di Stefano Graziosi

È una mezza rivoluzione quella consumatasi all’interno del Partito Repubblicano americano lo scorso 14 maggio. In quella data, i deputati dell’elefantino hanno infatti eletto Elise Stefanik come nuovo presidente della conferenza repubblicana alla Camera: un’elezione avvenuta per sostituire Liz Cheney, sfiduciata appena due giorni prima.

Il senso di questo avvenimento presenta delle implicazioni che affondano le proprie radici nello scontro di potere interno al Partito Repubblicano. E, più nello specifico, si tratta di una vittoria per Donald Trump. Non dobbiamo infatti trascurare che la Cheney non solo avesse votato a favore del secondo impeachment contro l’allora presidente americano, ma anche che – negli ultimi mesi – avesse a più riprese criticato Trump sul piano politico. Un atteggiamento che ha suscitato non solo le dure reazioni del diretto interessato, ma anche le crescenti preoccupazioni della leadership repubblicana alla Camera. Preoccupazioni principalmente dettate dal fatto che, almeno per ora, l’ex presidente americano continui ad essere popolare tra settori significativi dell’elettorato repubblicano.

Del resto, lo scontro tra Trump e Liz Cheney investe una dimensione ben più ampia e complessa di una semplice bega personale: la deputata è diventata il punto di riferimento delle correnti repubblicane più ostili a Trump. Quelle correnti (al momento minoritarie) che, per intenderci, punterebbero a mettere in una sorta di parentesi l’esperienza politica del trumpismo. Un orientamento che – attenzione – non nasce esclusivamente dall’esito delle ultime elezioni presidenziali e dall’irruzione in Campidoglio. Si tratta di una dinamica ben più profonda e strutturale. Come riferito dal sito “Axios” a inizio gennaio, Liz Cheney risulta infatti strettamente legata al potente network di suo padre, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Dick Cheney. Un network che non ha mai granché digerito Trump, soprattutto a causa delle sue critiche alla politica estera di George W. Bush.

In questo senso, la scelta sulla Stefanik è significativa, in quanto si tratta di una trumpista di ferro che ha, tra l’altro, ricevuto l’endorsement dello stesso ex presidente per assumere l’incarico di presidente della conferenza repubblicana alla Camera. Una scelta tuttavia non completamente indolore, visto che il suo nome ha irritato alcune delle aree conservatrici più ortodosse: è bene ricordare, sotto questo punto di vista, che la Stefanik ha talvolta votato contro il suo stesso partito e che da alcuni settori dell’elefantino sia per questo considerata troppo spostata a sinistra, rispetto a una conservatrice “classica” come la Cheney. Si tratta di una situazione soltanto apparentemente paradossale: una situazione spiegabile in due modi. In primo luogo, va sottolineato che la Stefanik rappresenta un distretto dello Stato di New York storicamente democratico. In secondo luogo, più in profondità, è bene sottolineare che – pur contenendo svariate caratteristiche assimilabili al conservatorismo americano – il trumpismo è un fenomeno più complesso e trasversale, che ha accolto anche elementi non direttamente convergenti con la tradizione ideologica reaganiana. È del resto proprio questo trasversalismo che ha permesso a Trump, nel 2016 e nel 2020, di intercettare il voto di alcune galassie elettorali tradizionalmente democratiche (come i colletti blu della Rust Belt).

È quindi evidente che, con il siluramento di Liz Cheney, Trump sia riuscito a confermare il proprio ruolo di “peso massimo” in seno al Partito Repubblicano: un ruolo che farà prevedibilmente valere nelle candidature in vista delle prossime elezioni di metà mandato e delle primarie repubblicane del 2024. Se l’ex presidente esce dunque politicamente rafforzato da questa vicenda, i rischi per lui non mancano. La grande sfida per Trump è infatti, sì, quella di mantenere la presa sul partito. Eppure, al contempo, deve essere in grado di lasciare che l’elefantino respiri, continuando ad allargare la sua base e consentendo un dibattito plurale al suo interno. Trump deve, cioè, evitare di calibrare la linea di questa compagine interamente sulla propria persona e trasformare le prossime competizioni elettorali in un referendum su di sé. Solo così il Partito Repubblicano avrà reali possibilità di vittoria nei prossimi anni.

Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Filosofia politica (Università Cattolica di Milano) con una tesi su Leo Strauss. Si occupa di politica internazionale collaborando con "La Verità" e "Panorama". Il suo ultimo libro è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio (2020), scritto con Daniele Scalea.