare le possibili carenze sanitarie o di altro tipo riscontrate a seguito di tali controlli.

Se però si legge con attenzione il testo della ordinanza del 13 novembre, emerge nettamente quale principale motivazione per la privazione della responsabilità genitoriale il riferimento all’art 2 della costituzione, ovvero la presunta carenza di relazioni sociali cui sarebbe stata caratterizzata la vita dei tre ragazzi. Posto che i genitori negano di avere inteso la loro come una scelta di isolamento assoluto e sostengono di avere garantito che i figli potessero coltivare relazioni con altri ragazzi, desta notevole perplessità il fatto che il tribunale abbia assunto un provvedimento di tale gravità prevalentemente sulla base della presunta violazione di tale principio, che per quanto significativo non può affatto essere ritenuto prevalente su quello di cui all’articolo 30, il quale, come già detto, sancisce il diritto-dovere dei genitori al mantenimento e alla educazione dei figli.

Allontanare i figli dai propri genitori è un provvedimento talmente grave che deve essere necessariamente sorretto da motivazioni serie e indiscutibili, ancorate a fatti o comportamenti tali da poter mettere a rischio l’integrità fisica e/o morale del minore. E nel caso di specie, per quanto è dato ricavare dalla stessa ordinanza del tribunale, non sembra di poter individuare una tale situazione di pericolo. Si può ovviamente dissentire da una scelta di vita di questo tipo, ed anche ritenerla potenzialmente dannosa per i figli, a causa delle limitate interazioni sociali con i loro coetanei, ma lascia francamente sbalorditi che ciò possa condurre a una decisione che li sottrae alla presenza e all’affetto dei loro genitori.

D’altra parte, è abbastanza curioso che il tema delle relazioni sociali nella decisione del tribunale assuma un rilievo così determinante, laddove non si rammenta un solo tribunale o singolo magistrato che abbia avuto nulla da eccepire nel periodo della pandemia, quando milioni di ragazzi sono stati lasciati per mesi in casa, provandoli di ogni contatto con i loro coetanei, prima per il lockdown, poi per la chiusura delle scuole, malgrado fosse già noto all’epoca che per i giovani l’eventuale contagio da Covid costituisse un rischio assolutamente trascurabile, paragonabile a quello di una comune influenza.

In verità, questa esibizione di forza da parte dello Stato nei riguardi di una famiglia che ha scelto uno stile di vita atipico, che istruisce i figli tramite l’educazione parentale, che non segue le serie TV, sembra sottendere un giudizio negativo su tali scelte più che una reale volontà di tutela dei figli, quasi che il sottrarsi ai riti e alle abitudini condivisi dalla stragrande maggioranza dei cittadini configuri una sorta di disobbedienza a quelle modalità di controllo, più o meno dirette, che la nuova società intende progressivamente imporre ai suoi cittadini.

Questa famiglia ha in fondo praticato una sua particolare forma di «passaggio al bosco» che – sebbene priva di quei significati politici ed ideologici che gli attribuiva Ernst Jünger nel suo Trattato del ribelle – non può che suscitare, in quanto tale, la massima avversione e diffidenza da parte degli apparati dello Stato.  

Nota: Le opinioni espresse negli articoli sono quelle dei rispettivi autori e potrebbero non rispecchiare le posizioni della Fondazione Machiavelli.

 
gianmaria pisanelli
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Laureato in Giurisprudenza (Università Sapienza), dopo una breve esperienza come funzionario del Ministero del Lavoro è stato consigliere parlamentare alla Camera dei Deputati per oltre trent'anni.