di Daniele Scalea

Quando il Ministero dello Sviluppo Economico ha esposto al proprio interno i ritratti di tutti coloro che hanno ricoperto la carica di ministro, la presenza tra essi di Benito Mussolini ha subito suscitato le roventi polemiche della Sinistra. In particolare l’ex ministro Pier Luigi Bersani del PD (per decenni membro del Partito Comunista Italiano) ha chiesto la rimozione del proprio ritratto per non condividere lo stesso muro col defunto Duce del fascismo. In men che non si dica, però, sono apparse su Internet le foto di un recente comizio in cui Bersani parla davanti a un ritratto di Lenin.

Invitiamo il lettore a visionare i commenti al tweet sopra indicato, per avere un saggio di come la Sinistra stia difendendo il “compagno” Bersani: ossia assolvendo con formula piena il “compagno” Lenin. E come? Negando, forti della loro ignoranza, che Lenin si sia mai macchiato di alcun crimine. Spocchiosi, arrivano a suggerire che gli interlocutori starebbero confondendolo con Stalin – palesando così uno dei capisaldi del pensiero semi-colto, attentamente inculcato da decenni dagli insegnanti di scuola comunisti o post-comunisti: ossia che nella storia del comunismo ci sia solo quella piccola macchia, rappresentata dallo stalinismo, sul candore assoluto delle buone intenzioni e ottime azioni del marxismo-leninismo.

È una boiata colossale, ovviamente. E nelle righe che seguono vedremo come tutti i crimini di cui si è macchiato Mussolini li abbia compiuti pure Lenin (decuplicando le vittime). Si rende così insostenibile la posizione di chi vorrebbe condannare il dittatore italiano ma assolvere quello sovietico.

Rovesciare la democrazia e imporre la dittatura

Nel 1922, con la Marcia su Roma, Benito Mussolini si fece consegnare l’incarico di capo del governo. Di lì a pochi anni, un governo ottenuto con la forza si tramutò in un regime dittatoriale tout court.

Lenin e i suoi bolscevichi, diversamente da ciò che credono molti semi-colti nostrani, non fecero la Rivoluzione d’Ottobre contro l’autocrazia zarista. Lo Zar aveva già abdicato dopo la Rivoluzione di Febbraio, cedendo il posto a un governo provvisorio che aveva proclamato la repubblica e convocato un’Assemblea Costituente. Il colpo di stato bolscevico servì a sostituirsi a quel governo provvisorio e così controllare l’Assemblea, dove però i comunisti – per scelta del voto popolare – si trovarono in minoranza. A quel punto i bolscevichi dissolsero l’Assemblea con la forza, dando il via a una guerra civile che fece, tra morti e feriti, intorno ai 10 milioni di vittime.

Non pago di aver cancellato l’Assemblea democraticamente eletta, Lenin non accettò nemmeno il responso delle elezioni per i suoi “Soviet” (“Consigli”) dei lavoratori e dei contadini. Anche qui, pur avendo messo al bando i partiti “borghesi” e confrontandosi con un elettorato congeniale, voti alla mano i bolscevichi furono messi in minoranza dai socialisti più moderati (menscevichi) o non marxisti (socialisti rivoluzionari). La risposta di Lenin fu quella di sciogliere i Consigli in cui i suoi erano in minoranza. Da allora l’elezione dei Soviet e del Congresso dei Soviet (il parlamento sovietico) fu costantemente controllata e manipolata dai bolscevichi, cancellando ogni barlume di democrazia che non fosse meramente formale.

Perseguitare gli oppositori politici

Mussolini e i fascisti fecero ampio ricorso a violenze e repressioni contro gli oppositori. Oltre agli omicidi illustri (Matteotti, Rosselli ecc.), il regime creò un Tribunale speciale che in vent’anni condannò più di 4500 persone e fece eseguire 31 condanne a morte. Nell’ordine delle decine di migliaia furono gli oppositori spediti in carcere o al confino.

Lenin invece come trattò gli oppositori? Dopo la presa del potere, scatenò il cosiddetto “Terrore Rosso”, condotto dalla sua polizia politica, la Čeka. Essa altro non era che la continuazione della Ochrana zarista; ma, mentre quest’ultima poteva contare sì e no su 15.000 effettivi, i “cechisti” erano centinaia di migliaia. Il numero delle vittime si alzò proporzionalmente: nei quattro anni che durò il Terrore Rosso gli uccisi furono almeno nell’ordine delle decine di migliaia, più probabilmente delle centinaia di migliaia. Ben documentato è anche il ricorso sistematico alla tortura e il frequente compimento di atrocità: tra gli abomini attribuiti ai “pretoriani” di Lenin ci sono crocifissioni (in genere riservate ai religiosi), impalamenti, roghi, scorticamenti e altri raccapriccianti metodi per rendere il più dolorosa possibile l’uccisione delle vittime. A finire nelle mani della Čeka non erano solo oppositori attivi, ma anche preti, renitenti alla leva e lavoratori che non riuscivano a soddisfare le quote di produzione imposte dai comunisti.

