di Gianmaria Pisanelli 

“La premessa da cui tutte (le relazioni nazionali delle corti n.d.a.) concordemente partono è la distinzione di ruoli tra potere legislativo e corti costituzionali: a queste ultime essendo inibita ogni valutazione politica attinente al merito (e cioè alla convenienza, opportunità, adeguatezza ai fini conseguiti ecc.) delle norme dettate dal legislatore. Il compito istituzionalmente alle corti attribuito è, in tutti gli ordinamenti, circoscritto al solo controllo della conformità o meno delle leggi alle disposizioni costituzionali…”
Vezio Crisafulli, Relazione generale alla Terza Conferenza delle corti costituzionali europee, Roma, ottobre 1976

 

In una delle numerose interviste rilasciate negli ultimi mesi, Giuliano Amato ha avuto modo di affermare che l’attuale governo “delle destre” costituirebbe un pericolo per la nostra democrazia. Per poi aggiungere che la Corte costituzionale può rappresentare un importante contraltare a tali rischi, in quanto suo compito istituzionale è proprio quello di sindacare e quindi controllare la legittimità delle leggi promulgate dal governo in carica.

Tralasciando ogni considerazione sulla prima valutazione, molto grave ma che evidentemente si colloca su di un piano schiettamente politico, è interessante approfondire la seconda, che andrebbe invece ascritta all’insigne docente e studioso di diritto costituzionale.

Da sempre, coesistono in effetti nel personaggio Amato la figura del politico e quella del giurista, e forse nessuno come lui ha saputo integrarle fino a renderle indistinguibili. L’autorevolezza dello studioso e l’apparente natura tecnica di molte delle sue scelte hanno così finito spesso per consentirgli di muoversi con una notevole disinvoltura nel panorama politico nazionale, transitando senza inciampi dalle rovine della prima ai fasti della seconda Repubblica, dalle sponde del socialismo craxiano a quelle degli eredi del Partito comunista usciti indenni dalla tempesta di Mani Pulite, fino a identificarsi pienamente, in tarda età, nelle correnti progressiste più radicali e influenzate dalla ideologia wokeista di matrice anglo-americana.

Dopo essersi collocato per anni su posizioni apparentemente super partes, anche nella prospettiva di concorrere prima o poi alla corsa per il Quirinale, una volta svanita tale possibilità, Amato ha decisamente virato verso un orientamento radicalmente neo-progressista, in aperta contrapposizione all’attuale governo di centro destra. Niente di male, ovviamente, se non fosse proprio per la sua consolidata autorevolezza di giurista, che gli consente tuttora di esternare valutazioni in materia di diritto costituzionale con quella patente di “tecnico” che ormai non dovrebbe più appartenergli. E quindi, nel momento in cui afferma che il ruolo della Corte costituzionale sarebbe quello di contrastare la maggioranza, c’è il rischio concreto che venga preso sul serio dai molti che non hanno competenze nel campo del diritto. E si tratta, a ben vedere, di una vera e propria eresia giuridica, totalmente in contrasto con i principi che da sempre reggono il nostro ordinamento. Il Giuliano Amato docente di qualche anno fa sarebbe certo inorridito di fronte a una studente di giurisprudenza che gli avesse dato una simile definizione della Corte.

La voluta sovrapposizione del ruolo di giurista con quello di politico è del resto  una specialità del mondo progressista, di esempi se ne potrebbero fare molti, ma per restare nei quartieri più nobili del mondo del diritto, è utile citare Gustavo Zagrebelski, anch’egli ex presidente della Corte, e illustre docente e studioso di costituzione.

Molto presente anche lui nel dibattito politico, ha rilasciato più volte dichiarazioni durissime contro il governo di centro destra. Poche settimane fa, dopo gli incidenti di Pisa tra le forze dell’ordine e studenti di sinistra che manifestavano contro gli attacchi israeliani a Gaza, Zagrebelski, intervistato da “Repubblica”, ha avuto modo di esplicitare le sue valutazioni sul governo Meloni: “L’articolo 17 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno il diritto di riunirsi, a condizione che la riunione sia pacifica e senz’armi. È sotto il fascismo che occorreva l’autorizzazione dell’autorità pubblica… Il diritto a manifestare è il primo ad essere colpito nei regimi autoritari”.

Insomma, la gestione delle manifestazioni di piazza sarebbe espressione di un governo autoritario che viola apertamente il principio sancito dall’articolo 17 della costituzione. Una netta condanna politica, ma anche un forte e ineccepibile richiamo al rispetto del diritto di manifestare, e su questo secondo punto difficilmente si potrebbe obiettare qualcosa al giurista.

