di Marco Malaguti

Grande scompiglio nel mondo anglofono per l’ultima polemica che sta scuotendo le coscienze e le cattedre di più stretta osservanza woke, tanto sulla sponda atlantica del vecchio continente quanto su quella americana. Oggetto, o per meglio dire, soggetto del contendere è il dottor Nathan Cofnas, statunitense, filosofo della scienza, specializzato in biologia, con diverse pubblicazioni all’attivo in ambito scientifico e filosofico.

Un ricercatore fuori dagli schemi

Cofnas, ricercatore associato all’Università di Cambridge, è finito nella bufera per un lungo articolo a sua firma, postato nel suo sito, dal titolo “A guide for a Hereditarian Revolution. How to win and create a better world” (“Una guida per una rivoluzione ereditaria. Come vincere e creare un mondo migliore”), il cui fine ultimo, apertamente dichiarato, è illustrare ai conservatori una nuova piattaforma d’attacco contro il wokeismo. Questa piattaforma, una vera e propria nuova Weltanschauung, non si propone come manifesto ideale di un nuovo conservatorismo, quanto piuttosto come prassi metodologica, che l’autore chiama ereditarismo, votata alla sconfitta di quella particolare mistura di liberal-radicalismo politico, liberismo economico e postmodernismo filosofico che possiamo più brevemente sintetizzare come “wokeismo”.

Che cosa propone Cofnas

La concezione di ereditarismo espressa da Cofnas, pur essendo concettualmente semplice meriterebbe, per essere illustrata in maniera esauriente, un approfondimento probabilmente più lungo del saggio stesso che la definisce; se ne possono, tuttavia, riprendere i tratti salienti, che possono contribuire a dare uno sguardo d’insieme sia sulla prassi proposta dall’accademico statunitense sia sulle motivazioni della bufera mediatica che si è sprigionata attorno a lui. Per sommi capi potremmo dividere in due parti la metodologia cofnasiana di lotta al wokeismo: una pars destruens ed una pars construens. La pars destruens, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è rivolta al wokeismo in sé, quanto piuttosto allo stesso fronte conservatore cui Cofnas non fa mistero di appartenere. La critica conservatrice, e l’opinione pubblica che la sostiene, afferma il ricercatore, si trovano in costante posizione passivo-difensiva nei confronti del wokeismo per un motivo estremamente semplice: esse ne accettano le premesse.

Il dogma dell’eguaglianza

La premessa essenziale del wokeismo, che deriva per ascendenza diretta dall’illuminismo, è l’eguaglianza degli esseri umani. Eguaglianza, si badi bene, che è degli essere umani e non tra gli esseri umani; differenza essenziale: si tratta, secondo la visione del mondo woke, di un’eguaglianza sostanziale, ontologica, e non solo di un’eguaglianza giuridica di fronte alla legge (sia essa quella di Cesare o di Dio), già patrimonio della cultura occidentale da secoli. L’eguaglianza sostanziale degli esseri umani presuppone quindi, riprendendo anche Marx, che ogni diseguaglianza esistente sia non solo illusoria, ma anche ingiusta e, cosa più importante, figlia di un altrettanto illusorio ed ingiusto mosaico di costrutti sociali e assetti economici (secondo il marxismo) e giochi linguistici (secondo la dottrina filosofica postmoderna). Logicamente, se i conservatori accettano questa premessa si pongono giocoforza, e di propria spontanea volontà, all’interno dell’orizzonti di valori del wokeismo, che rappresenta appunto la volontà messianica di ripianare queste differenze e di risarcirne le presunte vittime. Anche le posizioni dei suprematisti bianchi e degli anti-semiti sono radicalmente rifiutate, per Cofnas esse partono dalle stesse premesse del wokeismo: l’eguaglianza. Suprematisti bianchi ed antisemiti odiano non-bianchi ed ebrei in quanto accusabili, con un risentimento acceso, di rifiutare l’eguaglianza e di nutrire velleità di dominio nei confronti dei bianchi, accusando le varie “minoranze”, in buona sostanza, delle stesse cose che il wokeismo ascrive proprio ai bianchi (razzismo, classismo, settarismo ecc.), in una ripresa forse non casuale delle parole del socialdemocratico tedesco August Bebel che aveva dato dell’antisemitismo la pregnante definizione di “socialismo degli imbecilli”.

Un approccio scientifico

Cofnas illustra arditamente come le differenze tra le varie razze, termine che egli rivendica, sia un vero e proprio tabù della società contemporanea, paragonandolo a quelli religiosi sfrondati, dopo un lungo lavoro di ricerca scientifica, da scienziati come Charles Darwin. Lungi dall’essere suprematista, Cofnas si definisce come race realist, definizione a suo dire più collimante con la verità riscontrabile scientificamente tramite studi sul campo.

