di Giulio Montanaro

L’articolo precedente, su teoria della simulazione e gnosticismo, si chiudeva con l’accenno al ruolo degli Arconti nella letteratura gnostica. Ma chi sono e che ruolo avrebbero giocato nella storia?

Gli Arconti sono descritti nei papiri di Nag Hammadi come gli assistenti del Demiurgo, la divinità ordinatrice del mondo, separata dal Dio supremo. Sono le entità che avrebbero creato l’intero Universo, non solo il nostro mondo. In un recente studio edito nel 2013 da Cambridge Publishing vengono presentati come i “Cosmocrati” (letteralmente “Arconte” sta per “Governante della Realtà”); studio che ci ricorda come nella preghiera dell’Apostolo Paolo di Tarso (testo contenuto nei summenzionati papiri) si trovi menzione di Dio come “di un Dio psichico” e che “l’uomo sia stato formato da esseri inferiori, i governanti materiali, che cercano di modellarlo a loro immagine e quindi lo tengono imprigionato nella materia”.

Vita Aliena

Nel già menzionato (articolo precedente) testo Religione Gnostica, pagina 49, Jonas parla de “L’Alieno” riferendosi ad una citazione che recita: “Nel nome della prima grande forma di vita aliena dai mondi della luce, il sublime che domina su tutti i lavori”. Questa è, dice Jonas, “l’apertura standard delle composizioni mandee, dove Alieno è un costante attributo della Vita, che per sua stessa natura è aliena a questo mondo e sotto certe condizioni aliena all’interno di essa stessa”.

Il mandeismo è l’unica forma di gnosticismo antico che, come ci dice anche la “Treccani”, sia stata “trasmessa sino a noi con continuità di tradizione”. Ha carattere dualista sia sul piano teleologico-cosmogonico (due principi opposti, Luce e Tenebre) sia su quello soteriologico (l’anima deriva dalla luce e, imprigionata dal demiurgo nel corpo, deve tornare al suo principio attraverso un itinerario purificatore). Chi ha confidenza con il simbolismo della ruota, come inteso dall’occultista francese René Guenon, o con l’idea espressa dalla parola sanscrita Samsara, starà molto probabilmente disegnando ulteriori paralleli con la propria immaginazione.

Tornando a Jonas: “La formula citata parla della prima vita che domina su tutti i lavori, che dobbiamo intendere di creazione dell’intero mondo. Il concetto di vita aliena è una delle grandi ed impressionanti parole simbolo che incontriamo nei discorsi gnostici ed è nuova al discorso storico umano in generale fino a quel momento”.

Rupert Sheldrake e la “risonanza morfica”

Il tema è tanto spinoso quanto irriverente dei comuni canoni interpretativi del reale: per alcuni è tema che rasenta l’eresia. Vediamo quindi cosa dice al riguardo l’eretico per antonomasia della Scienza, a detta della BBC che gli dedicò un documentario nel 1993, il biologo inglese Rupert Sheldrake.

Sheldrake (che ha studiato scienze naturali a Cambridge, filosofia ad Harvard; ha conseguito un Ph. D. in biochimica a Cambridge; ed è Fellow del Clare College a Cambridge e Research Fellow della Royal Society) racconta un interessante aneddoto personale durante il suo primo intervento al podcast “London Real TV”.

Nel 1981, pubblica A New Science Of Life. E dire che il testo non sia benvenuto dalla critica scientifica britannica è più che un eufemismo. Esiliato in India, ad Islamabad, Sheldrake viene interrogato dai ricercatori locali, increduli che un biologo appartenente alla Royal Society sia potuto finire confinato là. Sono curiosi, quindi, di comprendere di quale peccato si sia mai macchiato per meritarsi una tale fine.

Sheldrake spiega quindi loro la sua teoria della “Risonanza Morfica”, secondo cui esisterebbe una sorta di memoria collettiva planetaria a cui è collegato lo sviluppo degli organismi biologici ed in virtù della quale i comportamenti degli organismi del passato influenzano gli organismi del presente tramite dirette connessioni spazio-temporali. Un’idea che per certi aspetti assomiglia all’Iperuranio del mondo delle idee del Fedro di Platone o agli archetipi dell’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung. E che gli interlocutori indiani obiettarono appartenere da millenni alla loro tradizione.

