di Lorenzo Bernasconi

Arrivo

Non sono molti gli stranieri che atterrano a Kiev in questo periodo: ce ne si accorge in fretta una volta sbarcati all’aeroporto internazionale di Borispol.

In dogana le uniche – poche – domande riguardano il rischio covid: nessuno chiede cosa tu sia venuto a fare o dove alloggerai, hanno altro a cui pensare. Arrivo a Kiev in serata, sotto una pioggia leggera, proprio mentre la NATO evacua il suo personale dalla città. La radio trasmette musica allegra, sia locale sia internazionale, il traffico è abbastanza intenso ma il tassista ammette che c’è incertezza nell’aria e che la gente è spaventata.

Primo giorno

La città appare semi-vuota, con traffico moderato e pochi passanti.

Il sabato mattina la città si sveglia sotto una coltre di nubi. Tira un vento gelido che ghiaccia le ossa nonostante i vari strati di vestiti: per essere una capitale che ospita quasi 3 milioni di abitanti, Kiev appare spaventosamente vuota. I pochi passanti vanno di fretta ed evitano di incrociare gli sguardi, nessuno fa caso a me, forse per via del colorito pallido e degli abiti scuri che mi permettono di confondermi facilmente tra gli autoctoni. Ogni qualvolta entro in un bar o in un negozio, vengo accolto con un saluto nella lingua locale, e non posso fare a meno di notare la sorpresa di camerieri e commesse nel sentirsi rispondere in inglese: di questi tempi non girano molti occidentali a Kiev. Tra i più giovani qualcuno parla un inglese discreto, ma non appena tento di abbozzare una domanda sulla crisi con la Russia la risposta è sempre la medesima: “Sorry, I don’t speak English very well”. L’impronta dell’URSS è evidentemente ancora forte: parlare di politica con chi non si conosce, qui, è a tutt’oggi considerato pericoloso, o quantomeno inopportuno.

In centro si vede qualche militare in divisa e alcuni poliziotti con armi automatiche a protezione dei siti sensibili, ma nel complesso lo scenario non è diverso da ciò che si può trovare in una qualsiasi capitale europea; solo il pessimo stato di conservazione degli edifici e il parco auto che, in buona parte, sembra provenire da un’altra epoca, mi ricordano lo stato di profonda depressione dell’economia ucraina. Grandi assenti, anche oggi, i cittadini di Kiev: il traffico veicolare è moderatamente intenso, ma marciapiedi e negozi appaiono desolatamente vuoti, in rapporto al numero di residenti della capitale ucraina.

Nel complesso museale intorno alla cattedrale di Santa Sofia, in pieno centro, sono l’unico visitatore: solo verso la fine della mia permanenza incrocio una ragazza e un’anziana coppia, tutti del luogo a giudicare dalla parlata. Sul libro in cui i visitatori del polo culturale lasciano messaggi e commenti, le ultime tracce del passaggio di qualche occidentale – due turisti inglesi e un belga – risalgono ai primi di gennaio, un mese e mezzo fa.

A Piazza dell’Indipendenza è in corso una piccola manifestazione patriottica, non più di 30 persone: il grosso dei passanti sembra del tutto indifferente, ma l’evento ha richiamato parecchi giornalisti e cameramen. Alcuni volontari, muniti di tesserino identificativo, mi chiedono un contributo per i soldati che combattono contro i russi. Non riesco a capire se si riferiscano all’esercito regolare o a qualche milizia, ma il tutto si svolge sotto l’occhio dei militari in divisa e dei poliziotti – non molti, in realtà – che presidiano la piazza. Alle 13 in punto, un altoparlante montato su un lampione antistante la piazza diffonde per qualche minuto l’inno nazionale.

Nel frattempo, le notizie di scontri e lancio di ordigni – ad opera dei russi, secondo le autorità ucraine, e ad opera dell’esercito ucraino secondo la versione di Mosca – nelle aree di Luhansk e Donetsk alzano ulteriormente il livello di allerta.