Il ruolo di Lenin nell’eccidio è di primo piano. Non solo fu lui a scatenare il Terrore Rosso, ma attivamente aizzò la Čeka contro il popolo. Ad esempio, possediamo un suo telegramma dell’11 agosto 1918, indirizzato alle autorità comuniste di Penza dove da poco era stata sedata una rivolta contadina contro le requisizioni, in cui Lenin chiede: “Impiccate (assolutamente impiccate, sotto gli occhi della popolazione) non meno di un centinaio di noti proprietari terrieri, ricconi e parassiti”. Gli storici hanno anche appurato che Lenin visionava personalmente gli elenchi di intellettuali da deportare in Siberia.

LEGGI ANCHE  CAPOZZI | A Hong Kong il vero volto della Cina
Aprire campi di concentramento

Sotto il fascismo furono aperti campi di concentramento tanto nel territorio nazionale quanto nelle colonie o nelle zone occupate durante la guerra.

In URSS, è a Lenin che si deve l’apertura, nell’aprile del 1919, dei campi di concentramento affidati a un’apposita amministrazione, cui diede il tristemente noto acronimo GULAG. Stalin si limitò ad ereditare ed espandere questo sistema, escogitato e implementato dal suo predecessore. Alla fine, numerosi milioni di persone sarebbero passati per i campi: almeno un milione e mezzo non ve ne avrebbero mai fatto ritorno (ma siccome era pratica comune quella di liberare i prigionieri quando le loro condizioni di salute si facevano critiche, alcuni storici elevano la stima fino a sei milioni di morti). Sebbene solo una minoranza di vittime occorse sotto Lenin, decine di migliaia di deportazioni avvennero sotto il suo comando.

Sterminio etno-religioso

Una delle azioni più odiose di Mussolini fu l’emanazione delle leggi razziali, che andavano fondamentalmente a colpire gli ebrei. Fuori dai confini nazionali, la repressione di moti indipendentisti costò la vita a numerosi libici, etiopi e slavi.

Lenin, dal canto suo, nel 1922 ordinò l’uccisione di tutti i preti considerati ostili al bolscevismo: 20.000 caddero sotto i colpi della Čeka – per lo più pope ortodossi, ma non sfuggirono alla persecuzione nemmeno preti e suore cattolici, imam e rabbini. Un gran numero di chiese, sinagoghe e moschee fu raso al suolo. Professare una religione esponeva al rischio di rappresaglia da parte del potere ideologicamente ateo.

A livello etnico, le principali vittime di Lenin furono invece i cosacchi del Don e del Kuban. Particolarmente ritrosi ad accettare la dittatura comunista, furono fatti oggetto di una repressione sanguinosa, che non è esagerazione definire come un genocidio: Lenin fece uccidere forse fino a un terzo del milione e mezzo di cosacchi che abitavano l’ex impero zarista.

Guerre espansionistiche

Se a Mussolini si imputa di aver invaso l’Etiopia e poi schierato l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, nemmeno Lenin può essere considerato un “pacifista”. Oltre a provocare e combattere una sanguinosa guerra civile per il controllo della Russia, Lenin spinse l’Armata Rossa a occupare altre nazioni, già parte dell’Impero zarista ma ormai resesi indipendenti: è il caso in particolare dell’Ucraina, riportata a forza sotto l’egida di Mosca. Curioso che proprio in questo periodo, gli stessi che condannano l’invasione ordinata da Putin perdonino la stessa cosa fatta in passato da Lenin. Il capo dei comunisti russi riuscì anche a occupare per un breve periodo Estonia, Lituania e Lettonia: in tutti e tre i Paesi impose un regime dittatoriale e terroristico, con vari massacri, prima di esserne scacciato.

Aggravare una rovinosa carestia
bambini carestia russia

Bambini russi durante la carestia del 1921-22. Lenin ordinò di proseguire con la requisizione del grano per esportarlo.

Mussolini è accusato di aver provocato una carestia in Grecia durante il regime d’occupazione. Di certo Lenin presiedette alla gravissima carestia del 1920-21 e, a detta di tutti i commentatori (salvo qualche stramboide comunista), gestì così male (o malvagiamente) la situazione da renderla apocalittica. Cinque milioni di morti è il bilancio che gli storici danno di quella carestia. Lenin continuò a pretendere le onerose requisizioni di grano ai contadini, grano che spesso serviva ad essere esportato per rimpinguare le casse dei bolscevichi; inoltre ritardò l’arrivo degli aiuti umanitari offerti dagli USA. Per nulla impressionato dall’ecatombe, Lenin (come si legge in una sua lettera al Politburo) pensò che quella fosse l’occasione buona per procedere all’espropriazione dei beni ecclesiastici, perché “solo in un momento di fame disperata …. possiamo ottenere l’approvazione dei contadini”.

Conclusione

Lenin fu un dittatore spietato e sanguinario. Tutto ciò che si può imputare a Mussolini si può imputarlo anche a lui. Se è vero che Lenin compì i propri delitti in Russia e non in Italia, è insensato usare quest’argomento per giustificare che si ne fa seguace e apologeta nel nostro Paese. Un genocidio è condonabile se avviene lontano dai nostri occhi? Particolarmente eccentrico, poi, che un simile “ragionamento” provenga da globalisti secondo cui i confini non esistono e saremmo tutti “cittadini del mondo”.

In definitiva, chi oggi difende Lenin o esibisce un’ignoranza abissale, o è un apologeta di crimini atroci e vasti e, come tale, andrebbe trattato.

+ post

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.