di Daniele Scalea

Un’associazione che si occupa di aiutare i pazienti affetti da distrofia di Duchenne (malattia che colpisce nell’infanzia) ha deciso di lanciare una raccolta fondi con una campagna che ha fatto molto discutere di sé. I pubblicitari hanno infatti scelto di far posare alcuni malati, accompagnando i loro ritratti con la scritta: “Poteva andarmi peggio. Potevo nascere…”, seguita da una categoria che viene così indicata al pubblico ludibrio.


Quali categorie sono indicate come a tal punto negative, da essere preferibile – piuttosto che appartenervi – una malattia degenerativa incurabile che costringe fin dall’infanzia sulla sedia a rotelle e provoca la morte prematura, spesso da giovanissimi? La scelta dell’associazione non è ricaduta su “pedofilo”, “stupratore”, “mafioso”, “assassino” o altre categorie indubbiamente degne della massima esecrazione. Ad essere additati sono stati invece “no vax”, “terrapiattisti”, “negazionisti”, “complottisti”, “omofobi”. Vale la pena notare che nel mezzo ci sono persone indubbiamente stravaganti e in errore, ma del tutto innocue, come i “terrapiattisti”, che non si sa bene perché debbano essere paragonati a una pestilenza. Ma anche le altre definizioni, più “minacciose”, sollevano forti perplessità, poiché sono oggi tutti termini usati nella polemica politica, spesso strumentalmente e con accezioni oltremodo ampie.

Il “negazionista” non è più solo colui che nega la Shoah, come negli anni ’80 o ’90: oggi il termine è abusato al punto che si parla di “negazionisti climatici” per chiunque non sia un adoratore della madonnina laica Greta. O è “negazionista del covid” chiunque non ne parli nei termini d’una peste nera trecentesca. Con “no vax” non si definisce più la sparuta minoranza di persone contrarie a tutti i vaccini senza se e senza ma; ormai anche un soggetto pluri-vaccinato, ma che non sia d’accordo con la somministrazione del vaccino anti-covid pure ai lattanti, è classificato come tale. “Omofobo” è, nel linguaggio comune del polemismo di sinistra, chi si opponga ai deliri della teoria gender oppure alle misure liberticide e totalitarie del Ddl Zan. “Complottista” è, invece, colui che non creda ciecamente a quanto raccontato dai media dell’establishment.

Insomma; i promotori di questa raccolta fondi avrebbero potuto benissimo scrivere: “Poteva andarmi peggio. Potevo nascere di destra”. Il senso, traslato nel linguaggio della polemica politica di matrice progressista, sarebbe stato più o meno lo stesso.

Ora: normalmente le persone non sono disponibili a regalare soldi a destra e a manca, ma la beneficenza è una delle motivazioni principali per cui si donano denari a terzi. Le richieste di beneficenza hanno successo perché vi si presenta il malato/handicappato/povero ecc. solo in quanto tale. In tal modo, riducendolo alla sua sfortuna e sofferenza, qualunque essere umano vi si può immedesimare ed essere spinto dall’empatia a dare un aiuto.
Una mamma con un bambino gravemente malato può anche essere – che so – Anna, cui piace “Che tempo che fa” e che simpatizza per il Pd, ovvero Rita che guarda Giordano e vota la Meloni; ma chi richiede la beneficenza la presenta solo come la madre sofferente per ottenere il massimo dell’immedesimazione dall’interlocutore. Quest’ultimo può riempire quel volto dolente con l’anima che più gli aggrada, o semplicemente lasciarlo vuoto: un essere umano generico.

È così che deve essere. Personalizzare non ha senso, perché anche tra i malati e i disabili, esattamente come tra le altre persone, ci sono simpatici e antipatici, buoni e cattivi, di mente aperta o odiatori. Ci sarà anche quello che avvelena i gatti. Persino il pedofilo. Magari uno che se fosse stato in salute avrebbe ammazzato la gente. Io 100 euro li posso dare volentieri al sofferente in quanto tale, ma magari non voglio darli proprio a quel tizio là, quel malato ben preciso, che detesto personalmente.

A che serve dunque ricordare che un malato è anche un individuo, con la sua personalità, le sue idee e le sue predilezioni e idiosincrasie? Una persona cui magari noi stiamo sulle scatole, perché non vogliamo il Green Pass o perché siamo contrari al Ddl Zan. Sarebbe un po’ come il questuante che venisse a dirti: “Dammi un euro, faccia di merda”. Sicuro si fa notare. Sicuro fa parlare di sé. Ma siamo certi che prenderà tanti soldi?

Una campagna come questa fa appello non alla solidarietà per il malato ma all’odio per le categorie stigmatizzate, che sono volutamente ampie e connotabili in chiave politica. Il comunicatore social si sentirà nel giusto, perché avrà sollevato un polverone e generato tanto engagement. Bisogna capire se poi a quei like, dati frettolosamente mentre si naviga su Internet, seguirà la conversion, ossia l’ottenimento dell’obiettivo reale è che la donazione finanziaria.

Chi scrive ha qualche dubbio che ciò avvenga, ma concediamo il beneficio del dubbio. Magari questa campagna di soldi ne tirerà pure su; saranno però soldi sporchi, conquistati sui cattivi sentimenti. Il successo di una simile campagna sarebbe solo lo specchio d’una società marcescente, in cui il vicino odia il vicino e aspetta solo un segnale dal governo per fargli la pelle, o rimanere passivo (e giubilante) mentre le camicie colorate di turno lo accompagnano al campo di concentramento.

Alimentare il clima d’odio intestino è vile. Alimentarsi di questo clima d’odio, riprovevole.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.