di Fabio Bozzo

La superiorità occidentale nella guerra

Dall’inizio del ‘700 in avanti gli eserciti occidentali si sono dimostrati quasi imbattibili negli scontri in campo aperto contro le forze delle altre civiltà, comprese quelle oggettivamente evolute come l’islamica e le estremo orientali. Certo gli scivoloni da parte degli europei e dei nordamericani non sono mancati: basti pensare a Little Bighorn contro i pellerossa, ad Isandwana contro gli zulu o ad Adua contro gli etiopi. Ma il fatto stesso che tali battaglie siano divenute celebri dimostra che si trattò di incidenti storici, nei quali furono più gli Occidentali a perdere per eccesso di confidenza che i nostri avversari a vincere per abilità (il coraggio invece non gli mancò mai).

Le ragioni della superiorità militare dell’Occidente sul resto del mondo (superiorità che in parte perdura tutt’oggi) sono molteplici e spaziano dalla cultura alla scienza, passando per la filosofia. Militarmente quelle che balzano di più agli occhi sono il maggior progresso tecnologico dell’Occidente e la sua maggior scientificità nell’affrontare l’Arte della Guerra. Sul perché questi traguardi siano stati raggiunti dagli europei e dai loro discendenti trapiantati nei vari continenti, piuttosto che da altre civiltà, si possono scrivere interi volumi, ma non è su questo che dobbiamo concentrarci.

Il punto è che dalla battaglia di Vienna del 1683 (e in mare anche da prima) diventano assai poche le battaglie campali che europei e nordamericani sono andati a perdere contro il resto del mondo. Gli stessi turchi ottomani, a lungo considerati invincibili, da quella data in poi diventarono poco più che valorosa carne da cannone contro gli eserciti austriaci o russi, tanto che il loro impero riuscì a sopravvivere fino alla Prima Guerra Mondiale principalmente grazie all’incapacità degli europei stessi d’accordarsi sulla spartizione delle sue spoglie.

L’espediente della guerriglia

La principale conseguenza della superiorità bellica dell’Occidente è stata di lasciare ai suoi nemici fondamentalmente due sole strategia vincenti: occidentalizzarsi (operazione in cui prima del 1945 solo il Giappone ebbe un buon successo) o combattere con la guerriglia.

Tramite la guerriglia un esercito spezzettato in bande, male armato ed in inferiorità numerica è ed è stato in grado di sconfiggere strategicamente, e più di rado tatticamente, un esercito occidentale con armi d’ultima generazione, ma spesso avente comandanti troppo tradizionalisti o le mani legate politicamente.
Il fattore politico è certamente fondamentale nell’indebolire gli Occidentali; lo dimostra il fatto che la maggior parte delle nostre sconfitte sono avvenute dopo il 1945, cioè da quando la situazione geopolitica mondiale ha creato all’interno dell’Occidente stesso delle potenti quinte colonne ideologiche finalizzate ad impedire ai Paesi dell’Ovest di sviluppare appieno la loro superiorità.

Rara eccezione è Israele: Stato occidentale che, per motivi esistenziali, in guerra come in pace non può permettersi mezze misure, ha continuato a collezionare spettacolari vittorie in situazioni impossibili. Malgrado ciò anche Israele oggi si trova impastoiato in un’incerta “guerra demografica” che si risolverà (piaccia o non piaccia) con l’annientamento o l’espulsione da quel fazzoletto di terra di uno dei due popoli che se lo contendono. Purtroppo la realtà è questa ed è inutile nasconderci dietro le belle speranze.

La guerra di “mezza misura”

Ma sorvolando le pur importanti eccezioni è un fatto che l’Occidente di oggi affronta i suoi nemici con guerre a “mezza misura”, in cui manca la volontà d’annientare il nemico. Questa assurda situazione ha prodotto una sorta di reciproca guerriglia tattico-strategica tra l’Occidente ed i suoi nemici extraoccidentali.

In breve: uno o più Paesi occidentali attuano un intervento militare in qualche posto sperduto del Terzo Mondo. Il nemico locale, non essendo minimamente in grado di reggere il confronto in campo aperto, ripiega sulla guerriglia tattica, se non altro per guadagnare tempo. A quel punto agli Occidentali viene progressivamente meno la volontà politica di impegnarsi abbastanza a lungo o con metodi sufficientemente brutali da garantire l’annientamento del nemico. Così facendo trasformano il loro intervento in un’incursione temporalmente più o meno lunga, cioè una “guerriglia strategica”. Fino all’esaurimento delle forze morali e all’abbandono del campo. Per poi tornare in un posto vicino, o addirittura nello stesso, e riandarsene nuovamente. Persino la missione in Afghanistan, durata per ben vent’anni, alla fine si è conclusa con la fuga degli Occidentali, per i quali oggi la sconfitta è moralmente preferibile ai metodi con i quali Giulio Cesare conquistò ed avvio la romanizzazione della Gallia.

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Questa situazione va sicuramente a svantaggio dell’Occidente, che infatti ogni volta ottiene una serie di brillanti vittorie tattiche, ma alla fine rimedia delle sconfitte strategiche, in quanto il controllo del territorio torna al nemico che per quanto indebolito non è stato distrutto.

Il risultato? Dal 1945 ad oggi l’Occidente ha perso posizioni su posizioni pur vincendo battaglie su battaglie e, poiché questo percorso non sembra voler cambiar tendenza, si rischia, se la ritirata continua, di buttare alle ortiche il trionfo geopolitico occidentale avvenuto con la vittoria nella Guerra Fredda.

Mogadiscio e Vietnam

Per concludere ricordiamo due esempi di reciproca guerriglia tattico-strategica.
Il primo è stato una scontro ridotto, ossia la Battaglia di Mogadiscio del 3-4 ottobre 1993, avvenuta nel contesto dell’intervento ONU in Somalia. In tale combattimento gli statunitensi sconfissero sul campo le milizie del signore della guerra Aidid uccidendogli circa 1000 miliziani. Ma l’opinione pubblica americana non tollerò la perdita di 19 propri soldati e le forze ONU dovettero fare le valige. Aidid poté vantarsi d’aver sconfitto gli Americani, e in fin dei conti non aveva tutti torti.

Il secondo esempio invece è molto più imponente: la Guerra del Vietnam. In tale conflitto gli USA ed alcuni alleati intervennero massicciamente, ma legatissimi politicamente, per evitare il crollo dell’inaffidabile alleato sudvietnamita. Per ben 10 anni le forze occidentali tennero sotto torchio quelle comuniste infliggendogli pesanti sconfitte tattiche e perdite disastrose (oltre un milione di morti tra i comunisti a fronte di 58.226 americani). Ma dopo 10 anni l’opinione pubblica USA si stancò dell’infinito mezzo intervento vietnamita (e diamole torto…) obbligando il proprio Governo al disimpegno. Col risultato che l’Occidente subì una sconfitta strategica grave seppur non disastrosa ed una sconfitta politica (quella sì) a dir poco devastante.

Ma soprattutto quella guerra finì con un’immagine cui l’Occidente s’è sempre più abituato: vedere i propri soldati e diplomatici scappare a gambe levate pur avendole suonate di santa ragione in battaglia ai propri nemici non occidentali.

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Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).