di Francesco Erario

“Per opportuna informazione si comunica che l’appellativo da utilizzare per il Presidente del Consiglio dei Ministri è: Il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni”. Con queste parole, diffuse in un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il nuovo segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato, ha fatto chiarezza riguardo all’appellativo da utilizzare nel rivolgersi a Giorgia Meloni in qualità di quarta carica istituzionale.

Una presa di posizione avvenuta anche a seguito delle numerose polemiche sollevate dalla parte sinistra della politica e dei media italiani, che le ha contestato di aver rinunciato ad affermare la propria appartenenza al genere femminile. “Per noi sarà “la Presidente”” ha prontamente asserito Lilli Gruber; “perché non devo ribadire la mia femminilità, il mio essere donna e farmi chiamare “La Presidente”?” si è domandata Laura Boldrini; e così via, in un copioso flusso di dichiarazioni, di tweet e di meme che vanno dal canzonatorio al livoroso.

Tutto secondo il copione, verrebbe da dire, non c’è nulla di sorprendente nel fatto che da sinistra si provi a giocare ogni carta possibile, anche la più bassa, contro un avversario che giorno dopo giorno pare sempre più ostico. Eppure qualcosa non torna. O meglio, dietro tale scelta potrebbe esserci qualcosa di più di una netta presa di posizione.

Per inquadrare al meglio la questione, bisogna fare un passo indietro nel recentissimo passato ed un salto al di là dell’Atlantico, esattamente a Washington il 26 luglio di quest’anno quando, nel corso di un incontro, Kamala Harris ha aperto i lavori esordendo così: “Sono Kamala Harris, sono una donna, i miei pronomi sono ‘she’ e ‘her’, sono seduta a questo tavolo ed indosso un vestito blu”.

Tralasciando la parte sul colore del vestito, sottolineato da Harris per essere “quanto più inclusiva possibile” nei confronti del resto dei partecipanti alla tavola rotonda (tutte esponenti di diverse comunità di disabili) è bene invece soffermarsi sulla parte in cui ha indicato quali fossero i pronomi adatti a lei.

A prima vista, la banalità dell’affermazione potrebbe far sorridere, ma a ben guardare è la perfetta adozione in politica dell’ideologia woke, ossia quell’insieme di teorie e prassi ultra-progressiste volte alla ridefinizione degli assetti sociali e politici. Un fenomeno forse non immediatamente riconoscibile, ma che balza molto più facilmente all’occhio se si immagina, ad esempio, che a dire le stesse cose sia stato un uomo biologicamente maschio. Nel caso d’esempio, l’accostamento di due verità oggettivamente riscontrabili, come l’indossare un vestito blu ed essere in
quel momento seduto al tavolo, a due non-verità, ossia l’affermare di essere una donna con i pronomi femminili, mostrerebbe invece tale strana affermazione per ciò che è. Una tecnica atta a forzare il piano della comprensione, per equiparare una realtà oggettiva ed una percezione personale della realtà, e renderle la stessa cosa: così come è vero che egli sia lì a quel tavolo vestito di blu, è altrettanto vero che i suoi pronomi siano al femminile e che egli è una donna.

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In altre parole, ciò che ha fatto Kamala Harris non è nient’altro che agire secondo uno dei principi cardine del wokeism, forse il più importante, cioè quello che vuole tutti i corpi umani come ontologicamente insignificanti ed ugualmente indistinguibili gli uni dagli altri, siano essi biologicamente maschi o femmine. Un’idea sviluppata nell’ambito teorico degli studi di genere, tra i cui obiettivi vi è appunto quello di permettere a chiunque di identificarsi come donna/uomo/maschio/femmina in base a ciò che egli senta di essere in quel momento. Lo stesso principio, per intendersi, che è alla base del noto DDL Zan. Ed è proprio su questo punto che, a sinistra, il terreno inizia a farsi scivoloso.

In effetti, se letta sotto questa luce, cos’altro rappresenterebbe la richiesta di una donna di rivolgersi a lei mediante l’uso di parole afferenti al genere maschile, se non una potente affermazione transfemminista? Ed ancora, come possono le esponenti politiche autenticamente progressiste opporre una strenua resistenza, senza rischiare di scoperchiare quel Vaso di Pandora woke su cui campeggia l’inafferrabile, amletica, domanda: cos’è una donna? Ed eccoci giunti al punto, alla paradossale conclusione a cui si è approdati, sia chiaro, senza lo straccio di una prova. Forse Giorgia Meloni ci ha preso gusto, e dopo esser diventata la prima donna Presidente del Consiglio – rubando il sogno ad un esercito di politiche di sinistra in quota rosa – ha ora intenzione di batterle al loro gioco preferito e secondo le loro regole. Chissà se è davvero così, se davvero in Via della Scrofa a qualcuno sia venuto in mente di utilizzare una delle tecniche preferite dal progressismo woke, come la scelta arbitraria di nomi e pronomi, consci di alimentare quel grosso, seppur strisciante, cortocircuito esistente a sinistra su certi temi.

Insomma: perché Kamala Harris sì e Giorgia Meloni no? Una risposta forse non la si avrà mai, ma resta il fatto che quel Vaso di Pandora è lì che traballa sul tavolino dei consessi progressisti, pericolosamente vicino a rovesciare il suo carico di assurdità, di infondatezze e di contraddizioni.

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Laurea triennale in Comunicazione, editoria e giornalismo (Università Sapienza di Roma), laurea magistrale in Comunicazione d'impresa (Università di Salerno), corso post-laurea in Economia (Università di Parma). Si occupa di marketing e sviluppo commerciale in Italia per una piccola impresa estera. Appassionato di sociologia, media e politica, studia i fenomeni culturali e subculturali emergenti tra i giovani occidentali.