di Lorenzo Bernasconi

Il dibattito sullo ius scholae

Il tema dello ius scholae infiamma il dibattito politico italiano, con la Sinistra che ne ha fatto una bandiera e la Destra che promette barricate.

I dem, da un lato, insistono nel presentare come rappresentativi quelli che sono in realtà dei casi limite, ossia situazioni in cui a un ragazzo perfettamente integrato risulta impossibile, per ragioni burocratiche, acquisire la cittadinanza italiana in tempi ragionevoli. A destra, dall’altro, si tende a sottolineare le conseguenze nefaste di una concessione quasi automatica della cittadinanza italiana a una platea immensa di immigrati di prima o seconda generazione, non di rado protagonisti di fatti di cronaca nera (vedasi le recenti molestie di gruppo a Peschiera del Garda).

Nessuno, però, sembra particolarmente propenso ad affrontare il nodo cruciale dello ius scholae, che si può riassumere in una semplice domanda: il completamento di un ciclo scolastico quinquennale è sufficiente a garantire che una persona si sia integrata e che la sua naturalizzazione comporti un beneficio per il nostro Paese?

Il dilemma della scuola: preparare o educare?

Nel tentativo di rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro e chiederci innanzitutto quale sia, in Italia, la funzione della scuola: cioè se essa abbia primariamente il compito di preparare i ragazzi a una vita da cittadini consapevoli, oppure quello di educare coloro che saranno i cittadini di domani.

Non si tratta di una distinzione meramente lessicale: preparare significa infatti fornire degli strumenti (in questo caso delle conoscenze e delle competenze) che lo studente potrà utilizzare per elaborare autonomamente una propria visione del mondo e della società. Educare, al contrario, implica trasmettere ai ragazzi, in una fase in cui sono ancora ricettivi e “plasmabili”, una determinata visione del mondo e un dato set di valori. cui essi sono tenuti in linea di principio ad aderire e rispetto ai quali ogni deviazione è giudicata e sanzionata come, per l’appunto, un comportamento deviante.

La scuola “preparatoria” italiana

Dopo lo shock del ventennio mussoliniano, in cui la scuola era stata trasformata in un vivaio ove coltivare giovani fascisti, la neonata repubblica italiana sembrò indirizzarsi verso un modello differente, riservando alla famiglia il ruolo – per dirlo in termini moderni – di agenzia educativa primaria per quanto concerne la morale e l’educazione alla cittadinanza. La scuola italiana invece, pur conservando alcuni dei tratti che l’avevano caratterizzata nei decenni precedenti (come l’enfasi sulla disciplina e una certa propensione al nozionismo), si concentrò sul fornire agli studenti il bagaglio di conoscenze e competenze necessario per accedere al mondo del lavoro e contribuire alla rinascita economica del Paese.

Specialmente a partire dal ’68, com’è noto, scuola e università divennero sempre più luoghi di dibattito politico, anche aspro; ciononostante, almeno formalmente, gli insegnanti rimasero pur sempre tenuti a mostrarsi per quanto possibile neutrali nei confronti dei grandi temi politici e valoriali, facendosi testimoni, questo sì, dei “valori” fondamentali della democrazia, ma solo nella misura in cui detti valori civici attengano al come porsi all’interno del dibattito democratico (rispetto della libertà di pensiero e di parola, disponibilità all’ascolto delle ragioni altrui, rifiuto della violenza ecc.) e non al cosa sia lecito pensare o affermare.

Per quanto riguardava l’insegnamento dei valori cosiddetti morali, si continuò infatti a fare affidamento in buona sostanza sulla famiglia e su altre realtà educative (oratorio, gruppi scout ecc.): una scelta che, da un lato, sicuramente comporta una maggiore disomogeneità educativa, ma dall’altro costituisce un’efficace barriera contro il rischio di eventuali nuove forme di indottrinamento di massa dei ragazzi.

Il piano della Sinistra: “educare” nuovi cittadini

Ora, appare chiaro come, in quest’ottica, frequentare per 5 anni (o foss’anche per 10) un istituto scolastico italiano fornirà sì gli strumenti intellettuali necessari a districarsi all’interno di una società complessa come la nostra, e tuttavia non potrà affatto garantire che lo studente si sia effettivamente integrato in questo Paese, giacché l’integrazione consiste in buona parte nell’adesione spontanea e convinta a un determinato quadro culturale e valoriale che non è oggetto di studio, ma viene piuttosto testimoniato e trasmesso nella quotidianità della famiglia.

