di Stefano Graziosi

È all’insegna di un ritorno al passato che Joe Biden sta costruendo il proprio gabinetto presidenziale. I nomi che finora sono stati da lui avanzati hanno assai spesso avuto modo di essere già presenti nell’amministrazione di Barack Obama. Senza poi trascurare la forte influenza clintoniana sulla nascitura presidenza: un elemento ben chiaro soprattutto per quanto riguarda gli incarichi legati alla politica estera.

Segretario di Stato sarà Tony Blinken: già vicesegretario di Stato ai tempi del secondo mandato di Obama, è fautore di una linea di interventismo liberal. In passato, ha dato il suo appoggio all’intervento bellico in Libia e ha assunto posizioni muscolari sul fronte siriano. Un profilo da falco è poi anche quello del nuovo consigliere per la sicurezza nazionale (ruolo per cui non è richiesta la ratifica da parte del Senato), Jake Sullivan: stretto collaboratore dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, anche lui è stato un fautore dell’intervento bellico in Libia. In tutto ciò, non bisogna trascurare la nomina di John Kerry come inviato speciale per il clima: già segretario di Stato ai temi del secondo mandato di Obama, è anche lui un liberal interventista che ha auspicato la linea dura in Siria e votato – da senatore – a favore della guerra in Iraq. Polemiche sono inoltre sorte per quanto riguarda il nuovo segretario alla Difesa, Lloyd Austin: qualora dovesse essere confermato, risulterebbe il primo afroamericano a guidare il Pentagono. Alcuni aspetti della sua carriera hanno tuttavia determinato non pochi malumori.

La sinistra democratica non vede innanzitutto di buon occhio che a segretario alla Difesa sia nominato un ex generale, oltre al fatto che nel 2016 costui – appena lasciate le forze armate – è entrato nel consiglio d’amministrazione di Raytheon. Legami con Raytheon avevano caratterizzato anche l’ex capo del Pentagono di Donald Trump, Mike Esper: legami che, nel 2019, erano stati duramente criticati da Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Ma i problemi per Austin potrebbero venire non solo dalla sinistra democratica. Anche i repubblicani è possibile nutrano dei dubbi: non soltanto per la vicinanza dell’ex generale a Barack Obama, ma soprattutto per un’audizione al Senato avvenuta nel settembre 2015, quando lo stesso Austin (che supervisionava all’epoca la lotta all’Isis) fu costretto ad ammettere il sostanziale fallimento del programma di addestramento americano rivolto ai ribelli siriani.

Più in generale, i nomi scelti per la politica estera mostrano una chiara propensione di Biden per esponenti dei circoli dell’establishment (spesso di osservanza clintoniana). Il presidente entrante non sembra infatti troppo propenso a puntare su figure troppo vicine alla sinistra democratica. È pur vero che Biden stia cercando di ingraziarsi questi ambienti con Janet Yellen alla guida del Tesoro. Ma è altrettanto vero che, restando al settore economico, abbia scelto anche dei profili molto vicini alla famiglia Clinton: a partire da Neera Tanden come direttrice Office of Managament and Budget. È quindi abbastanza plausibile che questo tipo di dinamica non farà che irritare ulteriormente la sinistra democratica. Anche perché è cosa nota che Elizabeth Warren ambisse a guidare il Tesoro e che lo stesso Bernie Sanders punti (ancora oggi) al ministero del Lavoro. Anche se, quindi, i democratici dovessero uscire vincitori dai ballottaggi della Georgia e conquistare il Senato (che – ricordiamolo – si occupa di ratificare le nomine dei ministri), Biden potrebbe riscontrare serie difficoltà a costruire la propria squadra di governo. Difficoltà che rischierebbero di provenire principalmente proprio dalla sinistra del suo stesso partito.

Stefano Graziosi

Laureato in Filosofia politica (Università Cattolica di Milano) con una tesi su Leo Strauss. Si occupa di politica internazionale collaborando con "La Verità" e "Panorama". Il suo ultimo libro è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio (2020), scritto con Daniele Scalea.