di Nathan Greppi

Un nuovo libro su Boris Johnson

Tutti i grandi leader inglesi, quando sembravano sulla cresta dell’onda, hanno poi visto la loro carriera finire bruscamente: pur avendo vinto la guerra, Churchill venne subito dopo sconfitto dai laburisti; la Thatcher cadde a causa degli attacchi interni al fronte conservatore per le divergenze sull’Europa; e Tony Blair, dopo aver guidato il paese per un decennio, alla fine viene ricordato principalmente per aver seguito acriticamente Bush nella guerra in Iraq. Su questa scia sembra inserirsi anche l’attuale premier Boris Johnson che, dopo essere stato il protagonista della Brexit e Primo Ministro dal 2019, ora deve affrontare uno scandalo dietro l’altro.

Ma chi è veramente Boris Johnson? Cosa lo ha portato a governare il Regno Unito in una fase tanto delicata della sua storia, tra l’uscita dall’UE e la pandemia? Quanto la sua politica rappresenta una rottura con il passato e quanto, al contrario, un ritorno a vecchie tradizioni? A queste e altre domande ha cercato di rispondere il giornalista Daniele Meloni nel suo primo libro, Boris Johnson. L’ascesa del leader conservatore e il Regno Unito post Brexit, edito da Historica.

Meloni, che si occupa di politica inglese in particolare per testate online di destra quali “Atlantico Quotidiano” e “L’Occidentale” (e, al contrario, di politica italiana per il sito inglese “Spiked”, tra i media di riferimento per i brexiteers più convinti), tratteggia in quattro sezioni il contesto storico, politico e socioeconomico nel quale si è dovuto muovere Johnson, dagli inizi della sua carriera fino ai giorni nostri. Ogni sezione si conclude con una o due appendici che riepilogano vari nomi e date per collocare cronologicamente tutti i principali eventi storici che hanno preceduto l’elezione di Johnson e la Brexit.

L’ascesa dell’uomo venuto da New York

Nonostante negli ultimi anni si sia presentato come colui che guidava i ceti medio-bassi dell’Inghilterra profonda contro le elite cosmopolite, in realtà Johnson viene dallo stesso mondo che in teoria avversa: nato a New York da una famiglia inglese benestante con origini etniche molto variegate, studiò ad Oxford negli stessi anni in cui tra gli studenti vi era anche David Cameron, il Primo Ministro che perse il referendum sulla Brexit. Già all’università tra i due vi era una certa rivalità, che quasi trent’anni dopo avrebbe coinvolto un’intera nazione.

In seguito, l’Autore illustra i passi che hanno condotto Johnson, dopo una proficua carriera giornalistica, ad essere eletto prima in parlamento e poi sindaco di Londra. E già qui Meloni adotta un approccio almeno parzialmente oggettivo: sebbene in molte pagine traspaia una sua simpatia neanche troppo velata per “BoJo” (come viene spesso soprannominato), riconosce che già al tempo dei primi dibattiti sulla Brexit Johnson non abbia adottato un atteggiamento coerente, rimanendo per molto tempo alquanto vago sulle sue posizioni, per poi presentarsi come il portabandiera del Leave e schierarsi contro il suo stesso leader di partito.

La copertina

Un altro aspetto importante del capitolo riguarda l’inizio: viene spiegato come nel Regno Unito vi sia sempre stata una forte corrente contraria al processo d’integrazione europea, in quanto vedeva il Paese come l’erede dell’Impero e più in generale di una storia diversa da quella del resto del continente. Una corrente che in seno al Partito Conservatore portò a numerose faide interne già ai tempi della Thatcher. Dalla parte opposta, i laburisti hanno sempre fatto fatica ad adottare un atteggiamento univoco sull’Unione Europea: sebbene quelli della City e dei grandi centri urbani fossero prevalentemente per il Remain, l’allora leader Jeremy Corbyn non riusciva a rappresentarli in maniera convinta in quanto erede della vecchia sinistra anticapitalista, che vedeva l’UE come un’unione di affaristi e banchieri e non di popoli.

Meloni descrive poi i vari esponenti di spicco del governo Johnson, tra i quali vi è stato un ricambio continuo e repentino dovuto a dissidi interni, il che ha rappresentato un rischio per la stabilità della nazione in un momento storico tanto delicato.

Un Regno Unito “sovrano” e “globale”

Sia i sostenitori sia gli oppositori della Brexit l’hanno vista come il tentativo dell’ex-impero di rendersi autonomo dall’UE e poter decidere da solo il proprio futuro. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che la decisione di staccarsi dall’Europa sia avvenuta sulla base di puro isolazionismo o sull’illusione di poter praticare l’autarchia. L’obiettivo degli euroscettici non è isolare il Regno Unito dal resto del mondo, ma di uscire da un certo ordine internazionale per entrare in un altro a loro più congeniale.

Ci sono vari fattori da tenere in considerazione: il primo è che, pur essendosi staccati dall’UE, Londra possiede tuttora la più importante borsa del continente, ed è ancora tra le città più all’avanguardia al mondo per investimenti nelle start-up; perciò, vi è la convinzione che almeno la City non rimarrà particolarmente danneggiata sul piano economico.

