di Davide Lanfranco

Il Procuratore Generale militare Marco De Paolis, in un’intervista al “Corriere della Sera”, ha dichiarato, commentando l’inchiesta giudiziaria sui carabinieri della Stazione CC di Piacenza-Levante ed in particolare riferendosi al fatto che nessuno avesse denunciato gli illeciti contestati, che “in questi casi si temono le ritorsioni. Le procure militari sono piene di anonimi che poi spesso si rivelano fondati”.

Quindi, il P.G. militare d’Italia, incredibile ma vero, ha proprio detto che alle Procure Militari arrivano valanghe di esposti anonimi (verosimilmente da appartenenti alle forze armate ed alle forze dell’ordine a carattere militare) che denunciano illeciti che avvengono nelle caserme (spesso non infondati).

Non ha specificato il tenore delle condotte illecite denunciate, ma si può immaginare siano di grave entità e verosimilmente riferibili ad alti ufficiali o a gruppi interi di militari. Se fossero condotte relative a singoli militari e di grado basso non ci sarebbe necessità dell’anonimato, perché nessun rischio potrebbe manifestarsi in capo al denunciante; per quello che è di mia conoscenza una parte cospicua di questi procedimenti “palesi” si sviluppa o si è sviluppata in passato da contestazioni onestamente anche comiche (furto di energia elettrica per aver messo in carica il telefono cellulare in caserma o insubordinazione per tatuaggi non autorizzati).

Il fenomeno degli esposti anonimi è talmente diffuso e preoccupante da far dire nella stessa intervista al Dott. De Paolis: “È arrivato il momento di prevedere, almeno per un certo periodo di tempo, il whistleblowing anche per le forze dell’ordine, garantendo loro la protezione se decidono di denunciare casi di corruzione e altri reati. Bisogna tutelare le persone che segnalano le disfunzioni altrimenti le perdiamo”. Quindi uomini dello Stato che devono tutelare i cittadini e garantire la loro sicurezza hanno bisogno, per poter denunciare illeciti o presunti illeciti che avvengono nel loro luogo di lavoro, di una protezione simile a quella dei “testimoni di giustizia”. Già questa cosa, come uomo dello Stato e cittadino, sarebbe sufficiente a farmi trasalire.

Qualche giorno fa, invece, ho letto su un quotidiano nazionale le trascrizioni delle conversazioni intercettate nell’inchiesta di Perugia (magistropoli) tra il principale indagato ed un altro pubblico ministero e mi sono proprio cadute le braccia. Il pubblico ministero intercettato lamenterebbe il comportamento scorretto nei sui confronti (anche verso suoi collaboratori della polizia giudiziaria) da parte di una sua collega che “avrebbe sabotato un processo da lui istruito contro un amministratore pubblico”. Alla base del comportamento scorretto ci sarebbe stata la militanza giovanile della collega nello stesso partito dell’ amministratore pubblico sotto processo (fatto che, secondo il p.m., l’avrebbe dovuta spingere ad astenersi e che la stessa avrebbe invece tenuto invece nascosto). Il pubblico ministero, da quanto risulta dalle chat intercettate, invece di denunciare al suo Procuratore Capo la vicenda, sembrerebbe, prima, aver tentato una non riuscita operazione di diffusione a mezzo stampa dei fatti, per poi percorrere la via dell’esposto anonimo (spedito alla prima commissione del CSM e al Consiglio Giudiziario).

Chiaramente essendo questi episodi ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria è lecito essere prudenti ma, se fossero veri, il contesto sarebbe sconcertante. Un pubblico ministero che ritiene che una sua collega ponga in essere proditoriamente opera di sabotaggio nei confronti della sua legittima attività investigativa (per di più per presunte aderenze politiche) che fa? Scrive al suo Procuratore Capo? No. Scrive al CSM? No. Parla con il suo massimo rappresentante sindacale e decide, vista l’impraticabilità dello scoop giornalistico, di fare un esposto anonimo.

Ho riportato questi due notizie perché le ritengo, a mio avviso, particolarmente inquietanti, in quanto denotano uno stile ed una modalità di comportamento che tutto hanno a che fare, tranne che con un paese civile ed uno Stato di diritto.

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.