Ma che Zagrebelski intenda davvero difendere il diritto a manifestare in quanto tale, e non piuttosto attaccare attraverso tale argomento il governo “fascista”, è purtroppo una mera illusione ottica. Ecco infatti cosa pensava pochi anni fa di altri manifestanti – peraltro molto più pacifici degli studenti di Pisa – che contestavano le scelte del governo sostenuto dal PD in materia di emergenza pandemica:

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“Chi scende in piazza al grido di libertà, dovrebbe usare la parola giusta che è arbitrio. È la prepotenza di chi vuole fare ciò che vuole”. (Huffington Post, settembre 2021).

Esattamente come Amato ci spiega che la Corte costituzionale deve fare da contraltare alla maggioranza, ma, beninteso, solo quando governa la destra, lo Zagrebelski che difende il diritto degli studenti di Pisa a manifestare è lo stesso che condannava senza molti scrupoli, e additava alla pubblica gogna, promotori e partecipanti alle manifestazioni di dissenso dal governo Draghi.

In questa sorta di costituzione ad assetto variabile, quindi, il diritto a manifestare si affievolisce fin quasi a scomparire se al governo ci sono forze politiche di impronta progressista, per poi espandersi di nuovo pienamente quando all’esecutivo approdano partiti o coalizioni di centro destra.

Ciò che questi esempi fanno emergere con chiarezza non si può evidentemente ricondurre a mera dialettica politica fra esponenti o parlamentari di opposte fazioni. Si tratta invece di una palese e strumentale deformazione di principi giuridici da parte di chi ha il merito, ma anche la responsabilità, di avere insegnato la costituzione a generazioni di studenti, oltre ad avere rivestito il ruolo di presidente della corte, cioè dell’organo che dovrebbe rappresentare la massima garanzia per i cittadini della imparzialità delle istituzioni repubblicane.

In realtà, i segnali che attestano questa pericolosa deriva del mondo degli intellettuali progressisti, e il loro disinvolto e cinico utilizzo delle parole e dei principi dello stato di diritto a fini esclusivamente politici, sono sempre più numerosi, ed hanno subito una ulteriore accelerazione da quando al governo c’è uno schieramento che essi considerano formato non da avversari ma da nemici.

E il punto cui conduce questa riflessione è proprio questo: mentre negli anni della prima Repubblica, la sinistra comunista, avendo accettato le regole del gioco democratico, combatteva le sue battaglie politiche ed elettorali sul piano delle proposte politiche, ideologiche ed anche culturali, le forze progressiste, eredi di quei partiti, hanno scelto, nel nostro come in molti altri Paesi, la strada della delegittimazione aprioristica dei loro avversari e perfino degli elettori che li votano. Trasferendo la competizione dal terreno politico a quello ideologico e morale, e attribuendo in modo arbitrario ai partiti di destra e conservatori l’etichetta di eredi più o meno diretti del fascismo, essi giungono a considerare lecito qualunque mezzo per colpirli, anche quello della manipolazione dei principi della costituzione. Principi che vengono quindi, di volta in volta, strumentalizzati e piegati alle finalità politiche del momento, in totale contrasto con quelle esigenze di equilibrio e stabilità dell’ordinamento che dovrebbero rappresentare un dovere primario di una classe dirigente degna di questo nome.

Ed ecco allora un piccolo esercito di giornalisti, scrittori, studiosi, e perfino, come si è visto, di prestigiosi giuristi, che mentre si impegnano per colpire con ogni mezzo la maggioranza e il governo che ritengono non degni di guidare il paese, procedono di fatto a una letale opera di delegittimazione delle istituzioni e dei principi costituzionali, senza curarsi dei danni irreversibili che i loro comportamenti rischiano di produrre al Paese.

Uno scenario tanto più inquietante ove si consideri che il partito di riferimento di questo esercito, pur nettamente sconfitto alle lezioni del 2022, detiene tuttora, più o meno direttamente, una quota ampiamente maggioritaria di uomini e risorse nei più delicati e strategici centri di potere, dalla magistratura al grandi giornali e network televisivi, dall’alta burocrazia ministeriale al mondo dell’università.

Eppure, la sensazione è che nell’universo culturale e politico dei conservatori tutto questo non venga ancora adeguatamente percepito – salvo poche quanto brillanti eccezioni – o, quantomeno, non abbia ancora prodotto alcuna forma di strategia, per difendere il libero confronto delle idee e il rispetto delle garanzie costituzionali, che sono poste a tutela di tutti i cittadini, a prescindere dai loro orientamenti politici e dalle loro scelte elettorali.

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Laureato in Giurisprudenza (Università Sapienza), dopo una breve esperienza come funzionario del Ministero del Lavoro è stato consigliere parlamentare alla Camera dei Deputati per oltre trent'anni.