di Daniele Scalea

Chi ha meno di 40 anni, salvo aver manifestato un precocissimo interesse per la politica, non l’ha mai sperimentata senza la presenza di Silvio Berlusconi. Chi ha più di 25 anni, è abbastanza vecchio per aver visto l’intero sistema ruotare attorno alla polarizzazione “berlusconiani – antiberlusconiani”. Queste due considerazioni bastano a rendere l’idea di quanto Silvio Berlusconi abbia segnato le vite di una generazione (e oltre).

Guardando a lui da destra (e non da “centro-destra”, la formula che egli stesso abbracciò e portò al successo), non si può negare di aver spesso provato per Berlusconi biasimo e disapprovazione. Sentimenti legati non tanto a ciò che ha fatto, quanto ha ciò che non ha fatto pur avendone i mezzi.

La delizia

Il Cavaliere ha avuto il merito storico di aver fatto da argine, per almeno vent’anni, alla Sinistra post-comunista che, avendo già il controllo di svariati apparati (dalla magistratura alla cultura, dalla scuola ai sindacati), tendeva avidamente le mani verso il governo e il parlamento. Non c’erano più la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista a sbarrarle la strada, spazzati via dalle inchieste giudiziarie. In quattro mesi, dal nulla (politico; dal tanto del suo impero imprenditoriale), Berlusconi tirò su un partito nuovo di zecca, Forza Italia, che nel 1993 sconfisse, anzi umiliò, la “gioiosa macchina da guerra” del Partito Comunista, da poco divenuto “Partito Democratico della Sinistra”.

Pagò questa “colpa” con ben 36 procedimenti giudiziari, fino all’unica condanna, per frode fiscale, nel 2013, in virtù della quale decadde da senatore e fu reso ineleggibile per sei anni. Era, all’epoca, un Berlusconi ancora molto competitivo elettoralmente: nel febbraio di quell’anno solo poche centinaia di migliaia di voti gli impedirono di superare i rivali del Centro-Sinistra, certi di trionfare dopo che l’ultimo governo di centro-destra era rovinosamente caduto nel 2011. Non sarebbe dunque esagerato dire che Berlusconi fu debellato per via giudiziaria.

L’altro merito da riconoscere al Cavaliere è quello di aver “legittimato” la destra in Italia. Essa dal 1945 scontava le colpe del fascismo con l’esclusione dallo “arco costituzionale”. Il cordone sanitario fu rotto solo quando Berlusconi accolse l’MSI, rinominatosi “Alleanza Nazionale”, nella sua coalizione e lo portò al governo. In Italia oggi Giorgia Meloni, ultima erede della tradizione del MSI, è a capo del governo. In Germania, dove non ci sono stati né una Tangentopoli né un Berlusconi, i democristiani ancora disdegnano qualsiasi contatto con la destra di AfD.

La croce

Che cosa, dunque, possiamo rimproverare a Berlusconi? Perché non l’abbiamo amato alla follia in questi ultimi trent’anni? Perché, quando ha governato, Berlusconi l’ha fatto senza esercitare il potere. Si è accontentato di privarne gli altri, ma non ha saputo o non ha voluto usarlo lui.

Berlusconi non ha riformato il Paese in maniera sensibile, pur avendo ricevuto il mandato popolare per una “rivoluzione liberale”. Non ha esercitato lo spoil system per garantirsi apparati quanto meno neutrali. Non ha nemmeno usato i suoi media per contrastare il proselitismo del nichilismo “progressista” – anzi, essi sono stati spesso in prima linea nel propagandarlo.

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Perché? In primo luogo perché Berlusconi ha coltivato interessi, sia economici sia “mondani”, che l’hanno distratto dalla politica. In politica estera, campo che lo appassionava (forse perché gli permetteva di parlare da pari ai più potenti uomini del mondo), ha dato buona mostra di sé, come ultimo interprete del cosiddetto “neo-atlantismo”: ha usato la fedeltà agli USA per darsi spazi di manovra nel Mediterraneo e verso la Russia (comprendendo con lungimiranza la necessità di coinvolgere quest’ultima, anziché osteggiarla e regalarla all’alleanza con la Cina). Ma in altri ambiti “non si è applicato”, come si dice degli studenti capaci ma svogliati.

Il secondo motivo è che Berlusconi fu e rimase sempre un liberale. Come tale, non provava repulsione per il disfacimento morale – anzi: un certo edonismo gli fu congeniale. Non ebbe un’agenda meta-politica. Non nutriva alcun interesse per le battaglie culturali semplicemente perché non aveva nulla da vincervi o da perdervi. E da liberale si circondò di liberali, convinti di dover esercitare la neutralità e il non-intervento nell’amministrazione del personale ministeriale o nella cultura. Neutralità che, ovviamente, si traduceva in un avallo di fatto alle politiche di “pulizia etnica” che invece la Sinistra conduceva negli apparati, accaparrandoseli.

L’unico ambito in cui Berlusconi avrebbe dovuto mostrarsi liberale, fu quello in cui invece si mostrò tirannico: il Popolo delle Libertà, come si chiamò il partito unico del centro-destra che riuscì brevemente a creare. Un simile partito big tent, che incorporava varie anime, avrebbe necessitato di una dialettica interna libera e competitiva, con un sistema di selezione dell’élite simile a quella usata dal Partito Repubblicano americano. Volendosene fare padre e padrone, Berlusconi decretò il fallimento di quell’esperimento.

L’occasione

Che dire dunque, in conclusione, di Silvio Berlusconi? Di fronte alla morte, nei ricordi prevale sempre la gratitudine sul risentimento. L’epopea politica del Cavaliere assomiglia a una grande occasione persa. Ma senza il suo genio e il suo carisma, probabilmente non ci sarebbe stata alcuna occasione.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" presso l'Università Marconi e di "Geopolitica del Medio Oriente" presso l'Università Cusano, dove in passato ha insegnato anche in merito all'estremismo islamico.

Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi; successivamente ha svolto il ruolo di capo della segreteria tecnica del Presidente della Delegazione parlamentare presso l'InCE (Iniziativa Centro-Europea).

Autore di vari libri, tra cui Immigrazione: le ragioni dei populisti, che è stato tradotto anche in ungherese.