di Marco Malaguti

Solo un anno e mezzo è passato dall’inizio del governo Scholz in Germania. Prodotto della cosiddetta coalizione semaforo (dai colori di SPD, Verdi e Liberali), l’inedita compagine era chiamata a sfide impegnative, titaniche, ai limiti dell’impossibilità. Per l’ex ministro delle finanze dell’ultimo governo Merkel la sfida era ambiziosa: prendere il timone del più popoloso stato dell’Unione Europea nel pieno della pandemia covid e traghettarlo in acque più calme, garantendo la crescita economica e cercando di gestire, al contempo, un’immigrazione sempre più fuori controllo ed un impoverimento, lento ma costante, dei cittadini più giovani. A queste sfide, già gravose, si sono unite quelle dell’uscita precipitosa dall’energia nucleare, battaglia pluridecennale dei Verdi, la transizione ecologica e, dulcis in fundo, la guerra russo-ucraina, con le sue problematiche e malviste sanzioni che stanno creando non pochi problemi a industria e popolazione teutonica. Il bilancio, almeno per ora, appare deludente.

Pandemia: governo bocciato

Cominciamo dal Covid: come documentato su queste pagine, la gestione tedesca della pandemia, pur leggermente stemperata da un sistema politico che attribuisce grandi poteri ai Länder, si è contraddistinta per un forte piglio autoritario, caldeggiato e portato avanti dal ministro della sanità Karl Lauterbach (SPD) e dai tecnici del Robert Koch Institut di Berlino. La pandemia, tuttavia, ha fatto il suo corso in maniera non dissimile da altri Paesi che invece avevano adoperato misure ben più morbide (è il caso della confinante Danimarca e degli attigui Paesi di Visegrad).

A tutto ciò si sono aggiunte, a problema concluso, diverse polemiche. Grande risonanza ha avuto un editoriale, uscito per “Der Spiegel” (testata tradizionalmente vicina al Partito Socialdemocratico), costituto essenzialmente da un lungo mea culpa per tutto ciò che aveva riguardato la gestione pandemica delle autorità tedesche, in particolare per quanto riguardava campagna vaccinale e green pass, ossia i provvedimenti ad esclusiva firma di Scholz e del suo titolare al dicastero della Sanità. Durante la pandemia, l’editorialista Alexander Neubacher ha scoperto “il dittatore dentro di me” – considerazione pesante se espressa in Germania e che assume una valenza di aspra condanna se, come fa l’autore dell’articolo, viene estesa praticamente all’intero Paese.

Citando Paesi autoritari come la Repubblica Popolare Cinese, Neubacher afferma che molti tedeschi si sono dimostrati sinceramente attratti da modelli politici di quel tipo, e la tanto decantata coscienza liberaldemocratica tedesca, costruita faticosamente in ottant’anni di denazificazione, altro non sarebbe che una patina provvisoria e posticcia. Il sistema di contrappesi kelseniani, di fronte alla deriva emergenziale intrapresa dal governo, si è dimostrato totalmente inefficace: la magistratura, in particolare, è arrivata in clamoroso ritardo. L’illegalità delle misure liberticide attuate in pandemia è stata certificata da numerosi corti tedesche (come quella del Land Brandeburgo e quella del tribunale di Lipsia) soltanto quando la medesima pandemia era già finita, all’inizio dell’anno corrente. Autorevoli costituzionalisti, come Frank Schorkopf, dell’Università di Göttingen, hanno fatto notare come “la libertà, in Germania, dura solo fin quando c’è bel tempo”.

Condanne pesanti, se si pensa che vengono da uno dei più autorevoli organi di stampa del Paese – qualcosa di ancora non visto in Italia.