A distanza di quasi 20 anni, Sheldrake pubblica The Sense Of Being Stared At (in Italia edito da Feltrinelli con il titolo La Mente Estesa) dove sostiene che le nostre menti ed intenzioni s’estendano oltre i nostri cervelli tramite invisibili connessioni che ci collegano l’un altro, con il mondo attorno ed anche con il futuro. Per Sheldrake è come se, aprendo gli occhi, ci collegassimo ad un wi-fi planetario tramite cui poter apprendere qualsiasi argomento o materia precedentemente appresa da altri organismi; un piano dove intelligenza, intuizione e precognizione si fondono assieme.

L’Animismo

Torniamo ora in Africa, in quella sub-sahariana precristiana per precisione, dove dal IV sec. a.C.. iniziamo a riscontrare le prime testimonianze sull’importanza dei sogni. Gli Aku nigeriani, anche noti come Yoruba, e i Masai kenioti offrono infatti le prime testimonianze di una concezione del reale molto simile al panpsichismo di cui parlerà Platone: l’animismo. Citiamo dalla “Treccani”:

I primitivi attribuiscono un’anima anche agli elementi naturali: i monti, i laghi, i fiumi, il mare, gli alberi, la terra, le stelle, tutto l’Universo è dotato di un anima e spiriti invisibili vegliano sulla natura … il concetto fu elaborato dall’antropologo inglese Sir Edward Bennett Tylor secondo cui l’uomo avrebbe avuto fin dall’inizio, attraverso il sonno ed il delirio, la percezione di un dualismo corpo-anima nel suo stesso essere … che determinò la credenza in un mondo d’esseri invisibili da cui lentamente sarebbe poi venuta una visione più complessa della religiosità.

La farfalla sognante di Zhuang-zi

Qualche mese fa la mia compagna mi ha regalato Zhuang-zi, testo fondamentale del Taoismo, dove con una certa sorpresa ho trovato diversi spunti di riflessione sul tema in oggetto. È il caso del racconto della farfalla sognante di Zhuang-zi. Il testo narra che Zhuang-zi sognò di essere una farfalla che svolazzava leggera e spensierata. Improvvisamente, Zhuang-zi si sveglia, confuso, e si domanda come possa determinare con certezza se lui stesso sia veramente un uomo che ha appena finito di sognare di essere una farfalla o una farfalla che ha appena iniziato a sognare di essere un uomo?

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Le lenti scure, sospese sugli zigomi di Lawrence Fishburne in Matrix tornano a dominare il primo piano della narrazione: “Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?” chiede Morpheus a Neo in quel film.

Il mito della caverna e il panpsichismo platonico

Riapriamo gli occhi e siamo nel cuore della cultura classica. Socrate ci racconta del mito della caverna di Platone, una delle più discusse ipotesi classiche presa dai ricercatori come esempio di rappresentazione della Simulazione. Che Platone sapesse molto delle antiche dottrine orientali non dovrebb’essere fonte di stupore, soprattutto in luce della sua idea di metempsicosi.

Nel Sofista, Platone avanza l’idea (poi definita dallo studioso dell’Università di Padova del 16esimo secolo Francesco Patrizi “panpsichismo”) che “tutte le cose materiali concorrano alla formazione dell’essere e che questo debba esser un fenomeno psichico che riassuma corpo e mente”.

“Cotali occhi, quando non hanno lume d’oro, quasi di stella, non veggono il camino per le tenebre del mondo” scriveva Patrizi in quegli anni. Patrizi era un peripatetico, come lo era Stratone di Lampsaco, allievo di Teofrasto e quindi secondo successore d’Aristotele nella direzione della scuola peripatetica, come ci racconta Diogene Laerzio. Stratone sosteneva che “non può esservi nulla nell’intelletto umano che non sia già stato nei sensi”. Un filosofo che speculava su di un inconscio potere divino che animerebbe il mondo e causerebbe l’origine, la crescita e la fine delle cose.

