di Valerio Benedetti

Come tutti sanno, la crisi economica che ha colpito l’Occidente non è iniziata con la pandemia da Covid-19. La Grande recessione era realtà già da una dozzina d’anni, e non mi pare che l’ideologia neoliberale, che ha conquistato l’egemonia culturale negli anni Settanta-Ottanta, abbia saputo fornire risposte adeguate alla crisi. Semmai, ne è stata la causa principale: il mito messianico del “mercato autoregolato”, la liberalizzazione scriteriata del settore finanziario, l’indipendenza della banca centrale dalla politica, il pareggio di bilancio, l’austerità ecc. sono tutti “ideologemi” che non hanno retto alla prova della realtà e, anzi, hanno azzoppato sul nascere ogni tentativo di ripresa.

Di fronte al fallimento conclamato dei “mercati”, insomma, molti pilastri del neoliberalismo sono miseramente crollati. Tanto che ormai si parla sempre più spesso di “post-globalizzazione”, e la Teoria monetaria moderna (Mmt) sta iniziando a farsi strada anche all’interno della cultura mainstream. Ne è prova il successo editoriale de Il mito del deficit, opera dell’economista statunitense Stephanie Kelton da poco tradotta in italiano. Il libro ha finora riscosso consensi bipartisan: è stato recensito positivamente sia da “Repubblica” e “L’Espresso” (cioè i santuari dell’ortodossia globalista), sia da Mario Giordano su “La Verità” e dal sottoscritto su “Il Primato Nazionale”.

A questo proposito, ho letto un articolo, pubblicato su queste colonne, intitolato Non sdoganiamo a destra Stephanie Kelton. Non so bene che cosa si intenda per “destra”, etichetta che a mio parere non ha alcun senso: per rimanere all’ambito economico, esistono tanto una Destra (neo)liberale quanto una Destra sociale, che hanno poco o nulla in comune. Al di là però dell’esortazione rivolta a un vago “noi”, l’articolo citato si fa interprete di un disagio reale, diffuso soprattutto tra alcuni esponenti del liberalismo conservatore. Ne sono riprova i timori per uno scivolamento verso “posizioni di sinistra radicale” e per un cedimento a quello che viene definito un “marxismo mascherato”.

L’articolo, in realtà, nasce come commento alla recensione del libro della Kelton pubblicata su “La Verità”. Naturalmente non è mia intenzione fare l’avvocato di Mario Giordano (che non ne ha certo bisogno), ma ci terrei a fare alcune precisazioni, affinché un eventuale dibattito possa proseguire su temi reali, invece di agitare “argomenti fantoccio”. Senza entrare nel dettaglio, occorre evidenziare una cosa fondamentale: la Teoria monetaria moderna è, appunto, una teoria, non un programma di politica economica. In altri termini, la Mmt ha l’ambizione di spiegare come funziona un bilancio pubblico nell’era delle monete a corso legale (iniziata nel 1971 con la fine di Bretton Woods), e non postula il varo di alcuna tassa patrimoniale, né tantomeno sostiene che non esistano vincoli alla spesa pubblica.

Ovviamente, la Teoria monetaria moderna, come tutte le teorie, deve essere sottoposta al vaglio della critica. Nel frattempo, però, è evidente che la teoria dominante, quella monetarista, è stata abbondantemente sconfessata dagli ultimi eventi. Sia il quantitative easing di Draghi sia il Pepp della Lagarde, senza contare i bazooka monetari di Stati Uniti e altre nazioni sovrane, non hanno provocato alcuna spirale inflattiva. In sintesi, non è vero che l’indice dei prezzi è determinato dalla massa monetaria in circolazione. Di conseguenza, il tanto vituperato deficit non è necessariamente un male, soprattutto in presenza di alti tassi di disoccupazione e di squilibri nella bilancia dei pagamenti. D’altra parte, il problema dell’eurozona è stato finora quello opposto, e cioè la deflazione causata da moderazione salariale, calo degli investimenti, taglio dei servizi, austerity, spending review ecc.

Insomma, qui nessuno dice che la Mmt sia il Verbo rivelato. Ma, si converrà, una discussione in merito è quanto mai necessaria. E, in questo senso, evocare marxismo, cavalli di Troia ed espropri proletari di certo non aiuta.

Valerio Benedetti

Laureato in Lettere e dottore di ricerca in Storia, è caporedattore del "Primato Nazionale". A breve sarà pubblicato un suo libro sul sovranismo.