di Leonardo Comucci

La situazione delle aziende vitivinicole italiane rimane sempre difficile per le conseguenze della pandemia mondiale. I dati e le stime sulla perdita di fatturato del settore vino devono essere costantemente aggiornate a causa dei nuovi lockdown a livello internazionale e delle preoccupazioni per una nuova ondata di coronavirus da alcuni ipotizzata per l’autunno. Ad oggi si può stimare ragionevolmente in circa 2 miliardi di euro la perdita di fatturato del settore vino frutto di minori vendite nazionali ed estere, con una riduzione stimabile del settore tra il 20% e il 25% rispetto al 2019. Per quanto riguarda le previsioni per il 2020, in generale, se si parte dal dato che le esportazioni italiane di vino si ridurranno in linea con la caduta del commercio mondiale ipotizzata dalla Wto (-15% nel migliore scenario e -30% nel peggiore), si può stimare una contrazione del solo export per i maggiori produttori italiani compresa tra 0,7 e 1,4 miliardi di euro.

A queste previsioni vanno sommate i pessimi dati derivanti dall’azzeramento dell’enoturismo che, in assenza dei turisti stranieri provenienti dagli Stati più ricchi, mette le aziende di fronte alla scelta se aprire oppure no, dalla chiusura o nella migliore delle ipotesi la forte contrazione della vendita diretta fisica, dai maggiori costi per precauzioni sanitarie, dalle difficoltà logistiche per la vendemmia, dalla difficoltà nel reperimento dei lavoratori stagionali e non ultimo dal problema di liquidità e della giacenza dell’invenduto.

L’effetto Covid-19 sul settore italiano del vino, in assenza di aiuti pubblici, rischia di lasciare sul campo molte delle aziende che non sono in grado di capitalizzarsi attraverso finanziamenti dei soci o spesso delle stesse famiglie che le gestiscono o che sono a capo delle stesse aziende vitivinicole da generazioni.

Eppure con l’arrivo dell’estate qualche segnale di miglioramento, soprattutto per il consumo nazionale, si è iniziato a vedere, molto differenziato però tra chi produce vini bianchi, ormai in crisi per l’invenduto dei mesi di marzo-aprile, e i produttori di bollicine che invece vedono previsioni meno negative. Su queste stime incide la maggiore stagionalità dei vini spumanti, le cui vendite crescono in misura significativa soprattutto in corrispondenza del periodo estivo e delle festività di fine anno, periodo entro il quale si auspica il pieno superamento della crisi sanitaria. Tra i due estremi si collocano i vini rossi di fascia premium, soprattutto quelli più strutturati e capaci di un lungo invecchiamento nel tempo che, pur avendo subito la forte contrazione legata ai ristoranti nei due mesi di lockdown italiano e ancora presente in alcuni Stati esteri consumatori di vino, sperano di non subire grandi contrazioni nelle vendite per l’effetto del Covid-19 potendo recuperare quelle mancate nel medio-lungo periodo; mentre continua la crescita dei vini rosati, pur legata a un fenomeno di moda e sempre tendenzialmente di nicchia. Dati però che possono modificarsi velocemente in peggio qualora si assista a nuove chiusure e lockdown non solo in Italia ma soprattutto nei maggiori paesi consumatori di vino italiano (America, Canada, Gran Bretagna e Germania in testa).

Altro dato preoccupante è che tipologie di vino considerate importanti come il Brunello di Montalcino stimano una contrazione delle vendite a fine anno tra il 20 e il 30% rispetto al precedente. Il dato che fa riflettere è che circa il 65% delle vendite nazionali per questo vino sia veicolato da canali diversi dalla grande distribuzione e le vendite on line, che pur hanno subito un fortissimo incremento, non sono sufficienti da sole a bilanciare le perdite derivanti dalla chiusura dei ristoranti e dell’enoturismo soprattutto di fascia alta straniera.

Comunque qualcosa si muove più per iniziative dei privati che per volontà governativa; anzi, il Governo aveva ricompreso nel Decreto Cura Italia, giustamente, il settore del vino tra quelli autorizzati al così detto “pegno rotativo”, strumento già da tempo utilizzato nei settori dei prosciutti e dei formaggi di qualità. Comparti nei quali le aziende di solito detengono importanti magazzini di stagionatura il cui valore può essere utilizzato a garanzia del credito, cioè la garanzia può essere trasferita in capo a un bene diverso senza la necessità di rinegoziare il prestito.