Possibile che a sinistra nessuno se ne sia reso conto? Niente affatto, anzi: il progetto portato avanti dalla Sinistra italiana è certo criticabile sotto molto aspetti, ma è tutt’altro che ingenuo o incoerente.

Sono anni, infatti, che i media di area libdem portano avanti una campagna di sistematica delegittimazione della famiglia, additata come un istituto ormai superato e una fonte di arretratezza e conflittualità. Parallelamente, crescono le pressioni per “modernizzare” la scuola, trasformandola de facto da luogo di istruzione a luogo di educazione, sottraendo cioè alla famiglia (non più considerata “affidabile”) il compito di trasmettere valori e fornire modelli ai più giovani.

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Da questo punto di vista, se ammettiamo che sia fattibile e opportuno scaricare sulla scuola il compito di insegnare ai nostri figli ciò che è bene e ciò che è male, non sarebbe irragionevole concludere che, dopo un certo numero di anni di frequenza scolastica, un ragazzo possa essere stato “educato” a sufficienza per diventare cittadino italiano.

Il punto, tuttavia, è proprio se attribuire una tale prerogativa alla scuola sia realmente possibile, ma soprattutto se sia saggio e opportuno.

L’indottrinamento ai pretesi “valori condivisi”

Innanzitutto, occorrerebbe chiedersi quali siano i valori e i modelli che la scuola andrebbe a trasmettere alle nuove generazioni. Chiunque abbia figli, nipoti o cuginetti in età scolare non avrà difficoltà a rispondere. È evidente come la Sinistra si stia impegnando da tempo, con un certo successo, per promuovere nelle scuole, sotto le mentite spoglie di “valori condivisi”, i suoi cavalli di battaglia: immigrazionismo, promiscuità e ambiguità sessuale, consumismo sfrenato, liberismo dogmatico.

Più che saper risolvere un’equazione o tradurre Cicerone, sembra che per essere promossi e diventare i cittadini di domani occorra sventolare la bandiera arcobaleno e condividere su Instagram i contenuti di qualche influencer filogovernativo; ma, soprattutto, è fondamentale non esprimere mai critiche o dubbi sulle versioni ufficiali, non contestare mai l’autorità, fidarsi ciecamente dei governi e delle multinazionali. Un’idea di educazione assai inquietante, che avrebbe fatto inorridire la mia prof di Geografia del liceo (alla quale, detto per inciso, va tutta la mia gratitudine per averci fatto scoprire, in un’epoca in cui in Italia non se ne parlava, i lati oscuri e distruttivi della globalizzazione).

La resistenza delle famiglie allogene

Peraltro, anche sul piano della realizzabilità, un simile modello lascia parecchio a desiderare. Se infatti le famiglie italiane, inebetite da anni di campagne mediatiche che le invitano surrettiziamente a delegare l’educazione dei figli alla scuola, e magari timorose di entrare in conflitto con l’autorità scolastica, tendono a farsi da parte e ad accettare più o meno di buon grado questo nuovo approccio educativo, tutt’altro discorso vale per le famiglie di immigrati.

Specialmente per chi arriva da Paesi non occidentali e caratterizzati da culture molto lontane dalla nostra, l’idea di non poter educare i figli secondo i propri valori appare semplicemente assurda: i genitori nigeriani, piuttosto che egiziani o pakistani, continueranno perciò a impartire ai figli un’educazione basata sui valori e le usanze del loro Paese di provenienza, educazione con la quale ben difficilmente la “proposta” educativa della scuola italiana sarà in grado di competere.

Ciò che stiamo costruendo, in buona sostanza, è una scuola che si rivelerà incapace di trasmettere valori “europei” ai giovani immigrati, ma che in compenso risulterà abilissima nell’indottrinare i ragazzi autoctoni fino a farli diventare degli adulti docili, sottomessi, del tutto alieni alla critica o alla ribellione.

Salvare la scuola pubblica

Per queste ragioni ritengo che lo stop, quantomeno momentaneo, allo ius scholae sia un fatto positivo, ma secondario; la vera battaglia è quella per salvare la scuola pubblica, o quel che ne rimane, dalle grinfie di chi la sta trasformando nella versione arcobaleno e politicamente correttissima dell’Opera nazionale Balilla. I nostri figli meritano di conoscere Eschilo, Leopardi e Kant; meritano una scuola che apra i loro orizzonti al di là dell’ultimo disco di Fedez o dell’ultimo video di Elettra Lamborghini.

E, naturalmente, meritano di conoscere anche Marx: così potranno farsi un’idea di ciò che il padre nobile della sinistra penserebbe di Letta e dei vari Calenda, Renzi, Speranza e compagnia cantante…

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.