di Lorenzo Bernasconi

Perché fa discutere il caso Rossignoli?

La singolare vicenda di Carlotta Rossignoli, laureatasi a 23 anni in Medicina all’Università San Raffaele di Milano, ha diviso l’opinione pubblica italiana.

I media hanno inizialmente magnificato le gesta della studentessa prodigio, che le hanno fruttato persino un riconoscimento dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, erigendola a modello di impegno e ambizione. Tuttavia, nel volgere di pochi giorni, diversi commentatori hanno iniziato a mettere in luce alcune apparenti incongruenze nella narrazione pubblica del percorso universitario della giovane; incongruenze che hanno indotto più d’uno a ventilare l’ipotesi che la ragazza abbia usufruito di indebiti “sconti” sulle ore di frequenza e/o di tirocinio obbligatorie, o persino che abbia ricevuto un trattamento di favore in sede di esame. Ipotesi all’apparenza corroborata dallo stile di vita (frequenti vacanze e un’attività semiprofessionale da modella) che traspare dai social della ragazza: la domanda su dove la neodottoresa veronese abbia trovato il tempo di fare tutto – e sempre eccellendo – pare, insomma, quantomeno lecita.

Non è questo, tuttavia, il nocciolo della questione: ammettiamo pure che non vi siano stati favoritismi, a scuola e in università, verso la Rossignoli. La vera domanda è, a mio avviso, per quale ragione le principali testate nazionali abbiano scelto di erigere a modello una ragazza che dichiara di aver azzerato la propria vita sociale e sentimentale per non sottrarre tempo alla ricerca del successo scolastico-professionale. La Rossignoli, peraltro, ammette candidamente di dormire pochissimo, in quanto considera il sonno una mera perdita di tempo: ma un medico non dovrebbe conoscere il ruolo fondamentale del riposo notturno per l’equilibrio psicofisico dell’essere umano Interessante sarebbe poi comprendere perché una quota significativa dell’opinione pubblica difenda a spada tratta la giovane veronese da qualsivoglia critica, anche benevola, bollando chiunque osi sottoporre a vaglio critico la “mitologia dell’eccellenza” cucitale addosso dalla stampa come un invidioso e come un apologeta della mediocrità.

Predestinazione, sapere e successo: l’approccio calvinista all’educazione

L’origine di un simile atteggiamento da parte dei media – dai quali l’ha poi mutuato l’opinione pubblica – ritengo sia da ricondurre alla progressiva ma inesorabile diffusione, in Italia, di un approccio al sapere tipico del mondo anglosassone e riconducibile, in ultima analisi, al peculiare rapporto tra uomo, mondo e Dio che caratterizza le varie declinazioni di quel protestantesimo di cui è intrisa la cultura anglofona.

Nella visione protestante, infatti, il successo (economico, sociale, professionale) è in sostanza una manifestazione dello sguardo benevolo di Dio nei confronti di colui che lo consegue. E, si badi, vale pure l’inverso: la povertà, i fallimenti, diventano segni tangibile di una lontananza dall’Altissimo: l’insuccesso sul piano economico e sociale, dunque, assume qui anche una valenza morale, marcando l’indegnità della persona agli occhi di Dio. Da simili premesse si è sviluppata nei secoli, com’è logico, una particolare predilezione per quelle forme di sapere e quei contenuti che risultino di immediata applicabilità nel mondo e che, soprattutto, siano utili – in un dato periodo storico e in un dato contesto sociale –  a garantire prestigio e ricchezza a chi vi si accosti.

Nel corso del tempo, tale approccio ha via via portato ad instaurare, nella coscienza collettiva dei popoli anglosassoni, l’idea di una gerarchia dei saperi fondata sull’unico criterio della potenziale “profittabilità”, finendo per disconoscere la conoscenza come valore in sé. L’idea che è prevalsa, potremmo dire, è quella secondo cui le “litterae” hanno valore soltanto nella misura in cui “dant panem”, altrimenti rappresentano una perdita di tempo e di energie.

La scuola dei test e della performance

Ma come si struttura un sistema scolastico e universitario basato su tali premesse?

Ora, è certamente possibile, e anche abbastanza facile, individuare a priori alcuni campi di studio che in una data epoca siano maggiormente in grado – da un punto di vista statistico – di avviare verso carriere ben remunerate, e altri ambiti che lo siano meno, e dunque gerarchizzare i vari settori della conoscenza sulla scorta di tale criterio. Quando si tratta, però, di capire quali studenti – all’interno di un medesimo percorso – stiano traendo più profitto dagli studi, e cioè quali studenti avranno più chance di affermarsi nel lavoro, le cose si complicano parecchio. Com’è possibile, infatti, stimare la maggiore o minore performance economica futura di uno studente, se passeranno anni prima che questi possa effettivamente essere messo alla prova sul campo?

Storicamente, si è scelto di ricorrere all’analogia, postulando – peraltro con un discreto margine di arbitrarietà – che lo studente in grado di esprimere le migliori performance in un test scritto o di fronte a una commissione d’esame sarà anche, un domani, il più performante sul lavoro e diverrà quindi il professionista di maggior successo. Da ciò ha origine, ad esempio, l’ossessione del sistema scolastico e universitario americano per i test: tantissimi, frequenti e il più possibile incentrati su domande a risposta chiusa, perché conta ciò che si può misurare, quantificare, sommare e sottrarre. Alla comprensione globale dei fenomeni e della complessità, difficile da soppesare col bilancino, si antepone la capacità di applicare a casi concreti delle conoscenze di portata magari più limitata, ma dalla chiara e rapida “spendibilità”.