L’impostazione del pegno rotativo si adatta bene ai vini di qualità e alle barriques di affinamento; il governo però, pur autorizzandone l’estensione anche al vino già con la pubblicazione in Gazzetta lo scorso 17 marzo, avrebbe dovuto poi emettere un decreto applicativo del Mipaaf che, a distanza di quasi 4 mesi, ancora non è presente. La mancanza di tale decreto, che ovviamente sta creando problemi notevoli alle aziende (che per risolvere i propri problemi di liquidità non possono fare altro che rivolgersi agli istituti bancari), risiede nella difficoltà della valutazione del vino in giacenza. Il vino in affinamento infatti non è qualcosa con un prezzo facilmente quantificabile ma è un prodotto che varia molto in base alla tipologia, all’annata, all’invecchiamento. Elementi che possono incidere in maniera rilevante sulla valutazione del magazzino e quindi sulle garanzie.

Molti Consorzi, pur in attesa del decreto per la valutazione delle garanzie, si sono già mossi: come il Consorzio Vino Chianti Classico che ha già siglato un accordo con un primario istituto di credito garantendo la possibilità ai suoi viticoltori di accedere al credito garantendo il prestito con il vino in cantina. E sempre per venire incontro alle esigenze delle aziende vitivinicole sarà possibile stoccare i prodotti del vino fuori dalla zona di produzione, anche se sempre nelle province di Firenze e Siena e per un periodo limitato. Altrettanto interessante e probabilmente da replicare per altre tipologie importanti di vino è il posticipo dell’immissione al consumo dell’annata 2019, che potrà essere presente sul mercato solo a partire dal 1 gennaio 2021, un posticipo di 3 mesi che potrebbe consentire di ridurre almeno in parte il vino rimasto invenduto in cantina.

Il Consorzio del Brunello di Montalcino senza aspettare il decreto Mipaaf ha già siglato con un altro istituto di credito una convenzione per l’attivazione di una linea di credito a favore delle aziende socie per finanziamenti fino a 150mila euro da restituire in 10 anni.

Dal fronte delle Regioni si distingue sempre per l’attenzione al settore “wine” la Regione Veneto guidata da Luca Zaia, che ha approvato un ricco bando per i viticoltori che provvedono alla riconversione varietale e ristrutturazione dei vigneti per la produzione di vini di qualità a denominazione di origine o a indicazione geografica.

Per ciò che riguarda il Sud anche qui è il fronte privato che decide di investire nel vino nonostante il periodo. In Abruzzo ad esempio, dall’esperienza del Prof. Attilio Scienza per la parte delle vigne e dell’enologo Riccardo Cotarella per la cantina, è stata creata una nuova realtà dalla storica cooperativa Citra per valorizzare i vitigni tradizionali e autoctoni dando riconoscibilità all’Abruzzo vinicolo.

Dal punto di vista privato e imprenditoriale, quindi, la voglia di continuare a investire e a fare del vino il fiore all’occhiello dell’Italia continua ad esserci. Certo è che c’è bisogno delle istituzioni e, soprattutto, della promozione nei paesi grandi importatori di vino. I Paesi su cui investire, ovviamente, sono innanzitutto i cinque che assorbono il 70% delle esportazioni italiane (Germania, Usa, Gran Bretagna, Canada e Svizzera), ma ci sono altri Paesi da seguire attentamente. A partire dal Giappone, che a inizio anno aveva dato ottimi risultati sull’onda dell’accordo di libero scambio siglato con la Ue, così come il Canada. Interessanti anche per esportare le nostre tecnologie più che il prodotto finito anche Corea del Sud, Vietnam, Cambogia, e poi è il momento di iniziare a guardare ai Paesi emergenti del vino come l’Uzbekistan da poco diventato 46° Stato membro dell’O.I.V. (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) e dei produttori di vino dell’Africa, su cui i francesi hanno già iniziato a lavorare. Per finire c’è da sempre da affrontare il problema Gran Bretagna, che sarà Paese extra Ue; in questo caso oltre alla promozione dei nostri prodotti bisognerà evitare possibili difficoltà burocratiche e doganali che non riguardano soltanto gli aspetti tariffari, su cui peraltro Londra sta già lavorando.

Infine, quasi un sogno. Sarebbe necessario che questo Governo investisse e tutelasse di più anche in sede europea il Made in Italy. Il sogno sarebbe proprio quello di vedere lo Stato al fianco delle aziende che hanno saputo sempre dare la giusta rilevanza alle qualità dei prodotti Made in Italy, senza mai vendere sottocosto, pratica che non ha mai aiutato nessuno, in quanto, se un prodotto viene venduto sottocosto, qualcuno la differenza la sta pagando: ossia imprenditori e lavoratori.

Leonardo Comucci

Laureato in Economia (Università di Firenze), ex ufficiale della Guardia di Finanza, revisore legale, giornalista pubblicista e abilitato alla professione di Dottore Commercialista. Si occupa del mondo del vino da oltre venti anni, come insegnante di degustazione e analista dell'economia delle aziende vitivinicole.