Praga, al congresso del Patrimonium Sancti Adalberti (con il patrocinio dell’Arcivescovo di Praga cardinale Dominik Duka) il 25 ottobre 2025 si è discusso di come, stretta tra grandi attori internazionali non sempre amichevoli, l’Europa Centrale ha bisogno di ritrovare una visione comune fondata su libertà, cultura e radici condivise. Dopo il tumultuoso secolo scorso, il compito è ricostruire una coscienza capace di unire senza uniformare, riscoprendo quel patrimonio culturale, linguistico, economico e intellettuale che ha fatto di questa regione un crocevia di civiltà.

Presente per la Fondazione Machiavelli il nostro Marco E. Malaguti. Ecco il testo integrale del suo intervento.

Cari colleghi, cari amici come ricercatore della Fondazione Machiavelli, è mio desiderio innanzitutto porgere a tutti voi i migliori saluti del nostro presidente Daniele Scalea e di tutto il nostro staff ringraziandovi, come italiani, di poter essere qui tra voi. Vengo da un paese, l’Italia, che abitualmente non è considerato parte dell’Europa Centrale, eppure, a ben vedere, per lungo tempo il mio paese ha rappresentato, con Venezia, la più temibile flotta alleata dei popoli cristiani dell’Europa Centrale in lotta contro l’occupante ottomano e, con la città di Trieste, il principale porto marittimo per le popolazioni di Austria, Slovenia e Ungheria. Se non siamo più abituati ad essere considerati legati al contesto dell’Europa Centrale, è a causa della tumultuosa storia del Novecento che tutti ben conosciamo e che non ripeterò qui, che ha alzato un muro quasi invalicabile tra la nostra penisola e la Mitteleuropa.

Ancora una volta, oggi come ieri, è in Europa Centrale che si decidono gran parte degli equilibri geopolitici del continente eurasiatico. Quando un così grande ed importante spazio geopolitico rimane privo di una dottrina, di un’ideologia unificante e di una cultura comune, esso non può che rimanere preda degli appetiti dei suoi vicini, quali che siano. Per sopperire a questo problema e riempire uno spazio vuoto che altrimenti sarebbe presto riempito da altri, i popoli dell’Europa Centrale possono usare l’educazione e l’istruzione, valorizzando ciò che li univa in passato, vivendo ciò li unisce oggi, costruendo ciò che li unirà domani. Non si tratta di utilizzare il sistema scolastico per creare una nuova identità ex novo, evidentemente artificiale, che vada a sostituire le identità nazionali (identità che mi permetto di definire sacre), quanto piuttosto di unirsi attorno ad un obbiettivo comune: la salvaguardia della nostra libertà. La storia dell’Europa offre vari esempi di unioni di intenti di questo tipo; secondo la tradizione, oltre settecento anni fa, sul prato del Rütli, nel cuore delle Alpi elvetiche, i rappresentanti dei primi tre cantoni della futura Svizzera (Uri, Schwyz e Unterwalden), sancivano con queste parole la nascita della loro fratellanza:

considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sé ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d’essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose. Ciascuna delle comunità promette di accorrere in aiuto dell’altra, ogni volta che sia necessario, e di respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili e di vendicare le ingiurie sofferte”.

Queste parole furono talmente potenti e si radicarono talmente tanto nel cuore degli uomini, che il patto siglato quel giorno ancora sussiste, dopo aver superato le peggiori crisi politiche e guerre religiose che il nostro continente abbia mai conosciuto. Della malizia dei tempi in cui nacque la Svizzera oltre settecento anni fa, riconosciamo la stessa che affligge oggi, e la necessità ancora una volta di unirci per conservare una libertà, che da sempre è di casa in Europa, poiché vi è nata: libertà che deve essere protetta, vissuta e praticata innanzitutto da noi europei e mai ricevuta in concessione da qualcuno, poiché non vi è libertà senza indipendenza. Educazione e scuola possono fare molto per questa cruciale battaglia che ci aspetta: innanzitutto spiegare, alle giovani di generazioni di questa parte d’Europa, che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide, e che le unioni di intenti, a differenze delle utopie tecnocratiche, possono anche durare molti secoli, se le si coltiva con sapienza e cura.

Ci conosciamo e dobbiamo conoscerti sempre di più: oggi sono molto pochi gli italiani che sono al corrente di ciò che il nostro paese, nel corso della sua lunga storia, ha fatto per la libertà dell’Europa Centrale, dalla battaglia di Lepanto, dove Venezia fu determinante nello sconfiggere le galee del sultano, a quelle di Mogersdorf e Vienna, dove i miei connazionali Raimondo Montecuccoli ed Eugenio di Savoia, qui noto come Prinz Eugen, combatterono per la libertà dei popoli di queste terre dall’invasore. Ma penso anche a italiani come Antonio Bonfini o a Filippo Buondelmonti (che in Ungheria chiamate Ozorai Pipò), che in ambiti diversi si coprirono di gloria delle terre della corona di Santo Stefano. Questi sono solo alcuni esempi di ciò che ci accomuna e di ciò che dovremmo studiare e far studiare, da entrambi i lati dei nostri confini. Ma conoscerci significa conoscere anche il modo in cui parliamo: potenziare lo studio delle nostre lingue è senza dubbio qualcosa che le nostre scuole e università dovrebbero tutelare.

