di Daniele Scalea

E se la parata militare del 2 giugno fosse spostata al 4 novembre? C’è più di una ragione che giustificherebbe lo spostamento.

Innanzi tutto, la ricorrenza del 2 giugno non ha attinenza con le Forze Armate e la loro storia. Come noto, il 2 giugno si celebra la fine della monarchia e l’inizio della repubblica, che fu deciso per mezzo di un referendum popolare. Il 4 novembre, invece, è anniversario della più grande vittoria militare della storia moderna italiana (quella nella Prima Guerra Mondiale, che per noi fu anche il culmine delle Guerre d’Indipendenza).

Il 4 novembre è già riconosciuto come Giornata delle Forze Armate e fino al 1976 era festività nazionale. Malgrado una modesta “riscoperta” di questa celebrazione, essa rimane oggi ancora molto sotto tono, poiché non gradita alla cultura dominante che è anti-nazionale e anti-patriottica. Tenervi la parata militare avrebbe un enorme effetto di rilancio della celebrazione, utile per promuovere una riscoperta del patriottismo tra gli Italiani.

Altre nazioni tengono la parata militare nell’anniversario di una vittoria bellica, com’è del resto logico che avvenga. Il caso più famoso è quello russo, con la parata del 9 maggio (vittoria della Seconda Guerra Mondiale), ma si potrebbero citare anche Grecia (25 marzo, inizio della rivoluzione contro la dominazione turca) e Turchia (30 agosto, vittoria nella Battaglia di Dumlupınar contro i Greci), per rimanere nella nostra area geografica.

Altre nazioni tengono la parata militare in date che non coincidono con eventi bellici: è il caso della Francia, col 14 luglio in cui si celebra l’inizio della Rivoluzione. Tuttavia, per i Francesi il 14 luglio è anche la festa nazionale. Lo stesso non si può dire per l’Italia col 2 giugno, poiché la nostra festa nazionale cade il 25 aprile. Ma il 25 aprile è una data di cui si è impossessata – anche per fondate ragioni storiche – una precisa parte politica, quella comunista e post-comunista, che per sua natura è anti-militarista. Nessuno riuscirebbe a immaginarsi una parata militare in mezzo alle bandiere rosse che di solito popolano le manifestazioni del 25 aprile.

Spostare la parata dal 2 giugno al 4 novembre, significherebbe anche ridare piena dignità e ruolo di protagonista alla sua dimensione militare. Con la scusa che il 2 giugno non si celebrano le Forze Armate né una vittoria bellica, ma la forma di governo dello Stato, la parata è stata progressivamente “annacquata”, aggiungendo ai reparti militari la sfilata dei sindaci, della protezione civile, del servizio civile, delle forze dell’ordine, quest’anno persino del personale medico-sanitario. Considerando che giugno è anche il mese dello “orgoglio LGBTQ”, non passeranno molti anni prima che a sfilare siano chiamate pure rappresentanze dei vari orientamenti sessuali “non canonici”. Del resto, era solo il 2019 quando la Ministra della Difesa e il Presidente della Camera, senza motivo alcuno, dedicavano la festa del 2 giugno a “rom, migranti e sinti”.

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In coda a tutte queste ragioni, ce n’è infine una molto pragmatica. Per la preparazione delle tribune, è da tre settimane che la circolazione anche pedonale su Via dei Fori Imperiali è seriamente compromessa. In un periodo in cui a Roma si è già nel vivo della stagione turistica, i visitatori sono incanalati in stretti passaggi transennati, impediti a vedere alcune delle attrazioni di questa via tra le più famose del mondo. E ciò non per un giorno, ma per settimane intere. A fine ottobre e inizio novembre si è invece ormai in bassa stagione per il turismo e l’impatto sarebbe ridotto. Certo: il rischio pioggia sarebbe più elevato, ma in compenso si godrebbe di una temperatura più mite.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.