di Chiara Cini

La notizia del golpe in Myanmar è arrivata in Italia soprattutto per il video – diventato virale – della influencer che impartiva la sua lezione di aerobica nel mentre che sullo sfondo, a sua insaputa, si stavano incominciando ad intravedere i militari diretti verso il parlamento. La situazione bimana è ben più drammatica di quanto possa emergere da quel video.

Ancora una volta il volto-simbolo di quanto sta avvenendo nel Paese asiatico è quello di Aung San Suu Kyi, politica 75enne che è stata di nuovo arrestata riportando indietro le lancette dell’orologio della Nazione a più di un decennio fa. Sulla sua figura, infatti, aveva puntato l’Amministrazione Obama per sigillare la sottrazione del Myanmar alla sfera di influenza cinese. È vero che il già Premio Nobel per la pace 1992 non ha brillato nel suo ruolo di Presidente de facto dopo la vittoria delle elezioni del 2015, ma la sua liberazione nel 2010 e la sua stessa presenza avevano dato l’idea che il Myanmar potesse intraprendere un periodo di pacificazione nazionale e di transizione verso la democrazia. In questi anni la sua leadership è stata offuscata dalla mai scomparsa influenza dei militari e dall’aggravamento di situazioni umanitarie interne.

Se il suo potere era già un’anatra zoppa perché i militari hanno deciso di forzare la mano e realizzare questo golpe? La risposta potrebbe avere a che fare con gli appetiti di Pechino, il primo partner commerciale, il quale prima dell’anno 2010 ha sempre appoggiato i generali birmani. Bisogna ricordare che i porti birmani sono parte di quel filo di perle che la Cina ha voluto tessere per dare una proiezione marittima alle sue ambizioni geopolitiche, assicurandosi una rete portuale amica nella prospettiva di una presenza cinese nell’Oceano Indiano. Proprio alla vigilia del golpe il Ministro degli Esteri cinese si era recato in visita a Yangon – la più grande città del Myanmar – promettendo aiuti per uscire dalla pandemia e rilanciare l’economia ma al tempo stesso dimostrandosi fortemente intenzionato a far pesare l’influenza di Pechino nell’ambito delle relazioni con l’ASEAN.

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La partita adesso è difficile, perché è prevedibile che gli Stati Uniti reagiranno e non è escluso che possano arrivare sanzioni. Questo scenario però non farebbe altro che avvicinare ulteriormente i militari golpisti alla Repubblica Popolare, come si è capito anche dalla posizione cinese nel consiglio di sicurezza ONU, con il rifiuto di  dare il via libera ad una condanna netta. Non è un mistero che per il regime comunista cinese il Myanmar sia una sorta di giardino di casa, cruciale per la sua posizione strategica nel Sud-est asiatico e verso l’Oceano Indiano. Pechino quindi seguirà con particolare interesse gli sviluppi successivi del golpe e probabilmente reagirà con disapprovazione di fronte alle manifestazioni popolari, che ricordano quelle di Hong Kong, in corso in questi giorni a sostegno della democrazia.

Consigliere comunale e Vice-presidente del Consiglio Comunale di Cascina. Specializzatasi in lingue internazionali presso l'Università di Pisa.