La cultura come sviluppo umano

Tale approccio, che sta ormai prendendo piede anche in un’Europa incapace di affrancarsi dalla sudditanza culturale verso il mondo anglofono, ben si sposa coi dogmi del globalismo neoliberista; se, infatti, ogni cultura equivale ad ogni altra, non esistono valori oggettivi, né una natura umana meritevole di rispetto e – fatta eccezione per il libero mercato e il capitalismo, che non tollerano messa in discussione – tutto è mera convenzione sociale regolata dal consenso più o meno spontaneo dell’opinione pubblica, allora le uniche forme di sapere effettivamente meritevoli di attenzione saranno quelle immediatamente traducibili in un’attività generatrice di profitto. Il punto è che studiare Cicerone, piuttosto che l’Iliade o le guerre puniche, ha senso nella misura in cui riconosciamo a quei testi e a quelle vicende un valore oggettivo, che concorre, cioè, a renderci più acuti nell’interpretare il mondo che ci circonda, più consapevoli di cosa siamo in quanto esseri umani e del nostro rapporto col cosmo; in sostanza, ha senso se riteniamo che la cultura serva a favorire lo sviluppo della nostra umanità, prima ancora che a gonfiare il nostro conto in banca.

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Se cade questa premessa, allora ha ragione chi esalta l’impresa della Rossignoli, la quale, in termini di performance, ha indubbiamente raggiunto un risultato straordinario. Se invece ragioniamo in un’ottica che veda la cultura come un valore in sé e come uno strumento fondamentale di emancipazione per l’individuo, siamo davvero sicuri che bruciare i tempi sia la scelta migliore? Che sia saggio memorizzare una gran mole di contenuti in poco tempo, senza avere la possibilità di metabolizzarli gradualmente? Che rinunciare a tutto quel mondo di incontri, amicizie, esperienze condivise che costituisce il complemento naturale di un percorso universitario (e consente altresì un sano dibattito tra pari, favorendo lo sviluppo di capacità critiche e insegnando a cooperare) rappresenti davvero la strada maestra per trarre il meglio da un percorso di studi?

Scuola selettiva – ma non per censo

Un altro aspetto largamente ignorato dai fautori del “modello Rossignoli” riguarda il retroterra socioeconomico della studentessa veronese, la quale proviene da una famiglia particolarmente agiata, nonché assai prodiga nell’investire sulla figlia. Come sovente ricordato in questo blog, la ricchezza non è un male e sarebbe semmai un errore non sfruttarla, avendone la possibilità, per investire sulla propria formazione: tuttavia, è innegabile che il background familiare di uno studente giochi un ruolo importante nel favorirne o nell’ostacolarne il successo scolastico. Chi, come la giovane dottoressa, abbia avuto la fortuna di nascere in una famiglia in grado di coprire i costi di scuole private, corsi di lingua e di musica, vacanze studio ecc. si trova oggettivamente in una posizione di vantaggio rispetto chi non abbia le medesime possibilità e si trovi magari a dover lavorare per pagarsi gli studi.

Con questo non si intende mettere in discussione l’impegno, l’intelligenza ed il merito di una ragazza che ha conseguito risultati particolarmente brillanti laureandosi col massimo dei voti e nel tempo più breve possibile; più semplicemente, si vuole ricordare che le storie vanno narrate per intero. Mitizzare figure come quella della Rossignoli, omettendo gli aspetti che renderebbero meno sorprendente e “notiziabile” la storia, ma che sono imprescindibili per poter raffrontare in modo obiettivo il suo percorso con quello dei suoi coetanei, rischia di indurre frustrazione e senso di inadeguatezza in tanti studenti le cui performance non sono pari a quelle della giovane veronese, ma che magari neppure dispongono delle medesime risorse.

Non si tratta, sia chiaro, di elogiare una qualche forma di “aurea mediocritas” contrapposta alle singole eccellenze, né di mettere in discussione il fatto che la scuola debba selezionare e “discriminare” in base ai livelli di competenza. A mio avviso, anzi, uno dei principali limiti della scuola italiana consiste proprio nell’aver rinunciato a essere selettiva: l’ideologia dell’istruzione obbligatoria per tutti – anche per chi ovunque vorrebbe stare, fuorché tra i banchi – fin quasi alla maggiore età ha contribuito a livellare al ribasso la qualità dell’insegnamento, perché se l’idea è che si debba a qualunque costo consentire a tutti di restare al passo, inevitabilmente l’intera classe dovrà adagiarsi sul ritmo dei più lenti e dei più svogliati.

Tuttavia, trovo sia essenziale capire su quali criteri si debba basare la selezione: se su un calcolo asettico della media delle performance mnemonico-calcolatorie di ogni studente, oppure su di una valutazione globale del livello di crescita culturale raggiunto dal singolo. Opzione, quest’ultima, che sicuramente richiede un maggior impegno, nonché un certo esprit de finesse, da parte del docente, e che senza dubbio presenta un ineliminabile margine di discrezionalità  (e dunque, potenzialmente, di arbitrarietà) tale da far storcere il naso ai puristi del giudizio obiettivo.

Ciononostante credo che, con buona pace delle università statunitensi e delle loro italiche imitazioni, solo un modello di istruzione e di valutazione incentrato sulla crescita umana e culturale dello studente sia in grado di cogliere e valorizzare l’enorme complessità della mente umane e delle sue modalità di apprendimento. Le gare sulle performance di picco, invece, potremmo lasciarle tranquillamente a supercar e microprocessori.

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.