di Guglielmo Picchi

Mentre Biden e i Paesi occidentali sembrano muoversi con cautela e incertezza sul dossier iraniano, la Cina invece ha le idee chiarissime e procede spedita, come dimostra la missione a Teheran del ministro degli esteri cinese Wang Yi che aveva lo sbandierato obbiettivo di fornire supporto alla traballante economia iraniana colpita duramente dalle sanzioni americane.

L’esito della missione è stato positivo: Wang Yi e l’omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif, hanno siglato un patto di cooperazione politica, strategica ed economica della durata di 25 anni. L’intesa giunge dopo cinque anni di negoziati: era stata proposta per la prima volta durante una visita a Teheran dal presidente cinese, Xi Jinping, nel gennaio 2016, quando i due presidenti Xi e Rohani avevano concordato una tabella di marcia per investimenti reciproci nei settori dei trasporti, dei porti, dell’energia, dell’industria e dei servizi. L’accordo, non proprio chiarissimo in moltissimi suoi aspetti, dovrebbe prevedere investimenti cinesi per circa 400 miliardi di dollari nei settori dell’energia e delle infrastrutture iraniane. La contropartita di Teheran è l’approvvigionamento di petrolio e gas a prezzi competitivi.

Proprio la Cina è il principale partner commerciale dell’Iran ed è stata uno dei maggiori acquirenti di petrolio iraniano, prima del ripristino delle sanzioni unilaterali americane deciso da Donald Trump dopo l’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare nel 2018. Trump aveva infatti imposto sanzioni economiche durissime per delegittimare il regime degli Ayatollah e far crollare l’economia interna, minando il prezioso export di petrolio che portava valuta pregiata nelle casse dello Stato. Ma, nonostante la crisi economica sia stata complicata dalla crisi sanitaria dovuta al Covid-19, il regime è riuscito a sopravvivere, ricorrendo alla feroce repressione degli oppositori e delle proteste di piazza, e spostando l’asse della politica dai moderati ai falchi.

Gli USA di Biden hanno chiaramente “annunciato” una discontinuità rispetto alla precedente Amministrazione, dichiarando di voler rientrare e dare nuova vita al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) con l’Iran. Ma finora i passi sono stati timidi e nella sostanza confermano l’approccio di Trump, ossia negoziare un accordo più ampio in cui rientri anche la questione nucleare.

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La Cina, d’altronde, non è certo un Paese estraneo al quadrante (è uno dei firmatari del JCPOA insieme a Russia, Germania, Francia e Regno Unito) ma ha sempre evitato di schierarsi; e l’itinerario di Wang, che comprende anche Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Oman, lo conferma. Proprio le esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina, che, attraverso Oman ed Emirati Arabi Uniti, nel corso del 2020 hanno raggiunto il livello record di 19,6 milioni di tonnellate di petrolio (306.000 barili al giorno), potrebbero ricadere nell’ambito delle sanzioni USA. Ma la Cina stessa ha smentito di aver mai ricevuto alcuna segnalazione da parte degli USA su queste importazioni indirette dall’Iran.

L’accordo cinese e le incertezze americane si innestano sulle elezioni presidenziali che si terranno il 18 giugno 2021. Queste elezioni presidenziali segnano alcuni punti di novità rispetto al passato. Se, infatti, tradizionalmente erano stati i conservatori ad essere divisi e non riuscire a proporre una candidatura unificante e di rilievo, questa volta è il campo moderato a non avere un’unità di intenti.

A causa della crisi economica e delle repressioni delle proteste, i conservatori e gli ultraconservatori hanno hanno preso decisamente il sopravvento nel dibattito interno e i nomi di cui si discute come potenziali candidati non sono tra quelli più graditi in Occidente: è il caso dei falchi Hossein Dehghan e Mohsen Rezaei. Il primo è stato ministro della Difesa e consigliere militare di Ali Khamenei, il secondo è stato a capo del Corpo della Guardia della Rivoluzione Islamica (CGRI) ed attualmente è segretario del Consiglio del Discernimento, una potente assemblea amministrativa nominata direttamente dalla Guida Suprema.

Il successo di queste, come di ogni altra candidatura, dipenderà molto dal supporto di personalità chiave del mondo conservatore – come il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e il capo del sistema giudiziario Ebrahim Raisi – e dal gradimento del CGRI, ma più di tutto dall’approvazione della Guida Suprema Khamenei.

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Molti sono gli altri nomi di cui si parla come potenziali candidati: si possono citare l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, l’ex capo della sicurezza nazionale e negoziatore dell’accordo sul nucleare Saeed Jalili, il parlamentare Ali Motahari (cui il Consiglio dei Guardiani aveva impedito di candidarsi nel 2013). Proprio il Consiglio dei Guardiani, l’organo costituzionalmente legittimato a vagliare le candidature alle elezioni presidenziali, ha recentemente fatto filtrare l’orientamento non ostativo a candidature di personalità provenienti dal mondo militare.

Se Dehghan and Rezaei hanno un profilo coerente con questo indirizzo e sembrano favoriti, l’altro nome maggiormente considerato è quello dell’outsider Saeed Mohammad, ex presidente del braccio infrastrutturale del CGRI Khatam al-Anbiya e molto vicino al già ricordato Qalibaf. Così come Mahmoud Ahmedinejad vinse a sorpresa le elezioni presidenziali nel 2005, questa volta potrebbe costituire la sorpresa la candidatura di Mohammad, in grado di superare molti candidati sulla carta più forti e popolari. Nel campo dei riformisti, invece, i tentativi di trovare una candidatura unificante segnano il passo e l’atteggiamento severo del Consiglio dei Guardiani potrebbe allontanare molti potenziali candidati.

In conclusione, a poco più di tre mesi dalle elezioni del 18 giugno possiamo notare che i segnali che provengono da Teheran non sono certo favorevoli o di avvicinamento con gli USA e l’Occidente. Infatti – indipendentemente dai nomi – l’elezione di un candidato conservatore, magari con un background militare, potrebbe portare avanti un’agenda distante e fredda nei rapporti con l’Occidente. I rapporti con la Cina sono invece solidi e l’accordo di cooperazione politica, strategica ed economica è una realtà. L’intento di Biden di rivitalizzazione del JCPOA non segna progressi.

Deputato della Lega, componente della Commissione Affari Esteri alla Camera. Già Sottosegretario agli Affari Esteri nel Governo Conte I. Laureato in Economia (Università di Firenze), Master in Business Administration (Università Bocconi), dirigente di azienda bancaria.