La pars construens dell’ereditarismo cofnasiano consta, per chi scrive, in una sorta di collage tra una ripresa di alcuni topoi cari ai filosofi tedeschi di estrazione romantica dell’Ottocento ed una prospettiva marcatamente influenzata, nel campo politico, dalla cosiddetta scuola elitista sorta in Italia alla fine dello stesso secolo (Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Robert Michels). I conservatori avevano già individuato nelle differenze culturali o di civiltà l’origine di alcune diseguaglianze in seno alle società multietniche dell’Occidente (cfr. Huntington), ma per Cofnas questa prospettiva è “morbida”, dunque insufficiente e parziale. Le differenze culturali hanno, secondo il ricercatore americano, origini “materiali”, ossia, nel linguaggio della scienza contemporanea, genetiche (“Culture influences academic outcomes, but it is not a completely independent force that can be detached from genes.”). Come dicevamo, si tratta della ripresa di una tematica cara ai romantici, Herder soprattutto, ma anche allo storico e geografo russo Lev Nikolaevič Gumilëv che, secondo una particolare forma di determinismo geografico-climatico, vedrebbe il contesto naturale influire prima sui geni e, a causa di questa influenza, sulla cultura (estetica compresa) che, di risulta, ne originerebbe, con tutto il corollario di differenze sui piani di rendimento scolastico, sportivo e così via. Poiché si parla di geni e non di metafisica dei massimi sistemi questa posizione, per Cofnas, può ben meritarsi tanto l’aggettivo di realistica quanto quello di scientifica.

Un lavoro per le élites

Come accennato però, la seconda direttrice dell’attacco di Cofnas al wokeismo passa per una riscoperta, questa non filosofica ma squisitamente politica, per il ruolo centrale del concetto di élite. Nel caso di Cofnas viene quindi rifiutata l’idea di una rivoluzione culturale conservatrice dal basso, ma viene rifiutata anche la prospettiva di un’élite intellettuale che faccia da “apripista” per i conservatori sul modello di quella teorizzata da Gramsci per il Partito Comunista. Diversamente da Gramsci, Cofnas non intende creare nuove élites, bensì conquistare quelle esistenti e portarle nello schieramento conservatore. L’autore del saggio è onesto fino alla brutalità riconoscendo come al momento le élite culturali ma anche “intellettive” (si parla più volte di QI) stiano risolutamente dalla parte del wokeismo, ma ciò può cambiare mostrando loro come e perché la prospettiva vada a mettere in pericolo le stesse fondamenta del loro essere élites (in maniera similare a come l’illuminismo intellettuale di molti sovrani dell’ultima parte dell’antico regime fece da detonatore ai fenomeni rivoluzionari che li detronizzeranno). Nella visione squisitamente elitista di Cofnas, dunque, è il potere, e solo il potere a tirare le fila del discorso politico e filosofico delle nazioni. Una visione quasi confuciana nel quale all’intellettuale e al filosofo spetta al limite il ruolo, importante ma dimesso, di saggio e di consigliere.

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Una polemica tra conservatori

Si tratta di una visione e di una prassi metodologica che, pur provenendo da un accademico statunitense, risulta molto più consonante alla sensibilità del conservatorismo europeo che non a quello a stelle e strisce. Nel saggio di Cofnas, non a caso, fiammeggia una cordiale ma viva confutazione di due noti opinionisti conservatori americani, Christopher Rufo e Richard Hanania. Nella prospettiva di Rufo non occorre lottare direttamente contro il wokismo, ma assediare le istituzioni (e le casematte culturali) grazie alle quali esso prospera e nelle quali si dispiega, in quella di Hanania, invece, esso va affrontato con il solo arsenale delle riforme e degli strumenti legislativi messi a disposizione dallo stato democratico. Si tratta di due visioni, quelle di Rufo e Hanania, che agli occhi di Cofnas appaiono come vistosamente naif, pericolosamente sottovalutanti l’afflato messianico-religioso che anima il movimento woke, che è ben lungi dall’essere un mero fenomeno politico ma che si configura come Weltanschauung a tutto tondo, con velleità di riforma e rigenerazione totale dell’essere umano nel suo complesso.

E ovviamente arriva la censura…

Al netto della veridicità o meno delle tesi proposte da Nathan Cofnas che, per chi avesse interiorizzato completamente le premesse del wokeismo, risultano non solo blasfeme ma addirittura inconcepibili, è scattata immancabile la gogna mediatica. Ritorsioni immediate sono state esercitate proprio dai finanziatori del soggiorno a Cambridge dell’accademico, la Leverhulme Trust di Londra, a cui si sono poi aggiunte le sirene censorie di altri accademici e, non da ultime, quelle dei media e degli studenti. In Italia, paese lontano, almeno per ora, da questo genere di polemiche, l’eco della gazzarra è arrivato solo alla redazione di Dagospia, ma è difficile, dalla penisola, dare un’idea del clamore generato dagli studi e dalle tesi di Cofnas in realtà ormai solidamente multirazziali e multietniche come il Regno Unito o gli Stati Uniti. Non sono mancate, tuttavia, voci in supporto di Cofnas, seppur declinate criticamente. È il caso, ad esempio, del pro-vice chancellor dell’Università di Oxford Bhaskar Vira che, pur da contrario alle tesi di Cofnas, ne difende risolutamente la libertà di espressione, mentre altri chiedono a gran voce il licenziamento in tronco dello studioso. Vale la pena, di fronte a questo stress test per la democrazia (definizione di Dagospia), un’ulteriore riflessione, che rimandiamo ad altra sede su quale sia, oggi, in Occidente, il ruolo dell’Università: laboratorio ed accademia di ogni tipo di studi, finanche i meno allineati, o megafono del potere?

Marco Malaguti

Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.