Gli esperti locali che avevo intenzione di incontrare, rintracciati grazie all’aiuto di una vasta rete di conoscenze tra analisti politici e ricercatori sparsi per mezza Europa, hanno tutti lasciato Kiev – e parecchi anche il Paese – in gran fretta, vanificando le mie speranze di qualche chiacchierata vis-à-vis per avere informazioni di prima mano. Mi consolo con una cena in un pub alla moda in pieno centro a Kiev, Le cosmopolite: è sabato sera ma, in due ore di permanenza, entrano solo 4 avventori, me compreso. Il personale del locale mi conferma quanto ciò non sia assolutamente normale e tuttavia, appena provo a chiedere se sia dovuto alla crisi tra il loro paese e la Russia, l’unica risposta che ottengo è il solito: “My English is very bad, I don’t understand”. Fino a un minuto prima, naturalmente, parlavano tutte un inglese più che accettabile.

Rientrando in hotel incrocio una ragazza che parla in inglese al telefono con un forte accento slavo: dal brandello di conversazione che riesco a cogliere, capisco che sta cercando un modo per volare in Germania, ha paura di restare bloccata qui. La sensazione di essere uno dei pochissimi occidentali rimasti a Kiev si fa sempre più forte.

Secondo giorno

La domenica mattina mi avvio verso il centro città sotto un sole pallido, cercando di ignorare le continue folate di vento gelido. A Piazza dell’indipendenza (nota per il cosiddetto “Euromaidan” del 2013) c’è gente (non tantissima, a occhio 200-300 persone): è in corso una manifestazione in memoria dei caduti ucraini nella guerra contro le repubbliche separatiste.

Poche persone si radunano per una commemorazione dei caduti.

Le foto dei militari caduti in servizio sono allineate lungo il viale; la madre di un soldato diciottenne morto in guerra tiene un discorso davanti alla folla e ai media nazionali e stranieri. C’è chi porta fiori, chi indossa abiti con i colori della bandiera nazionale, chi si ferma commosso davanti alle fotografie dei caduti. Tuttavia, è impossibile non notare quanto il numero dei partecipanti sia straordinariamente basso per una città che conta quasi 3 milioni di abitanti: sembra che, per la maggioranza dei locali, gli scontri nell’est del Paese siano qualcosa di remoto. Del resto, lo slancio patriottico, qui, sembra riguardare più le autorità che il popolo: in città, va detto, è tutto un tripudio di bandiere coi colori nazionali, ma queste sventolano quasi esclusivamente sugli edifici pubblici; pochissimi negozi, e ancor meno abitazioni private, espongono il drappo con i colori dell’Ucraina.

LEGGI ANCHE  Il nostro totalitarismo "implicito"

Vicino alla piazza incrocio poi uno sparuto gruppetto di volontari che raccoglie fondi per i feriti di guerra: in un inglese molto stentato esprimono una forte ostilità verso la Russia e, soprattutto, verso Putin. Tuttavia, confessano di non aspettarsi un attacco russo alla capitale: secondo loro lo scontro continuerà, come negli anni passati, solo nel territorio conteso delle repubbliche separatiste.

Poco più in là un’altra manifestazione a favore dei combattenti antirussi: si tratta di una decina scarsa di individui, uno dei quali in divisa militare. Provo a rivolgere loro qualche domanda, si mostrano cordiali ma parlano solo ucraino. Incrocio per strada tre giornalisti americani, i primi occidentali che vedo da due giorni.

Nel primo pomeriggio, la città sembra finalmente animarsi. Le strade si popolano di giovani e famiglie, i negozi si riempiono; nelle vie dei negozi e dei ristoranti di lusso, vicino allo stadio olimpico, non posso fare a meno di notare una fila di suv Bmw e Audi top di gamma. C’è persino qualche Maserati nuova di zecca: per i ricchi oligarchi di Kiev, a quanto pare, la domenica è giorno di shopping. È impressionante quanto sia ampia la forbice tra i (pochi) ultraricchi e i (molti) poveri in questo Paese: si tratta di un ulteriore indicatore del pessimo stato di salute della democrazia ucraina e della corruzione dilagante. Le supercar bruciano i semafori e sfrecciano pericolosamente nei vialoni del centro tra le vecchie carrette guidate dalla maggioranza dei locali, sotto lo sguardo incurante dei poliziotti; l’impressione è che, quaggiù, i soldi permettano di fare tutto ciò che si desidera e siano in grado di garantire l’assoluta impunità.

Nazionalisti in piazza per raccogliere fondi.

