di Nathan Greppi

Il recente annuncio che la trattativa Stato-mafia non è mai avvenuta, portando all’assoluzione di diversi politici accusati di crimini mai commessi, è solo l’ultimo di una serie di episodi che evidenziano come in Italia la magistratura sia tutt’altro che imparziale e obiettiva, poiché spesso agisce sulla base di tornaconti personali e giochi di potere. Questa storia è stata recentemente raccontata prima nel libro Il Sistema, scritto a quattro mani dal giornalista Alessandro Sallusti e dall’ex-magistrato Luca Palamara (che ha venduto oltre 300.000 copie), e poi nel suo adattamento teatrale, presentato il 29 e il 30 settembre al Teatro Manzoni di Milano dopo un tour lungo tutta la penisola.

Lo spettacolo, impostato come un monologo teatrale interpretato da Edoardo Sylos Labini e scritto da Angelo Crespi, ripercorre innanzitutto la vita di Palamara: da quando, ancora studente di giurisprudenza, fu testimone di “Mani Pulite” e crebbe con il mito del giudice che diventa una celebrità andando anche in televisione, come Antonio Di Pietro; poi iniziò ad entrare nel cosiddetto “sistema”, ossia quella cerchia formata dalle varie correnti della magistratura politicizzata (e schierata quasi sempre con la Sinistra o i 5 Stelle, mentre la corrente che per i loro standard è “di destra” in realtà fa capo ai renziani), scalandone la gerarchia fino a diventare il più giovane presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e membro del CSM, dal quale venne espulso.

Attraverso la storia del magistrato si vengono a sapere molti fatti poco noti al cittadino italiano medio, oltre a rivelazioni scomode su come nel corso dei decenni il sistema ha avuto un ruolo chiave nel far cadere i governi che non gli piacevano: prima Berlusconi con gli scandali delle ragazze, poi Renzi e Salvini, diversi sotto molti aspetti ma accomunati dal fatto di aver voluto riformare la magistratura. Parallelamente alla narrazione di Sylos Labini, sono stati proiettati su uno schermo vecchi video di telegiornali e immagini tratte da email e messaggi whatsapp di Palamara, che testimoniano come lui e i suoi colleghi hanno tramato dietro le quinte ad esempio andando addosso a Salvini, pur ammettendo che aveva ragione nel modo in cui affrontava la questione dei migranti. Non mancano poi i riferimenti al fatto che molti giornali agiscono di comune accordo con i magistrati, scatenando campagne mediatiche feroci contro i bersagli di turno.

Le vicende narrate sembrano avvicinare Palamara alle figure dei cosiddetti whistleblower: persone che, come l’ex-analista della CIA Edward Snowden, corrono grossi rischi per rivelare verità scomode ai cittadini per smascherare congiure che minacciano la democrazia. Congiure che verrebbero considerate semplici teorie complottiste, se non fosse per le prove e i testimoni oculari.

Sylos Labini si è avvalso sul palco del supporto dell’attore Simone Guarany, che ha preso parte al progetto anche per motivi personali: suo padre, Carlo Guarany, ai tempi di “Mafia Capitale” dovette scontare due anni e sette mesi di carcerazione preventiva, con l’accusa di associazione mafiosa. In seguito, fu assolto in primo grado e poi in Cassazione. Il figlio ha affermato all’agenzia “Agenpress”:

Ho accettato la proposta di prendere parte ad uno spettacolo che racconta la malagiustizia e il sistema, nel quale non conta se sei innocente o meno, conta solo a chi dai o non dai fastidio. Io e la mia famiglia siamo stati vittime dirette di questo sistema e ora con Edoardo Sylos Labini ho deciso di raccontarlo a teatro, perché la cultura deve ripartire da qui, dalla consapevolezza e dalla verità. Il teatro non è morto, ha subito solo una battuta d’arresto, ed è giusto che si parli di verità, di coscienza civile, perché la libertà va sempre difesa.

In conclusione, l’opera portata a teatro dimostra come in Italia esista un blocco di potere che ha arrecato numerosi danni al Paese, avente al centro una magistratura corrotta intorno alla quale orbitano procure, media e partiti. Tuttavia, forse anche per dimostrare di non essere intollerante come loro, alla fine Sylos Labini ha voluto ricordare che ci sono tanti giudici onesti che lavorano in silenzio; e lo ha fatto ricordando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due esempi che andrebbero seguiti nei fatti e non solo a parole.

Giornalista pubblicista, ha scritto per le testate Mosaico, Cultweek e Il Giornale Off. È stato caporedattore di HaTikwa e addetto alle comunicazioni dello US-Italy Global Affairs Forum.