di Nathan Greppi

Sin da quando le proteste degli afroamericani per l’uccisione di George Floyd sono sfociate in saccheggi e vandalismi, una parte della sinistra ha continuato a cercare di giustificarli: partivano da motivazioni legittime, dicevano, ed erano necessarie per combattere il razzismo che secondo loro sarebbe tuttora persistente in alcuni settori del paese. Tuttavia, si sono verificati diversi casi in cui i manifestanti “antirazzisti” hanno preso di mira una minoranza, quella ebraica, che tradizionalmente negli States è sempre stata fortemente orientata a sinistra e dalla parte dei movimenti per i diritti delle minoranze.

Andiamo con ordine: il primo episodio segnalato è stato quello di una sinagoga di Los Angeles, che il 31 maggio è stata deturpata con graffiti che riportavano scritte antisemite e antisraeliane. Negli stessi giorni, sempre a Los Angeles, diversi negozi e ristoranti di cibo kasher sono stati saccheggiati dai manifestanti, che hanno rubato la merce. Per arginare i vandalismi un’associazione ebraica no-profit, Magen Am, ha organizzato un servizio di sicurezza formato da diversi volontari, che hanno presidiato case e uffici di ebrei che avevano denunciato casi di irruzioni e minacce, e respinto dei vandali che volevano attaccare un’altra sinagoga.

Un altro caso degno di nota è avvenuto il 6 giugno a New York, dove un manifestante di colore interpellato dagli inviati di Fox News ha minacciato di dare fuoco a un quartiere abitato da ebrei ortodossi se il sindaco De Blasio e il governatore Cuomo non fossero venuti a parlare con la folla.

Questi non sono casi isolati, ma rientrano in un contesto ben preciso: Black Lives Matter e altri movimenti della sinistra radicale americana cooperano spesso con organizzazioni e figure antisemite o antisraeliane, poiché vedono gli ebrei come “bianchi ricchi” e in quanto tali dei nemici. Una visione, questa, che persiste da decenni nella sinistra più estrema, come spiegava già nel 2007 il saggio Antisemitismo a sinistra dello storico Gadi Luzzatto Voghera.

Questo tipo di antisemitismo tende tuttavia ad essere più tollerato rispetto a quello di estrema destra: ad esempio, a metà giugno è emerso che il presidente degli studenti all’Università Statale della Florida in passato aveva postato sui social numerose invettive contro gli ebrei e che minimizzavano la Shoah; tuttavia, quando il 17 giugno si è votato per decidere se rimuoverlo dall’incarico, sono mancati i voti necessari per farlo. Da notare che questo studente era diventato presidente sostituendo il suo predecessore, un cattolico conservatore espulso per aver criticato il Black Lives Matter.

Dalla morte di Floyd, su internet circolano numerose immagini e slogan che paragonano i poliziotti americani e israeliani, dipinti come brutali e autoritari. Per attaccare Israele, si è persino sostenuto che i poliziotti rei di torturare e uccidere i neri verrebbero addestrati in Israele dall’IDF. Ma gli eventi delle ultime settimane dimostrano che diversi estremisti usano delle critiche legittime a un certo Stato o governo per sdoganare atteggiamenti di odio nei confronti degli ebrei. Come le scritte “f..k Israel” trovate sul muro della sinagoga di Los Angeles.

Il problema è che gli stessi ebrei americani sembrano essere poco propensi ad affrontare il problema per quello che è. Ciò è dovuto al fatto che la maggior parte di loro ha sempre votato a sinistra: in tutte le presidenziali dal 1968 ad oggi, in media gli ebrei americani hanno votato al 71% per i democratici, 25% per i repubblicani e il restante 4% per partiti minori. Inoltre, sulle riviste ebraiche americane sono persino comparsi numerosi appelli per l’inclusione degli ebrei di colore, nonostante siano presenti in percentuali irrisorie. Una situazione analoga si verifica anche in Europa, dove l’EUJS (European Union of Jewish Students), organizzazione che raggruppa tutti i movimenti giovanili ebraici del continente, ha fin dall’inizio sostenuto pubblicamente le proteste scoppiate in seguito alla morte di Floyd, senza mai esprimersi sugli atteggiamenti antisemiti e antisraeliani al loro interno.

Non sono mancate, tuttavia, voci fuori dal coro: sulle maggiori testate ebraiche statunitensi sono apparsi alcuni editoriali che attaccano apertamente il clima di censura e repressione che si sta creando. La rivista “Tablet Magazine” ha denunciato la “mentalità sovietica” dietro alla demonizzazione di figure storiche controverse, e lo stesso ha fatto “The Forward“, pur essendo la voce della sinistra ebraica di New York.

In conclusione, è chiaro che dietro al messaggio antirazzista delle manifestazioni si nasconde un fanatismo più velato e strisciante, ma non meno pericoloso di quello che denunciano.

Nathan Greppi

Giornalista pubblicista, ha scritto per le testate Mosaico, Cultweek e Il Giornale Off. È caporedattore di HaTikwa e addetto alle comunicazioni dello US-Italy Global Affairs Forum.