Patrizi fu contemporaneo di una delle figure tra le più singolari ed interessanti della storia italica: filosofo, scienziato, spia, cospiratore. Un individuo che al tempo metteva a ferro e fuoco credenze ed istituzioni del Belpaese fino a pagar tale scotto… finendo arso vivo in Campo dei Fiori a Roma. Stiamo parlando di Giordano Bruno da Nola. Il quale scrisse che:

L’intero globo, questa stella, non è soggetta a morte e dissoluzione ed annichilimento, essendo ciò impossibile in Natura. Quindi, di tempo in tempo, si rinnova, alterando tutte le sue parti. Non c’è alcun alto o basso, come disse Aristotele, nessuna posizione nello spazio, se non la posizione del corpo relativa agli altri corpi. Ovunque c’è un incessante cambio relativo di posizione attraverso l’universo e l’osservatore è sempre al centro delle cose.

Sembra d’ascoltare gli scienziati cognitivi ed i computer scientists che hanno retro-ingegnerizzato il cervello umano per dar vita ad Intelligenze Artificiali, Realtà Virtuali e permettere quindi l’avvento del recentemente annunciato Metaverse. Il 9 Aprile 2021, Jaron Lanier, padre della realtà virtuale, ha pubblicato assieme ad altri ricercatori di “Microsoft” una ricerca secondo cui l’universo altro non sarebbe che… un’Intelligenza Artificiale autodidatta, in costante aggiornamento ed evoluzione.

La “quantum non-locality”

A dare le prime risultanze scientifiche al riguardo delle supposizioni su cui s’è discettato finora sono stati scienziati come Max Planck, Albert Einstein e Niels Bohr. Un trittico di scienziati ossessionati dall’idea di “risolvere l’ultimo mistero della natura” (Planck) o dalla ricerca del “Grande Vecchio” (Einstein).

La famosa querelle Einstein-Bohr sulla meccanica quantistica fu risolta postumamente a favore di Bohr dal fisico irlandese John Bell con la teoria della “quantum non-locality”. La dimostrazione del teorema di Bell implica che un’esperienza avvenuta nel passato tra due particelle subatomiche crei tra di esse una forma di “connessione” per cui il comportamento di ciascuna delle due condiziona in modo diretto ed istantaneo il comportamento dell’altra a prescindere dalla distanza che c’è tra di esse.

Idea di cui abbiamo già discusso in merito alla “Risonanza Morfica” di Sheldrake e che ora analizzeremo tramite la “lente d’ingrandimento” olografica dei premi Nobel Gabor e Pribram.

L’olografia di Gabor e Pribram

Nel 1948 Gabor pubblicò uno studio su “Nature” intitolato Microscopy by Reconstructed Wave-Fronts, che fu presentato alla Royal Society che lo pubblicò l’anno successivo nei “Proceedings of the Royal Society of London”. Ivi Gabor diceva: “Il nome ologramma non è ingiustificato visto che la fotografia contiene il totale delle informazioni richieste per ricostruire l’oggetto”.

Olografia deriva dal greco Holos (“intero”) e Grafé (“scrittura”) e possiamo tradurla come “registrare tutto”: dall’attività dell’universo a quella del nostro cervello, per dirla con le parole del neurofisiologo Karl H. Pribram. In virtù di ciò, nell’olografia l’informazione visiva globale è distribuita su tutti i punti della lastra. Nello stesso modo accade per la memoria umana, dove i ricordi sono immagazzinati in forma diffusa e delocalizzata simile a quella olografica, e non sono risiedenti in insiemi specifici e localizzati di neuroni, come si pensa nella fisica classica.

Sostenere quindi la tesi per cui siamo degli ologrammi che processano ologrammi, per quanto possa sembrare assurda, parrebbe fondata. Come assurde potranno sembrare le conclusioni di computer scientists e filosofi contemporanei che vedremo nel prossimo e finale contributo sulla Teoria Della Simulazione.

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Debutta come cronista nel 2000 per il gruppo "Il Gazzettino" e collabora nel corso degli anni con diverse testate e riviste. Talent scout ed agente nel settore della musica elettronica, coltiva una profonda passione per storia, filosofia, lingue e tecnologia. Autore del blog “Rethinking Intelligence” su Substack.