Ho scelto, da qualche mese, di dedicarmi allo studio della lingua ungherese, ma la mia università conta soltanto una manciata di ragazzi interessati a questo idioma: per raddrizzare la situazione il nostro lavoro come consulenti e aiutanti dei decisori politici deve prevedere un intenso lavoro di sensibilizzazione delle istituzioni e degli istituti di cultura dei nostri rispettivi paesi, facendo in modo che sempre più ragazzi e ragazze studino le lingue dei nostri popoli non soltanto per interesse professionale ma anche e soprattutto per apprendere un punto di vista prospettico diverso verso la realtà, un punto di vista che solo la lettura di poesie e libri in lingua originale può fornire.

Riscoprire le lingue nazionali ma anche quelle sovra-nazionali. Il governo italiano ha recentemente e meritoriamente potenziato lo studio del latino nelle nostre scuole, ma il latino non è un patrimonio esclusivo dello Stato che oggi ha come capitale Roma, ma è un dono che i miei progenitori hanno fatto all’Europa e al mondo, e che può e deve essere condiviso poiché tale è la sua vocazione, che ha potuto svolgere al suo meglio per secoli senza mai appiattire, ma anzi valorizzando, le identità nazionali e locali di tutta l’Europa che decise di farne uso, conferendo alla sfera linguistica quella che, politicamente parlando, era la missione imperiale della civiltà romana poi ereditata, sotto forme diverse, da Costantinopoli e da Vienna.

La Weltanschauung progressista, come sapete, si estrinseca, nell’ambito educativo, prevalentemente in due forme: da un lato il dogmatismo woke, che vede l’istituzione scolastica come mero indottrinamento politico di nuovi militanti inclusivi, e dall’altro l’utilitarismo economico, che vede nelle nostre scuole e università solamente come fabbriche di nuovi lavoratori. Rivalutare, fin da scuola, questa cultura e Weltanschauung imperiale, significa riscoprire quella un grande studioso della Mitteleuropa, il mio connazionale Claudio Magris, definiva come: “lo Streben faustiano, l’incessante anelito attivistico che fa di Faust, non a caso accompagnato da Mefistofele, anche un grande capitano d’industria, un capitalista” il quale “viene rifiutato in Austria quale smaniosa cura che distrugge la vita, angoscia che spinge a un’attività febbrile e fine a sé stessa e impedisce di vivere l’attimo, di godere, riflettere, maturare, sviluppare armoniosamente la propria umanità, stritolata nell’affanno del fare e del produrre”. Non si tratta di applicare un metro antimoderno alla vita di noi cittadini del XXI secolo, ma di scoprirci figli di uno spazio comunitario e storico e non più di un’epoca o di una dialettica meccanicistica della storia; la parola Tradizione non è blasfema, ma collegandosi al latino tradere (trasmettere in eredità), è la base dell’istruzione: a ben vedere la scuola è il luogo dove si pratica la tradizione!

Insegnare alle giovani generazioni chi si è non significa renderle meno competitive sul piano economico e commerciale, al contrario, si fornisce loro una ragione in più, ovvero contribuire alla difesa della prosperità della propria Heimat, per perseguirla. Uno degli stati più tradizionalisti del mondo, il Giappone, è al contempo un antichissimo impero, una democrazia ed uno dei poli di ricerca scientifica e tecnologica più avanzati del pianeta. Tra i tanti diritti che a scuola vengono insegnati, spesso a sproposito, ne manca uno: quello di conoscere chi si è di rimanerlo, un diritto più volte difeso da papa Benedetto XVI ma purtroppo spesso dimenticato. È importante invece che ci si ricordi di questo diritto, e che venga insegnato come e più che in passato, non per togliere la libertà a qualcuno ma per dargliela, per fornire cioè coordinate assiali agli intelletti dei giovani e che poi possano usarle per orientarsi in un mondo sempre più complicato e che vede nell’Europa, solo e allucinata in un mondo di fantadiritti a cui crede solo lei, recitare sempre e solo la parte della preda. Un ruolo, quello della preda, che non deve essere quello dei nostri figli, che invece pretendiamo siano uomini liberi su libere terre. Tutti i nostri intelletti devono essere votati a questo: la stessa idea di Europa, quando cominciò a venire abbozzata ormai millenni or sono nelle libere città della Grecia contrapposte alle infinite armate dei grandi re della Persia, prese le mosse proprio da qui: noi siamo la terra degli uomini liberi, e tali desideriamo continuare ad essere. Grazie.

[foto: giggel, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56264280]

Marco Malaguti
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Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.