Sostandomi in aree meno glamour, mi accorgo che, nonostante il freddo, i parchi cittadini sono stati invasi da bambini che corrono, ragazzi che chiacchierano, musicisti di strada, persino qualche anziano che gioca a scacchi; c’è voglia di normalità oggi, non sembra affatto un Paese sull’orlo di una guerra.

Rientro in hotel e riesco a contattare telefonicamente un profondo conoscitore di questa parte di mondo, che viaggia regolarmente per lavoro nei tre grandi Paesi dell’area: Ucraina, Russia e Bielorussia. Parliamo a lungo e, a condizione del più rigoroso anonimato, mi autorizza a riportare i punti salienti della sua analisi. “La Russia non ha alcun interesse ad occupare stabilmente l’intero territorio ucraino” spiega la mia fonte “ai russi interessa solo il Donbass, dove si concentra la minoranza russofona del paese. È quello il vero motivo per cui non accetteranno mai l’adesione dell’Ucraina alla NATO: temono che il governo ucraino possa, un domani, sfruttare l’ombrello della NATO per riconquistare i territori delle repubbliche separatiste senza dover temere una reazione di Mosca”. “Spero ancora in una soluzione diplomatica” prosegue “ma il rischio di un’escalation purtroppo è concreto. L’esercito ucraino sta aumentando la pressione sulle repubbliche separatiste filorusse: se queste verranno invase dalle armate ucraine, chiederanno aiuto alla Russia e Putin non potrà restare a guardare, sarebbe la fine della sua carriera politica. Putin reagirà, e c’è il rischio che possa ripetersi, su scala maggiore, quanto accaduto in Georgia nel 2008 con la crisi dell’Ossezia del Sud. I carri armati russi potrebbero entrare in Ucraina e persino arrivare a Kiev, non certo per occuparla in modo permanente, ma per assestare all’Ucraina e alla sua fragile economia un colpo talmente duro da indurla a rinunciare definitivamente a una effettiva riannessione delle repubbliche separatiste del Donbass”.

Nel frattempo, i media continuano a riportare notizie di scontri con morti e feriti nelle suddette repubbliche, ma questo non sembra preoccupare più di tanto i cittadini di Kiev: i giovani affollano ristoranti e pub, qualche adulto porta a spasso il cane, non si avvertono particolari segni di nervosismo.

Terzo giorno

Lunedì mattina torno in Piazza dell’Indipendenza, fulcro della politica di piazza in questo Paese, ma non c’è quasi nessuno. Mi concedo una passeggiata in un parco non lontano, tutto appare tranquillo; alle 13, come ogni giorno, dal solito altoparlante risuonano le note dell’inno nazionale, ma i passanti non sembrano farci caso.

Tempo di partire: un simpatico tassista con la passione per il metal mi accompagna in aeroporto sulle note di un brano dei Rammstein. In aeroporto, una troupe di una tv ceca intervista gli stranieri in partenza, per poi salire in tutta fretta su un volo diretto a Praga. Acquisto un paio di bottiglie al duty free e mi imbarco anch’io, destinazione Milano.

Analisi

Di questa breve esperienza in terra ucraina, che mi ha regalato più domande che risposte, porto con me la consapevolezza di come l’estremo oriente d’Europa sia un mondo complesso e, per molti aspetti, arduo da comprendere per noi occidentali. Ho imparato che la realtà di qui è molto più sfumata di quanto la dipingano i media di casa nostra, che i movimenti nazionalisti cui viene dato moltissimo risalto dalla stampa nostrana non sono, in concreto, quei fenomeni di massa che ci si aspetterebbe, e che la stragrande maggioranza della popolazione vuole solo vivere la propria vita e dalla politica preferisce tenersi alla larga. Sarebbe interessante, in un’altra occasione, cercare di capire meglio il perché.

Purtroppo, insieme a parecchi interrogativi e spunti di riflessione, porto a casa con me anche la spiacevole sensazione che, a dispetto della volontà della popolazione di vivere per quanto possibile in pace, per via delle scelte miopi del governo locale e dei suoi alleati, da un lato, e della volontà di mostrare i muscoli della Russia dall’altro, per questo Paese difficile e affascinante arriveranno presto tempi molto bui.

+ post

Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.