Un’altra questione riguarda il fatto che il Paese ha sempre mantenuto un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, e più in generale con le ex-colonie di lingua inglese, tanto che già Churchill parlava di tutte queste nazioni come di un’unica grande famiglia. Per tradurre questo legame storico e culturale sul piano economico e geopolitico, Johnson ha voluto far rivivere il progetto del CANZUK (Canada, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito), per creare un’entità internazionale alternativa all’UE dove i britannici condividerebbero tutta una serie di interessi comuni con le loro ex-colonie. Lo spostamento del baricentro verso est, e in particolare verso il Pacifico, avrebbe anche un altro obiettivo: affrontare di petto l’avanzata della Cina nella regione, poiché Johnson ha capito che il dragone cinese rappresenta la grande sfida del nostro tempo.

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Per illustrare meglio gli aspetti legati all’economia e agli scambi commerciali, Meloni propone meticolosamente tutti i dati relativi ai traffici tra il Regno Unito e l’Europa e quelli tra il Regno Unito e i potenziali membri del CANZUK. Sebbene i dati esposti esprimano un certo ottimismo verso la solidità dell’economia britannica, a dispetto delle previsioni apocalittiche dei remainers, l’idea che gli scambi con i Paesi del CANZUK possano compensare del tutto la diminuzione degli scambi con Paesi UE è forse il frutto di un entusiasmo che potrebbe non durare.

Un’arcipelago, tanti nazionalismi

Il nazionalismo inglese non è l’unico ad essere trattato: anche scozzesi, gallesi e irlandesi nel corso del tempo hanno espresso il desiderio di rimarcare la propria identità come diversa da quella della “Perfida Albione”, il che ha portato in più occasioni a rivendicazioni autonomiste che, nel caso degli irlandesi, sono sfociate nella violenza più efferata. Tante storie che stanno riemergendo con forza, dal momento che nel 2016 la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato prevalentemente per restare in Europa. Qui Meloni trascura forse un po’ il Galles, tenuto in poca considerazione in quanto tra le nazioni che formano il Regno Unito è quella con il secessionismo più debole. Eppure, anche capire più a fondo le vicende del popolo gallese avrebbe potuto essere interessante, specialmente per capire meglio cosa ha portato questa terra a votare a maggioranza in favore della Brexit al pari dell’Inghilterra.

Nel libro vengono descritte le varie istituzioni che governano la Scozia e l’Irlanda del Nord, che hanno un certo grado di autonomia per quanto riguarda settori come la sanità e l’istruzione, mentre la difesa e la politica estera vengono gestiti dal governo centrale di Londra. Si parla inoltre delle radici dei loro movimenti secessionisti. Qui va innanzitutto fatta una precisazione, di cui non tutti in Italia sono consapevoli: in Europa non tutti i partiti che rivendicano l’autonomia di entità nazionali o etniche non indipendenti rientrano nell’area di destra. Lo era la vecchia Lega Nord e lo sono i nazionalisti fiamminghi in Belgio, ma nelle isole britanniche le cose stanno diversamente: il Partito Nazionale Scozzese, così come lo Sinn Féin in Irlanda, è da tempo collocato a sinistra, tanto che negli anni ha adottato molte posizioni socialdemocratiche su temi quali l’ambiente, il welfare e i diritti LGBT.

Le ragioni che spingono la Scozia a voler rivendicare maggiore autonomia non sono solo di carattere ideologico: nel Mare del Nord sono presenti enormi giacimenti petroliferi, considerati strategici per l’economia scozzese nonostante si stia da tempo convertendo alle fonti rinnovabili. Un’altra questione geopoliticamente rilevante è il fatto che la Scozia ospita basi militari dove vengono mantenuti numerosi sottomarini dotati di missili nucleari. In caso di separazione della Scozia dal resto del Paese, si ritroverebbero divisi tra il desiderio della Sinistra al potere di cancellare la presenza di armi nucleari e le ripercussioni che questa scelta avrebbe nel caso di un loro probabile ingresso nella NATO.

La lotta alla covid

La politica adottata da Johnson in merito a vaccini e restrizioni è cambiata frequentemente nel corso del tempo: da un primo approccio di non imporre restrizioni è passato a lockdown pesanti dopo che lui stesso è rimasto contagiato e ha seriamente rischiato la vita. Fin dall’inizio ha cercato di risolvere la situazione puntando sulla produzione di vaccini entro i confini del Paese, specialmente attraverso la britannica “AstraZeneca”. In questa situazione, la Brexit ha rappresentato un vantaggio, in quanto avere autonomia decisionale gli ha permesso di agire con maggiore rapidità e fermezza della UE, che ha proceduto più a rilento a causa di una burocrazia lenta e inefficiente.

Conclusioni

Quello di Daniele Meloni non è solo un libro su Boris Johnson; è un affresco convincente delle sfide passate e future del Regno Unito. Grazie a tutta una serie di dati e descrizioni, temi molto complessi vengono resi comprensibili anche ai lettori meno esperti, che vi troveranno una bussola per orientarsi su questioni che, nei prossimi anni, continueranno ad avere un’importanza cruciale non solo per il Paese in sé, ma per il mondo intero.

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Giornalista pubblicista, ha scritto per le testate Mosaico, Cultweek e Il Giornale Off. Membro del Consiglio dell'UGEI (Unione Giovani Ebrei d'Italia). È stato caporedattore di HaTikwa e addetto alle comunicazioni dello US-Italy Global Affairs Forum.