I guai del feldmaresciallo della pandemia, e non solo

Come se non bastasse, il principale responsabile di tutto ciò, il ministro Lauterbach, si trova nei guai fino al collo dopo che, da una recentissima inchiesta del quotidiano “Die Welt“, sono emerse gravissime falsificazioni del suo curriculum, che il ministro avrebbe corredato di elementi inventati di sana pianta: dal dottorato di ricerca mai esistito a Princeton ad uno studio mai realizzato per la Fondazione Robert Bosch. Ce ne sarebbe più che a sufficienza per le dimissioni, ma il ministro tira dritto e ha dichiarato di volersi difendere solo nelle sedi opportune. Sedi opportune nelle quali si renderà conto anche di truffe e ruberie, come quella appena emersa nel Land Berlino, dove un’inchiesta del “Süddeutsche Zeitung” ha portato alla luce un gigantesco scandalo legato ai test covid (i famigerati “tamponi”) appaltati a ditte “amiche”, che avrebbe portato ad un danno erariale quantificato in ben sei miliardi di euro.

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Ennesimi grattacapi da risolvere per un cancelliere che governa un Paese piuttosto intransigente verso episodi di questo tipo.

Venti di guerra e imperativi green

Venendo alla guerra, che si lega anche agli altri fattori di criticità precedentemente esposti, per la Ampelkoalition la situazione è ancora peggiore.

Il governo, stretto com’è tra i suoi doveri che lo legano alla NATO ed un’opinione pubblica sempre meno disposta alle sanzioni e ad un coinvolgimento, ancorché indiretto, del Paese nel conflitto in Ucraina, sta annaspando. Le sanzioni ed il blocco del gas, a latere delle rovinose conseguenze sulla locomotiva industriale dell’Unione Europea ancora tutte da calcolare, hanno scompaginato l’agenda del governo. In particolare, il Cancelliere ha dovuto tirare il freno d’emergenza per quanto riguardava la exit strategy dall’energia nucleare, scatenando le ire dei Verdi: degli ultimi tre reattori in funzione nella Repubblica Federale, due sono rimasti attivi nonostante la precedente deadline del 31 Dicembre 2022, alla mezzanotte del quale la Germania avrebbe dovuto consegnare al passato la sua dipendenza dall’energia dell’atomo.

Lo stesso bando della vendita di veicoli a motore a scoppio per l’anno 2035 ha creato non pochi malumori nel potente mondo industriale tedesco (che da sempre ha nel settore automobilistico la sua punta di diamante) e anche la popolazione sembra poco entusiasta del provvedimento che, pur essendo formalmente proveniente da Bruxelles, ha nei Grünen berlinesi i padri nobili e i principali sponsor.

Le stesse operazioni militari del conflitto in corso preoccupano non poco l’opinione pubblica, che rimane radicalmente contraria ad ogni invio di armi ma che il governo sta ignorando, ottenendo l’effetto di spostare l’elettorato pacifista, o anche solo realista, verso AfD, ormai unico partito a favore di una risoluzione diplomatica del conflitto tra Mosca e Kiev.

Un governo che traballa

Con i contrari alla guerra, alle sanzioni e alla transizione green in via di migrazione verso la destra di AfD e il mondo industriale sempre più di ritorno verso l’ovile della CDU, il governo non naviga in acque tranquille. Già oggi i suoi consensi sono minoranza nel Paese: se le elezioni si tenessero oggi, dicono i sondaggi, la CDU di Friedrich Merz le vincerebbe agevolmente.

Tensioni sono sorte anche con la FDP, gli azionisti di minoranza liberali del governo, che pure controllano il potente ministero dell’economia con il loro falco Christian Lindner. I liberali deludono in particolare il loro elettorato più refrattario al totalitarismo ecologista di Bruxelles e dei Verdi, e perdono anch’essi consensi verso destra. Un dato preoccupante che, se l’emorragia continuasse, potrebbe spingere la FDP a staccare la spina, magari garantendo un provvisorio appoggio esterno, ma che facilmente esporrebbe il Paese al rischio di nuove elezioni in un contesto nazionale ed internazionale cupissimo. Senza menzionare, tra le altre cose, la debolezza di quel gigantesco elefante nella stanza chiamato Deutsche Bank, il tutto mentre il più grande sciopero dei trasporti degli ultimi trent’anni sta paralizzando il Paese dalle Alpi al Baltico nel nome di salari più alti.

Quali siano i piani di Scholz per il futuro non è noto, ma è già possibile trarre una valutazione: se l’obbiettivo era raccogliere l’eredità della Merkel e continuare sulla scia quasi ventennale della sua stabilità, tale proposito è andato miseramente fallito.

Marco Malaguti

Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.